



Il giudice Giambattista Scidà, per molti anni presidente del Tribunale per i Minori, è stato dopo Giuseppe Fava il principale protagonista della lotta ai poteri mafiosi nella città di Catania. Fin dagli anni ’80 le sue denunce circostanziate e precise sono state l’incubo di imprenditori collusi e politici corrotti. E di non poche Eccellenze del Palazzo di Giustizia...
Ammantati, Catania, di luce e di giustizia! Giovanni Paolo II
Alla fine degli anni ’70, la Giustizia di Catania continua ad essere disattenta ai reati contro la P.A. Come un giudice del Tribunale per i Minori oppone al Procuratore Generale, durante il dibattito di apertura dell’anno giudiziario 1981, proprio quei reati, che i registri dicono di diminuita frequenza, dilagano sfrontati: sono le denunce a calare di numero, per isfiducia dei cittadini nella repressione. Le cronache di quella giornata ignorano il suo lungo ed articolato intervento, nella grande sala strapiena. Speranze di rinnovamento vengono tuttavia nutrite, e tutte si concentrano sopra un gruppo di giovani magistrati – homines novi, per estrazione, censo, mentalità – che organizzati in corrente, operano nella Pretura del capoluogo; accanto al più in vista, Gennaro, c’è, con altri, D’Angelo. Nel corso dell’81, il CSM affida a quel tale giudice, a maggioranza, la direzione del TpM, balcone sulla città e le sue miserie, e tribuna dalla quale poterne fare denuncia nell’interesse dell’infanzia e dell’adolescenza. Con la sua prima relazione al Procuratore Generale, largamente diffusa, Scidà solleva la questione degli insediamenti derelitti, e dà l’allarme per la congiuntura, in fatto di criminalità, sia minorile che adulta: quell’anno è “un anno svolta” che può preludere ad involuzioni catastrofiche. Non c’è tempo da perdere: i mesi contano come anni. Ma è proprio in quello stesso anno che uno dei grandi imprenditori catanesi, da tempo investitisi di una sorta di signoria sull’organismo urbano, stipula con la Giunta municipale di Catania, dalla composizione inquietante, un audace contratto, per la edificazione, in via Crispi, di una nuova sede per la Pretura. L’opera è inutilmente avversata da Giuseppe D’Urso (direttore del Dipartimento di Urbanistica dell’Università) da Adriana Laudani (storico ma isolato personaggio del PC catanese e siciliano) da Raffaele Lombardo (in Commissione edilizia ed in Consiglio Comunale), da un gruppo di giovani architetti e da giornalisti. In agosto il Prefetto di Palermo, Dalla Chiesa, insediatosi settanta giorni prima, affida a Giorgio Bocca, per La Repubblica, un’esplosiva intervista, che appare il 10 di quel mese: a Catania c’è mafia; ed è col suo consenso che gli imprenditori catanesi prendono appalti, anche a Palermo. Dalla Chiesa viene ucciso 23 giorni dopo, dalla mafia, in quella città. Per Lombardo, il progetto Pretura offende l’ambiente con l’aspetto coloniale della facciata; lascia perplessi per l’ammontare della spesa; è stato irregolarmente finanziato; sfonda i limiti volumetrici di comparto previsti; ed implica l’abbattimento di edifici Liberty: allarmante è soprattutto che la Sovrintendenza ai beni culturali, preannunciatrice di vincoli a tutela, quando la proprietà di quegli stabili era di terzi, non ne abbia imposto nessuno dopo che questa è stata acquisita dall’imprenditore. Esposti e denunce giungono a tutti gli Uffici che avrebbero ragione di compiere accertamenti. E tutti gli occhi sono puntati, speranzosi, sui Pretori, specificatamente su Gennaro: non è possibile – scrive un giornalista – che proprio lui resti inattivo. Ma nessuno si muove. L’opera è portata a compimento con rapidità record; e l’inaugurazione, solenne, ha luogo un giorno di ottobre. Quando il Presidente del TM arriva sul luogo, con due colleghi a conoscenza del suo intento di chiedere che all’appaltatore non sia consentito di prendere la parola, il Cav. del Lavoro Finocchiaro ha già pronunciato un discorso di esaltazione dei meriti dell’imprenditoria catanese: insolente replica, da quel nuovo tempio della Giustizia, al caduto servitore della legalità.
