giovedì 18 settembre 2008, di Riccardo Orioles
Il giornaletto mandato al macero d’autorità perché criticava un notabile cittadino. Il ragazzino tolto alla mamma e dato al padre lombardiano ortodosso perché “se la faciva ccu i communisti”. Dovrebbe difenderci la magistratura, come a Palermo. Ma invece...
La catastrofica decadenza della città di Catania, ormai riconosciuta da tutti, deriva essenzialmente dal legame strettissimo, che ha più di trent’anni, fra le strutture mafiose e quelle (talora coincidenti) dell’imprenditoria. Subito dopo vi sono due concause che meriterebbero trattazione più approfondita ma che si possono riassumere nell’ inadeguatezza dei due presidi fondamentali di ogni società occidentale, l’informazione giornalistica e la magistratura.
Della prima, abbiamo scritto tante volte che sarebbe noioso ripetere. L’unica scuola giornalistica libera, quella di Pippo Fava, è stata consapevolmente distrutta prima con l’assassinio del fondatore e poi col sistematico silenziamento di tutti i suoi allievi della prima e della seconda generazione.
Quanto alla magistratura, il suo ruolo nella storia della città – salvo benemerite, ma isolate, eccezioni – non è stato complessivamente positivo, e men che mai paragonabile, sul piano civile, a quello di Palermo. Non solo e non tanto per i casi di corruzione esplicita (che non sono mancati), nè di aperto connubio col sistema di potere (vedi Grassi, oggi presidente in Cassazione). No: quel che ha più pesato nell’infelice esito del notabilato giudiziario in questa città è probabilmente un fattore metatecnico, più propriamente culturale.
Molti magistrati catanesi, che pure operano “in nome del popolo” e nel quadro di una Costituzione, non hanno mai realmente metabolizzato i principi fondanti dell’ordinamento, né sul piano della garanzia dei diritti né su quello della lotta alla mafia. Hanno spesso operato, e operano sovente tuttora, come se anziché Magistrati della Repubblica in un’ importante città a forte presenza mafiosa fossero Regi Uditori borbonici in qualche borgo dell’Ottocento. Applicando le leggi a volte poco, a volte male, a volte svogliatamente, e spesso lasciandosi guidare dai propri personali (notabilari) pregiudizi.
Due casi gravissimi, quest’estate. Il primo, l’inusuale invio al macero d’un giornaletto locale che relazionava sulle attività d’un tal notabile catanese, Fiumefreddo; la solidarietà di casta è scattata immediata col sequestro del foglio.
Il secondo, ancora più deplorevole perché coinvolgente un minore, lo strappo di un adolescente alla madre e la sua consegna manu militari al padre separato (e cliente lombardiano): perché frequentava i comunisti. Scritto nero su bianco sul rapporto di una funzionaria dei servizi sociali (che continua a rubare la paga alla collettività per il servizio così infedelmente svolto), che il magistrato non ha saputo, per sua insufficienza culturale, trattare come avrebbe dovuto.
Che Catania fosse città fascista (con strade intitolate a gerarchi mandanti di assassinio, e non a purissime eroine resistenziali) lo si sapeva, e il sindaco s’è compiaciuto di ricordarlo apertamente appena insediato. Che Catania fosse città mafiosa, in cui dei grandi affari non si può e non si deve parlare, si sapeva; come pure che qui nemico il comunista Pio La Torre, e amico invece il supportatore di mafia Cuffaro (commissario catanese dell’Udc). Ora si sa anche che non saranno i magistrati, a Catania, coloro cui ci si potrà affidare per contrastare tutto ciò. Se ancora esiste, dovrebbe intervenire il Csm.
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Sempre più si diffonde, “in tale e tanto corrotta città” l’idea di uscirne a musiche e balli, magari al seguito di qualche notabile riciclando. Fiumefreddo, ad esempio, ha affidato a un’agenzia di Pr l’incarico di “costruirgli” a freddo un’immagine kennediana, antimafiosa (qualcuno dell’antimafia-bene non manca di collaborarvi, in cambio di piccoli poteri). E’ un’idea divertente. Ma davvero sono convinti che funzionerà?










