



«Fino a sette mesi fa lavoravo in una ditta molto grande. All’improvviso sono stato licenziato e ho perso tutto. Vivo qui da due mesi e sono in attesa di una sistemazione migliore. Quando ho perso il lavoro, ho perso tutto»
«Ho ventisette anni e vengo dal Marocco. Sono qui per sapere se è disponibile un posto letto. Fino a ieri sono stato a casa di amici. Ci sono rimasto per due mesi ma ora devo trovare una soluzione perché non si può stare in quattro in un appartamento di diciotto metri quadri e pagare duecento euro ciascuno». Alì non si fida affatto degli operatori del 115, il servizio urgenza per i senza domicilio fisso disposto dalla regione Alta Normandia. Il 115 gli ha già confermato la disponibilità ma lui è titubante e non ama sorprese. Insieme a una trentina di lavoratori è lì, in fila dinanzi al portone d’ingresso del centro di accoglienza di Abbè Bazire, nella cittadina francese di Rouen. La moltitudine umana in attesa assume quasi le sembianze di un serpente lungo venti metri, a più teste, tutte rivolte nella medesima direzione e pronte a cacciare una preda che tarda a venire. Sono le tre di un freddo pomeriggio di gennaio. La smania dell’attesa, per Alì, si traduce in un fumare isterico. La sua sigaretta assume sempre più l’aspetto di una miccia a combustione veloce dalla punta incandescente. Alì è sbarcato in Normandia nel giugno del 2010 e ha poi peregrinato per le diverse città della regione lavorando come muratore, scaricatore, operaio agricolo e dormendo un po’ ovunque.Ha paura di non farcela, di rimanere di nuovo per strada a lasciarsi irrorare le ossa dall’umidità che le notti d’inverno sono solite portarsi dietro in questi luoghi. I centri di accoglienza per i senza domicilio fisso non mancano nella piccola cittadina di Rouen. Solo per le urgenze ve ne sono quattro, per un totale di quattrocento posti letto. A scarseggiare sono però i posti disponibili per i sans papiers come Alì, i lavoratori sprovvisti di documenti, confinati nei segmenti più torbidi del mercato del lavoro francese. Alle quindici e dieci minuti comincia a farsi vivo l’addetto all’accoglienza. La folla dei senza dimora comincia lentamente a sfoltirsi. Di Alì non c’è più traccia. Lo incontrerò dopo qualche ora con le coperte tra le braccia in una delle camerate della struttura. Per Bertrand De Launay, direttore del centro, il numero di immigrati senza documenti che chiedono aiuto alla struttura aumenta vertiginosamente di anno in anno e allo stesso ritmo di quello dei lavoratori francesi. Nel centro di Abbè Bazir, su centoventi posti letto, solo venti sono destinati ai sans papiers e si può restare per un massimo di sessanta giorni. Restare di più significherebbe impedire l’accesso a tutti i clandestini a venire e il loro regolare avvicendamento all’interno della struttura. Il centro di accoglienza è un edificio a tre piani, vecchio di trent’anni, ma tenuto abbastanza bene. Le possibilità di permanenza al suo interno variano a seconda dei casi e ogni notte trascorsa qui ha il misero costo di un euro e cinquanta centesimi. Al distributore automatico di bevande incontro Thibault. È appena tornato dal lavoro e ha bisogno di una sferzata chimica a base di caffeina. Sfinito in viso, con gli abiti da lavoro sudici di fango e un taglio sul collo mezzo sanguinante, mi regala un fievole saluto. Thibault è nato e cresciuto a Rouen e lavora come muratore in giro per l’alta Normandia. È il direttore del centro a presentarmelo. Stamane a Dieppe, dove stava ristrutturando un edificio, un calcinaccio gli è atterrato sul collo provocandogli una piccola ferita. «Fino a sette mesi fa lavoravo in una ditta molto grande. All’improvviso sono stato licenziato e ho perso tutto. Vivo qui da due mesi e sono in attesa di una sistemazione migliore. Quando ho perso il lavoro, ho perso tutto. Ho perso la mia casa e anche la mia compagna. I primi mesi li ho passati in macchina, poi ho superato la vergogna e ho deciso di venire qui. In questa struttura la maggioranza sono lavoratori, immigrati e non. È tutta gente che fa lavori di merda e che non ha soldi per prendere un appartamento. Io sono stato costretto a mettermi in proprio per lavorare e quando sei lavoratore autonomo può anche capitare che in un mese lavori solo dieci giorni e quindi la casa non te la puoi permettere». Paghe da fame, precarietà, instabilità occupazionale, disoccupazione, ingrossano ormai, in mezza Europa, le fila del popolo dei senza dimora. Quello dei lavoratori poveri è un esercito che sembra quasi scomparso dall’immaginario collettivo, dal dibattito politico, e la cui miseria viene continuamente oltraggiata dai postulati della retorica neoliberista. Ad Abbè Bazir ci lavora anche Antoine. Lui coordina l’unità di strada dei maraudeurs, i cacciatori notturni di Sdf pronti a prestare soccorso in qualsiasi ora della notte. Antoine studia alla facoltà di Lettere e anche lui ha vissuto per strada tre anni. Ha venticinque anni e un solo dente in bocca. Ha un accento quasi incomprensibile, tipico degli abitanti delle campagne della Normandia. «Mio padre è morto cinque anni fa e io sono rimasto solo con mia mamma e i miei fratelli. I miei lavoravano la terra ma dopo la morte di mio padre è stato impossibile per mia mamma occuparsi di tutti i suoi figli. Così, un bel giorno, sono andato via di casa per cercare un lavoro. In realtà ne ho trovati tanti ma tutti per brevi periodi e pochi soldi. Avevo la terza media ed era difficilissimo trovare un buon lavoro. A Le Havre conobbi un amico, nella mia stessa situazione, e con lui decisi di comprare una macchina, quelle quasi da buttare, da utilizzare per brevi spostamenti e per dormirci dentro. Dormivamo sulle strade che portano alla campagna, lontano dal centro, lontano da tutti. Quando di mattina arrivavano i contadini noi eravamo già a lavoro. L’ho tenuta per tre anni, era diventata la mia casa. Poi, venendo qui ad Abbè Bazir ogni dieci giorni per farmi una doccia, conobbi i ragazzi che lavorano nella struttura. È grazie a loro che sono riuscito a diplomarmi e poi iscrivermi all’università. Certo, lavorando di notte, è dura studiare, ma alla fine mi piace e lo faccio volentieri. Col lavoro cerco di aiutare gente come me, ma non è così facile. Però, almeno ci provo». In Francia il velo dell’indigenza si stende ormai dai centri urbani alle campagne. Cresce costantemente il numero di lavoratori costretti a dormire in macchina o in piccole case di cartone. La povertà morde quasi otto milioni di persone. Qui come altrove, il lavoro non è più sufficiente a proteggere la gente dalla povertà. Qui come altrove, cominciano a sanguinare, profonde, le piaghe inflitte dai signori del profitto. È ormai buio quando lascio l’Abbè Bazir. All’uscita, sul marciapiedi, i fari delle macchine in transito illuminano a scatti i volti di gente in marcia. A passaggio ravvicinato incrocio i loro sguardi. Sono quattro, uomini, tornano da lavoro, ridono e sorseggiano birra. Dopo pochi metri mi volto a guardarli: sono anche loro diretti all’albergo dei poveri.

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