I primi a passare alla Procura furono, credo, Gennaro e D’Angelo. Il primo ad essere eletto al CSM fu Papa (1976). Rinuncio ad esporre qui gli avvenimenti che riempirono gli anni successivi all’ ’82 (il lettore ne troverà l’elenco in una interpagina non numerata) per seguire l’opera dei due Sostituti Procuratore. Nel nuovo Ufficio essi ebbero a collega la dottoressa Anna Finocchiaro, sinchè non eletta (1987) alla Camera dei Deputati. Negli ultimi tempi del suo servizio di magistrato essa aveva avuto in cura atti riguardanti una locazione passiva contratta dall’ospedale Garibaldi (USL32): quella che ancora nel 2006 è stata ricordata su MicroMega (Travaglio e Giustolisi). Sullo scorcio del decennio la Procura attese ad affari importanti: un processo di mafia, attorno al quale si fece presto silenzio, e che a nessuno piace oggi evocare; e un processo per un grande appalto-concorso, per il centro fieristico Le Ciminiere, lungo il Viale Africa.
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Per procurarsi l’aggiudicazione di quell’appalto (spesa prevista circa 130 miliardi di lire) un imprenditore catanese da tempo molto noto aveva distribuito ingenti somme a burocrati ad amministratori elettivi ed a politici, inducendone molti a commettere, per vantaggio di lui, aperti abusi. La natura di questi ultimi, e il loro numero, rivelavano in maniera chiara e che si può dire sfrontata, la certezza del beneficiario di non correre rischi, per quanto vistosa fossa l’orma che quegli illeciti comportamenti stampavano sugli atti di pubblici uffici. Non si ingannava. Le cose andarono in realtà come egli si era mostrato certo che sarebbero andate. La Procura non lo perseguì: né quando perseguì per abuso generico, a vantaggio di lui, una dozzina di pubblici ufficiali, né successivamente alle rivelazioni che ad un certo punto egli fece, di somme date: ma date, asserì, solo perchè costrettovi, solo per non essere avversato, solo per poter lavorare. L’Ufficio fece suo quell’insostenibile costrutto, e mentre atterrò i percettori dei pagamenti sotto l’accusa di concussione, innalzò lui alla condizione di vittima, con l’effetto di attribuirgli titolo a riprendersi, in barba all’Erario, le somme sborsate per corrompere, che andavano soggette a confisca. L’enormità della conseguenza, pericolosa a molti, sul piano della responsabilità contabile, gli ispirò, pochi giorni dopo i primi arresti per concussione (fine maggio ’93), una lettera al Procuratore della Repubblica: non voleva quei danari, né risarcimento del danno; era pronto a collaborare perchè le somme sborsate potessero essere avviate dalla Procura ad altre destinazioni. Sarebbe un voler perdere tempo il soffermarsi sopra una tale rinuncia, che nessuna vera vittima di concussione farebbe mai. Allo scandalo amministrativo si era sovrapposto uno scandalo giudiziario, reso più alto, per molti catanesi, dalla identità dell’imprenditore e dalla provenienza del magistrato assegnatario dell’affare. L’imprenditore era Finocchiaro: il Finocchiaro della Pretura di Via Crispi: invulnerato allora, invulnerabile dopo di allora; e il magistrato era uno di quei pretori, passato a fare da Sostituto Procuratore della Repubblica; era il dottor D’Angelo: lui solo, sino a quando non ebbe preso a collaborare con lui un più giovane collega. Che cosa impediva alla magistratura di sfidare quell’imprenditore? I fatti di via Crispi tornarono sulla bocca di tutti e ripresero a circolare le vociferazioni di quel tempo non ancora lontano. Come scontato, Tribunale e Corte d’Appello smentirono la Procura della Repubblica (si trattava di corruzione aggravata e non di concussione). Ma l’imprenditore era morto già durante il dibattimento di primo grado, e a morte finirono per venire anche i reati, per prescrizione. La vicenda era ancora in corso quando il Procuratore della Repubblica, Alicata, ottenne di andare a presiedere la Corte d’Appello, e quando D’Angelo venne eletto al CSM (1998). Il tema Pretura di via Crispi-Centro Fieristico di viale Africa fu tabuizzato. Si vide sino a che punto quando qualcuno che nel ’96 aveva esposto i fatti al CSM per invocare in nomina di un Procuratore estraneo all’ambiente, ardì tornare (1999), sull’argomento proibito, dolendosi di non essere stato convocato.
