



Pollichieni, Comito, Pantano, Talarico, Graziadio, Vetere, Petrasso, Furia, Mazzuca e Ricchio: ecco dieci calabresi coraggiosi che amano la loro terra e l’hanno servita con coraggio e onore dalle pagine del loro giornale. Fausto Aquino e Piero Citrigno, invece, sono due calabresi poveracci (d’animo, non di soldi: sono infatti i padroni del giornale) che non hanno avuto le palle di sostenere i loro giornalisti e li hanno fatti andar via. Altri dieci cronisti in mezzo alla strada, poveri, abbandonati e minacciati dai mafiosi
«Io, con i carabinieri e polizia sotto casa, metto in strada la mia famiglia». E’ appena finita l’assemblea di redazione a Calabria Ora. Pietro Comito ha le dimissionsi nel cassetto, ci dice, e gli anno intensificato la sorveglianza. E’ sotto tutela perché lo scorso cinque luglio un picciotto per telefono gli ha detto che per lui è già pronto il posto al cimitero. Aveva pubblicato un pezzo sull’avanzata delle nuove leve del clan Soriano di Vibo Valentia. Agostino Pantano, responsabile della redazione di Gioia Tauro, se n’è già andato. Lui di minacce ne ha ricevute due. L’Ora della Piana, il dorso che realizza assieme a pochi collaboratori, un paio di anni fa è finito nelle conversazioni intercettate in carcere tra il boss Pino Piromalli e il figlio Antonio: «Calabria Ora continua a rompere i coglioni», diceva il patriarca al 41bis. Agostino nel mirino e ora senza più un lavoro. Ha seguito il direttore Paolo Pollichieni che il 20 luglio ha salutato i lettori con un editoriale che lascia poco spazio alla fantasia: «Sapevo che raccontando le inchieste giudiziarie delle ultime settimane, che scrivendo dei rapporti tra la mafia e la politica, raccontando anche i retroscena più inquietanti di quella zona grigia che è il vero capitale sociale della ‘ndrangheta, avremmo pagato dei prezzi altissimi.» Lo stesso giorno sono andati via il caporedattore centrale Barbara Talarico, i vicecaporedattori Francesco Graziadio e Stefano Vetere, il caposervizio di Cosenza Pablo Petrasso, quello della Cultura Eugenio Furia e il responsabile delle Cronache politiche Antonio Ricchio. Dopo alcuni giorni anche Gaetano Mazzuca, caposervizio di Catanzaro.Tutti si sono dimessi. Otto giornalisti, l’ossatura del quotidiano. «Un segnale sicuramente negativo – ha dichiarato il procuratore nazionale antimafia aggiunto Vincenzo Macrì – che dimostra la forza di intimidazione e di condizionamento che la ‘ndrangheta sa esercitare non solo direttamente (come dimostrano le numerose minacce dirette ai redattori del giornale ed allo stesso direttore), ma anche attraverso i suoi esponenti e referenti politici e istituzionali». Ma cosa è accaduto? E accaduto che il direttore ha lasciato nel giorno in cui, in prima pagina, il titolo strilla: «E Peppe incontrò il mafioso. A Milano Scopelliti vide più volte Martino, “ambasciatore” del clan De Stefano». Giuseppe Scopelliti, il governatore della Regione eletto lo scorso marzo. Pollichieni lascia mentre il giornale ha picchi di vendita di quindicimila copie (quando lo prese, tre anni fa, non arrivava a quattromila). Lascia al culmine di una campagna di stampa che da alcune settimane scava incessantemente nelle pieghe del potere politico mafioso calabrese. In un momento in cui sono sul piatto due inchieste della magistratura, Meta e Il Crimine, cha hanno avuto un impatto devastante sul tessuto criminale di Reggio città. E Scopelliti a Reggio città è stato sindaco per sette anni, rieletto nel 2007 col 70% dei voti. E così si scopre, e si pubblica, che il 15 ottobre del 2006 l’attuale governatore partecipò, assieme a ‘ndranghetisti del calibro di Cosimo Alvaro, alle nozze d’oro dei genitori di compare Mimmo Barbieri, imprenditore