



Ancora migliaia di morti, popolazioni condannate all’esodo in condizioni disumane, rapimenti di bambini destinati all’arruolamento forzato in bande armate, e così via: un gravissimo dramma umanitario davanti ai nostri occhi al quale nessuno può restare indifferente. Ma noi vogliamo un Congo in pace piuttosto che un Congo in guerra
Perché “Cieli” Non possiamo restare in silenzio, perché sappiamo che questa guerra sta uccidendo migliaia di esseri umani. Anche per questo vogliamo fare insieme queste pagine
Quando il popolo di Dio chiede la pace Il documento dei vescovi del Congo condanna la guerra come mezzo di risoluzione di conflitti, denuncia tutti i crimini commessi su pacifici cittadini, condanna il reclutamento di bambini finalizzato ad implicarli forzatamente nelle ostilità. Ma non sono soltanto i vescovi: le comunità cristiane, le associazioni e la società civile chiedono la pace
Quanti milioni di morti farà questa guerra? Come siamo arrivati a questa nuova guerra in Congo? Un’analisi storica che ci aiuta a capire quello che sta accadendo oggi in Congo
Mentre la strada, la città attraversano profondi cambiamenti, spesso, come dice la parabola evangelica del Samaritano, sembriamo come il levita e il sacerdote impegnati nelle loro cose sacre, a difendere le sacre dottrine. E non c’è tempo di guardare e fermarsi sul ciglio della strada, su ciò che accade nella città, nella polis. Come il sacerdote e il levita non sappiamo vedere nel volto delle vittime della violenza alcun appello dai Cieli.
Il sacerdote e il levita, con le sicurezze e le vesti sacre, sono andati per la loro strada. Avranno pensato «deve pensare lo Stato». No, la Chiesa no! Non è compito della Chiesa.
Chiusi nel tempio o nelle sacrestie: è questa l’immagine che la Chiesa italiana sembra dare spesso di sé.
Certo, è legittimo pensare che vada bene una visione autoritaria e disincarnata dal cammino della storia. Forse si è convinti che, così, si avvicinano meglio cieli e terra nuovi. E’ una visione che si deve rispettare, ma che ci appare lontana dallo Spirito del Concilio.
Noi, per quanto ci riguarda, amiamo credere che i Cieli si sono abbassati per toccare l’esperienza umana, la fatica del vivere. Noi crediamo che in ogni processo di umanizzazione e di liberazione la terra si elevi verso i Cieli, e Dio ne è felice. Per questo amiamo partire dalla persona, da una ricerca a partire propria carne. Amiamo partire dalla città, dai volti nella città, dunque dal proprio contesto storico.
Amiamo guardare con simpatia quei processi nei quali l’uomo e la donna, il popolo, siano protagonisti, attori, non destinatari o recettori di una verità o di elemosine.
Amiamo pensare che il nostro camminare verso i Cieli avviene, ne siamo consapevoli, proprio se non distogliamo mai lo sguardo dai processo storici e collettivi. Perché è nel camminare inseritinella storia, è lì che del Cielo possiamo cogliere dei segni. Guardiamo con preoccupazione alla scelta chiudersi in una funzione civile, di religione civile, utile per mantenere lo status quo. Siamo preoccupati per una Chiesa che rischia di essere serva sciocca poteri forti di turno per controllare le coscienze, le loro ribellioni, i bisogni e, così, mantenere i propri affari e i propri privilegi. E ciò è tanto più vero in un paese come l’Italia in cui la “cosa pubblica” è “terra di nessuno”, in un Paese nel quale prevale il particolare,dove il cielo è scambiato per consumo religioso.
Per noi essere fedeli ai Cieli vuol dire smascherare nella terra le finzioni, togliere il velo a ciò che con la apparenze del sorriso dell’assistenza copre violenza e morte. Solo così speriamo di avvicinarci, per dono, ad un lembo di Cielo.
