



L’ultimo editoriale di Paolo Pollichieni, il giornalista cacciato perché denunciava i rapporti fra politici e mafiosi
Cari lettori, questo è l’ultimo editoriale che firmo su Calabria Ora. Lascio la direzione del giornale per motivi indipendenti dalla mia volontà. Ieri mi è arrivata una richiesta dagli editori: intendono avere una presenza più forte nella fattura del giornale. Una richiesta certamente rispettabile, ma che non esiste in natura: l’editore fa l’editore, sceglie un direttore che risponde della linea politica e dei contenuti del giornale, il rapporto tra le due figure è fiduciario, quando la fiducia viene meno l’editore sceglie un altro direttore. Tutto qui, così si fa in Italia, in altre realtà (Corea del Nord?) è l’editore stesso a dettare linea politica e contenuti. Lascio un giornale – e con me lo lasciano anche il caporedattore, i due vicecaporedattori, il caposervizio di Cultura e Spettacoli, quello di Cosenza e il responsabile delle cronache politiche – che avevo preso più di tre anni fa, quando nelle edicole calabresi vendeva quasi quattromila copie. Oggi le copie vendute (il più importante riferimento, anche se non l’unico, che può certificare il successo o meno di una iniziativa editoriale) sono in media ottomila con picchi di quindicimila. Il merito è tutto intero della Redazione, delle giornaliste e dei giornalisti che in questi anni hanno condiviso l’esperienza di CalabriaOra. Gli errori commessi, le sottovalutazioni, i giudizi sbagliati dati su alcune vicende della vita politica e sociale calabrese, sono tutti miei. Ma sarei poco sincero se non dicessi che quello che è accaduto era prevedibile. Sapevo, e con me i colleghi che hanno firmato gli articoli, che raccontando le inchieste giudiziarie delle ultime settimane, che scrivendo dei rapporti tra la mafia e la politica, non limitandoci al doveroso applauso verso le forze dell’ordine e i magistrati, ma raccontando anche i retroscena più inquietanti di quella zona grigia che è il vero capitale sociale della ‘ndrangheta, avremmo pagato dei prezzi altissimi. Sapevamo che nessun politico importante di questa regione poteva rimanere indifferente agli articoli che parlavano delle sue equivoche frequentazioni, dei ricevimenti organizzati da imprenditori oggi arrestati per mafia, di quei banchetti dove con i mafiosi brindavano politici eccellenti. Storie che solo Calabria Ora ha raccontato. Sapevamo che il potere avrebbe esercitato tutte le pressioni possibili per chiedere la testa del direttore di questo giornale, per normalizzare, per avere un giornale meno impiccione che anche quando parla di mafia non lo fa riempiendo le pagine della mafia folk, quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Quella che indigna tutti, anche chi va ai banchetti dei mafiosi e chi dalla mafia prende voti. Se questa fosse una partita, da sportivo non avrei difficoltà a dire che il potere ha vinto, almeno per il momento. Uno a zero a palla al centro. Anche se sul campo i giocatori che giocano la partita giusta sono pochi in questa regione. La stampa è debole, l’opposizione inesistente, divisa com’è tra lobby e vecchi gruppi di potere. La società civile è sola, mille fermenti, moltissimi positivi, soprattutto tra i giovani, milioni di divisioni e di gelosie. Non raccontiamoci frottole, non inganniamo i lettori: hanno vinto loro, ma è solo il primo tempo della partita. Vado via con la soddisfazione di aver costruito una Redazione meravigliosa, di giovani giornalisti che hanno saputo coniugare la loro freschezza con l’esperienza dei più anziani, uomini e donne dalla schiena rigida, curiosi, preparati, attenti, colti, coraggiosi. Nessuno di loro si è fatto mai intimidire dalle minacce, e sono tante, ricevute dalla ‘ndrangheta. E’ stato un impagabile privilegio lavorare con gente così. Li potrei nominare uno ad uno, di ognuno elencare i pregi, come si fa con i figli che hai amato e che ti sono stati vicini sempre. Di fronte a persone così in molti dovrebbero togliersi il cappello. Questa è la Calabria migliore, a loro devo molto e solo a loro e ai miei lettori devo dire grazie. Ci rivedremo presto. E sempre con la schiena diritta.

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