Laboratorio di Giornalismo
ucuntu
Compiti per le vacanze

domenica 10 agosto 2008, di Riccardo Orioles segnala su Google Bookmark segnala su digg segnala su Yahoo MyWeb Bookmark del.icio.us Bookmark Linkarena Bookmark Slashdot Bookmark technorati segnala su FURL segnala su Segnalo segnala su Facebook

Anche Ucuntu si riposa: ci rivediamo fra due settimane. Ma non è che nel frattempo i problemi si risolvono da soli: ce li ritroveremo davanti pari pari al ritorno, più agguerriti di prima. Che problemi? La mafia? Ciancio? Il fascismo? Berlusconi? Certo, sì: ma il problema dei problemi, senza cui non si risolveranno mai tutti gli altri, consiste in noi stessi. Cioè: siamo davvero un “noi” o siamo rimasti ancora tanti piccoli “io” impotenti? E come pensiamo di... Beh, buone vacanze.

Ehi, ci rivediamo dopo ferragosto. Mi sembra che abbiamo fatto un buon lavoro - dodici discreti numeri in tre mesi - e un po’ d’onesto riposo ce lo siamo meritato. Che lavoro, esattamente? Non abbiamo fatto un giornale perché un giornale - nel senso professionale della parola - è cosa ben più ampia di questa. Non abbiamo fatto un sito perché su ucuntu.org la cosa principale è un "giornale" pdf, regolarmente impaginato, e stampabile quando si voglia - un "cartaceo", potenzialmente.

Pensiamo, in altre parole, di aver fatto più che altro un esperimento. Ma un esperimento molto avanzato, in linea con le tendenze "industriali" sia della carta stampata che dell’informazione in rete. La prima sa benissimo, ormai, di non essere più autosufficiente. Quotidiani e riviste sono ormai in una fase di transizione - gli ultimi anni esclusivamente tipografici, gli ultimi prima del nuovo modello di giornale.

Come sarà quest’ultimo? Sicuramente misto, con la "serietà" dei giornali e la capillarità di internet. Avrà il suo punto di forza nella percentuale "colta" della gente, quella che passa almeno un’ora in internet ma, grazie al versante cartaceo (che sarà molto più leggero dell’attuale) potrebbe raggiungere anche tutto il resto della popolazione e inserirla in un circuito virtuoso che col tempo potrebbe anche contare più della televisione.

Questa, tecnicamente, è una tendenza ormai del tutto delineata. Ma, e i contenuti? Saranno i padroni dei media attuali - e dell’attuale orrenda televisione - a gestirli? I contenuti dei giornali, a differenza di quelli delle tv (che erano stati disumanizzati molto prima), si stanno orwellizzando solo ora. Distrutta o ridotta all’angolo la classe dei giornalisti, precarizzate le redazioni, sostituiti i direttori-giornalisti con altrettanti politici, lo stile dei quotidiani italiani è ormai assolutamente normalizzato.

Non credo che ci sia più da farsi illusioni: il giornalismo italiano ormai è questo, se cambierà sarà in peggio e ciò che una volta si vedeva nei giornali mafiosi di Palermo o Catania ormai è praticamente standard dappertutto. La campagna per la "paura percepita" è stata condotta dai quotidiani liberal non meno che dalle tv di Berlusconi; e ha funzionato.

* * *

Ecco: tutto questo ci porta, da giornalisti, a guardare la realtà in faccia e a considerare che questo mestiere può vivere ormai solo fuori dai meccanismi ufficiali. E dunque a studiare con serietà le possibili - e sempre più indispensabili - alternative. L’ottimismo ci viene dalla conoscenza della svolta di cui dicevamo sopra, dalla transizione.

Il giornalismo del dopo-internet non sarà un giornalismo costoso. Avrà bisogno molto più di intelligenze e competenze che di denaro. Chiederà condizioni pesanti (chi lo eserciterà non potrà camparci su più di tanto) ma sarà perfettamente possibile. Fra dieci anni, la maggior parte della gente usufruirà un giornalismo di questo genere, e se ne saprà servire.