arricchitosi con i pubblici appalti, arrestato per mafia lo scorso 23 giugno. E così si scopre, e si pubblica, che l’allora sindaco Scopelliti avrebbe ripetutamente incontrato a Milano Paolo Martino, «cugino dei De Stefano e a loro legatissimo al punto di essere arrestato e condannato per associazione mafiosa, traffico di armi e riciclaggio». «Al centro delle indagini – pubblica il giorno del terremoto, Calabria Ora – il vorticoso giro di appalti che alcune imprese reggine vicino ai clan avrebbero ottenuto in Lombardia con l’intermediazione di grossi esponenti politici lombardi del centrodestra attivati dai loro colleghi reggini.» «La cosa incredibile – ci dice l’ex direttore – è la fretta con cui si è sviluppata questa rottura. Da settimane ormai seguivamo questo filone senza ricevere nessun tipo di avvertimento, né smentite, né minacce di querele. Gli editori sapevano che l’altro ieri saremmo usciti con questa notizia e hanno cercato il pretesto. Uno di loro, Pietro Citrigno (condannato in secondo grado per usura, ndr), mi ha chiesto di avere rapporti più frequenti con la redazione. Un’ingerenza che non potevo accettare e per questo mi sono dimesso.» Un pretesto, dice Pollichieni, «il vero motivo è scritto nero su bianco nel mio editoriale». «Sapevamo – c’è scritto – che il potere avrebbe esercitato tutte le pressioni possibili per chiedere la testa del direttore di questo giornale, per normalizzare, per avere un giornale meno impiccione che anche quando parla di mafia non lo fa riempiendo le pagine della mafia folk, quella di Osso, Matrosso e Carcagnosso.» Quell’editoriale (e il pezzo su Scopelliti) in edicola lo hanno trovato in pochi. Calabria Ora il 20 luglio è arrivata puntuale solo a Cosenza, a Reggio dopo le undici, in tutte le altre province non è mai arrivato. Guasti alle rotative, hanno dichiarato gli editori. Il giorno dopo era firmato da uno di loro, Fausto Aquino. In pagina, i fondi europei che Scopelliti è riuscito a portare in Calabria, dell’inchiesta sulle frequentazioni coi De Stefano nemmeno l’ombra. Così come nei giorni successivi. Ai calabresi non è dato sapere. Ai redattori rimasti, Aquino ha detto che sarà assicurata la loro autonomia, che la linea sarà garantita dal nuovo direttore, Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione e de L’Altro, e che forse avrà messo piede in Calabria giusto da turista. Calabria Ora aggressiva, colorata, rompicoglioni, ha di fatto vivacizzato nei suoi quattro anni di vita il panorama dell’informazione calabrese. Un corpo redazionale composto per lo più da giovani, mediamente trentenni. La necessità di imporsi e quindi di crescere in un mercato pubblicitario asfittico, in un regione dove il tasso di lettura è il più basso d’Italia. In queste condizioni, il giornale, negli ultimi tre anni ha raddoppiato le copie. E lo ha fatto dando notizie. Non poteva fare altrimenti. Puntando sulla giudiziaria, strillando a volte, ma andando a fondo, vivisezionando il territorio, raccontandolo in tutte le sue contraddizioni. Per farlo ha pagato un prezzo altissimo in termini di serenità dei suoi redattori. In questi tre anni, una decina i giornalisti, come Pietro Comito e Agostino Pantano, sono stati pesantemente minacciati dalla ‘ndrangheta. Alcuni di loro oggi vivono drammi personali e professionali altissimi, alcuni perdono il posto di lavoro, fanno «il salto nel buio», altri continueranno a lottare dal di dentro: «Voglio provare a vedere cosa succede – dice Alessandro Bozzo, padre di famiglia minacciato lo scorso ottobre – voglio crederci ancora, ché se in questa regione anche per il 20% si riesce a fare informazione, io in quel 20% voglio restare.»

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