Rosario Giuè, Nino Rocca, Giovanni Calcara, Pina Campo, Eugenio Melandri, Massimiliano Nicosia, Fabio D’Urso, Luciano Bruno, Mauro Biani, Salvatore Resca, Salvatore Scaglia, Emanuele Campo
Sicuramente quando ognuno di noi pensa al continente Africa, la mente si ferma subito alla povertà, AIDS o malattie varie, popolo nero e vari standard di una cultura ormai dimenticata. Ma tutto ciò non basta. I “grandi” Paesi tendono ad ignorare la situazione presente nel continente nero. Sembra che tutto ciò che riguarda l’argomento “Africa”sia invisibile come se non fosse degno di importanza. Non si riesce a guardare all’Africa come ad un paese capace di risorgere, di rinascere da una situazione di stand-by causata per lo più dall’egemonia dei Paesi superiori. Ormai l’occhio del “padrone” si è abituato alla vista del misero bambino di colore, magro, scarno, ucciso sia dentro che fuori dalla crudele realtà dell’attuale guerra. Ma il problema è che non si parla di guerra al singolare, ma l’Africa sta pullulando di tensioni. Dal 1970 ad oggi in Africa si sono combattute più di trenta guerre. Nella maggior parte dei casi si parla di guerre civili tra gruppi di persone appartenenti a diverse etnie o religioni, ma generalmente si combatte per il controllo di una ricca regione, quindi per questioni di carattere politico e sociale. Ma quanti di noi sono informati su quello che avviene, ad esempio, nel Congo? In televisione, chi sente parlare di guerra, stupri e genocidi in Africa? E anche se si dovesse supporre che i telegiornali esponessero notizie sull’argomento di certo gli spettatori pigerebbero quel pulsante e spegnerebbero la TV, perché naturalmente le questioni che riguardano le altre parti del mondo sono di poca importanza. Queste notizie, purché siano da prima pagina non vengono neanche prese in considerazione. Vediamo il fatto dalla nostra ottica. Se all’improvviso in Italia venissero a mancare cibo, acqua e risorse essenziali per vivere, cosa succederebbe? Verrebbero in aiuto i nostri carissimi amici USA? Cosa deciderebbe l’eventuale presidente del paese? Cosa faremmo noi studenti? Sicuramente ci sarebbe un bel movimento di massa e la crisi verrebbe superata. Come sempre, quando il fatto dovesse colpire noi, nei nostri, come li chiamiamo noi, “diritti umani” tutto il sistema si renderebbe attivo e la società non si rassegnerebbe alla situazione. Ma le problematiche di altri paesi non ci interessano, poiché non siamo colpiti personalmente, e qui viene messo in risalto l’egoismo dell’uomo “superiore”. Perché deve sempre essere una minoranza a combattere? Eppure se ci pensiamo l’Africa non è così distante. Saremmo potuti nascere in Africa e trovarci in una situazione di vita disastrosa al posto di quel nostro fratello dalla pelle scura. Sapevate che il grande distributore alimentare McDonald’s butta via ogni giorno circa 800.000 tonnellate di pane, poiché se quel panino non viene consumato entro 8 min. dalla preparazione perde il suo contenuto “proteico” e diventa immangiabile? Bene, hanno edificato un McDonald’s in Africa. E perché? Naturalmente per incrementare il turismo. Il viziato italiano, ad esempio, non può vivere senza andare un giorno al suo amato McDonald’s. Si parla tanto di giustizia, fraternità, amore, comprensione tra gli uni e gli altri ma di Africa niente. Ma spesso l’unica risposta che si da a questa richiesta d’aiuto è l’indifferenza. L’Africa anche implicitamente (non li vediamo quei bambini magri e miseri?) grida soccorso: si dovrebbero solo aprire gli occhi a questa società troppo industrializzata. Milioni di uomini, donne, bambini gridano, chiedono, supplicano misericordia. Ma rimarrà solo un lieve sospiro di voce. La storia (concentrandoci su quella contemporanea) ci racconta di tutto. Dalla rivoluzione industriale alle guerre mondiali, dagli Anni di Piombo all’attuale Iraq e se facciamo un passo indietro, di “Africa”si è parlato nel 1885, quando le grandi potenze europee si spartirono con la squadra sulla carta i rispettivi confini delle maggiori zone d’influenza; si ritorna sempre ad un fattore di convenienza. Il nostro appello è: anche nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Non diciamo di andare tutti a fare i missionari, ma anche con piccole opere umanitarie e, soprattutto, con l’INFORMAZIONE si può dare il proprio contributo. Ognuno di noi dovrebbe preoccuparsi di mettere allo stesso livello le varie zone del mondo, è inconcepibile che ancora oggi le ricchezze siano distribuite con eccessive disuguaglianze. Ma si sa, tutte queste sono solo parole, parole, parole su parole. Presto anche chi ha riflettuto su questi fatti tornerà a vivere la propria vita senza alcun problema, tanto non ci riguardano le situazioni di “un altro mondo”. Quest’altro mondo, invece, va scoperto, valorizzato e non dimenticato. Benedetta Spampinato, Tiziana Puglisi.
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Benedetta Spampinato Tiziana Puglisi.

Grazie per il buio che ci regali da Viale Castagnola a Viale Bummacaro, da Viale Nitta a Viale Moncada e grazie soprattutto per l'asse attrezzato nato da appena da un anno e mai illuminato interamente Grazie per le aiuole curate a verde e grazie per la sistemazione del piazzale antistante alla (...)
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