Tecnicamente, la sperimentazione di Ucuntu si poggia su due punti precisi: il giornale sta bene in internet, è sfogliabile e (grazie a Issuu) si vede bene; in caso di necessità (e possibilità) si può anche stampare. Il giornale "tipograficamente" è facilissimo da produrre perché si basa su un software elementare (e libero) come Open Office e perciò qualunque gruppo di giovani, se ne ha testa e a voglia, se ne può fare uno.

Culturalmente, le idee su cui ci basiamo sono due: la nostra insufficienza, e dunque l’obbligo della complementarietà, e la necessità della rete; e poi l’assoluta incompatibilità con l’establishment ("il giornalismo borghese", lo definì una volta Giuseppe Fava), che se prima era moderato o di parte adesso è decisamente fascistoide o almeno ostile ai valori di una qualunque democrazia.

In Sicilia, entrambi questi dati si moltiplicano. Il Ministero dell’Informazione (che comprende quotidiani, tv, partiti politici, baronati universitari e quant’altro) da noi non serve soltanto le destre d’ogni genere, ma anche il potere mafioso. Che non è, come molti pensano, un’escrescenza criminale esorcizzabile con cerimonie e fiction, ma un sistema che comprende diversi bracci (militare, politico, imprenditoriale) perfettamente armonizzati fra di loro: un regime. "Alii sparant - dicevano i teologi del Medioevo - alii rubant, allii persuadent populum" ad accettare tutto questo.

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Com’è la nostra situazione adesso? Che cosa dobbiamo fare al ritorno dalle - chiamiamole così - vacanze? La nostra situazione per un verso è buona, perché siamo riusciti ad arrivare fin qui, a non perdere il filo, e coi tempi che corrono vanno ringraziati tutti gli dei per questo. Ma è meno buona dell’anno scorso, perché allora - almeno qui a Catania - le varie realtà nuove e giovani che via via nascevano riuscivano ancora a percepire, sia pure confusamente, il senso di una grande battaglia difficile e la necessità di mettersi prima o poi tutti insieme per condurla insieme. In poco meno di un anno, e soprattutto da quando è stata messa a tacere Casablanca, questa percezione si è di molto affievolita. I singoli gruppi crescono ma, con l’eccezione del Gapa, non riescono assolutamente a vedersi più come una parte di qualcosa. Questo genera debolezza comune, insufficienza pratica, tendenza alla ritualizzazione, e chi più ne ha più ne metta. Città Insieme, Grilli, Addiopizzo, Step1, Periferica (per citare i più attivi), che avevano avuto una grandissima (e spesso anche unitaria) stagione due anni fa, adesso sono arroccati ciascuno nel proprio spazio, a difendere chi ancora può la propria valle. Nel settore dell’informazione tendono ormai ad accettare l’esistente. (Personalmente, mi ha colpito moltissimo che sia stato possibile chiudere Casablanca in una città in cui folle di progressisti accorrevano a sentire devotamente Travaglio o Grillo. Dei partiti, dei Bertinotti che regalano un giornale al guru Fagioli e lasciano chiudere i giornali antimafiosi, dei piddì, dei buffi "comunisti" a corrente alternata non mi scandalizzo più. Della "società civile" invece sì).

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Va bene, buone vacanze a tutti. Brevi, ché c’è molto da fare, dappertutto. Buone vacanze a Pino, a Nadia, a Carlo, alla macchina bruciata, ai su e giù a organizzare, al sito chiuso perché parlava male dei banchieri. A Mirko, a Max e al suo bambino, a Leandro, a Luca con lo zaino pesante, a Pippo con una fotocamera in Turchia, a Graziella e Rebecca, a Luciano e Fabio, a tutta l’altra Librino, a Gianfranco, a Livio, a quel ragazzo di Step1 che non conosco ma che però scrive bene, a me stesso, al buon Giovanni, al vecchio Titta-Qujiote, a Lucio, a Vanessa, a Toti... Dimentico qualcuno? Ma sì, dimentico un sacco di gente per fortuna, sennò altro che seimila battute, ci vorrebbero altre due pagine e Luca, che già aspetta impaziente, non riuscirebbe più a chiuderle bene stasera. Hasta presto, companeros.

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