Alicata, che come Procuratore della Repubblica ha seguito il processo di viale Africa, gestito da D’Angelo, passa ad indossare toga di ermellino, da Presidente capo della Corte d’Appello di Catania. Fra poco, D’Angelo sarà premiato dalla corrente con l’elezione al CSM, per il quadriennio ’98 – 2002. Intanto il Consiglio riceve da Catania un motivato appello, per la nomina di un successore di Alicata estraneo all’ambiente: quanto ciò sia necessario è dimostrato proprio dall’affare del centro fieristico, e dall’antecedente della nuova Pretura. In CSM siede dal ’94 Gennaro; l’autore dello scritto non viene convocato, sebbene si trovi a capo di un Ufficio Giudiziario; e mentre la nomina cade sul meno estraneo degli aspiranti (il Procuratore Aggiunto, tale già da dieci anni) minacciosi annunci di ritorsione gli giungono per coperte vie.
Sul finire di quella consiliatura il Gennaro, che ha già sistemato Catania, passa a cercare di tutelarla dal lato della Procura Repubblica di Messina, che è competente, ex articolo 11 cpp, per tutti gli affari riguardanti magistrati in servizio nel distretto etneo. Egli vuole che a capo di quell’Ufficio sia posto un veterano della procura catanese: il quale indagherebbe, all’occorrenza, su se stesso o sui propri compagni i lavoro. La manovra fallisce a causa di tempestive osservazioni critiche dello stesso ancora impunito, temerario autore del primo appello.
Egli torna ora sul tema viale Africa: perchè non lo hanno voluto sentire? Perchè non lo hanno sentito a proposito di altro affare (inconciliabili deposizio ni testimoniali di lui e di altro magistrato, ugualmente in servizio a Catania, all’udienza 09/02/1992 del Tribunale di Roma sez.VII, in processo Fava)? Ma ora, nel ’99, del Consiglio fa parte lo stesso D’Angelo, in persona. Sulla testa dell’incauto Presidente del TM si scatena una procella. La I Commissione viene persuasa a sospenderne la convocazione e a perseguirlo per incompatibilità con la funzione (è un pessimo capo dell’Ufficio) e con l’ambiente (non ha credibilità né prestigio).
La proposta di trasferimento è del 10 novembre; il 21 (l’atto non è stato ancora notificato) i proponenti le si gettano sopra, ne arrestano il cammino verso il plenum, la ridomandano indietro, con un pretesto senza gambe. La rivolta della coscienza pubblica è stata immediata e unanime: a Roma (in Commissione Antimafia); presso i Giudici Minorili di tutta Italia (giusto in quei giorni riuniti in congresso); a Catania (assemblee straripanti; migliaia di firme di protesta; pioggia di comunicati); nell’isola.Un’ispezione ministeriale, voluta dai proponenti, porta a compimento il disastro: non c’è uno solo dei contestati addebiti che non risulti privo di fondamento.
La valanga non si ferma. La Commissione Antimafia convoca l’interessato per il 7 dicembre. La situazione di Catania – egli dichiara – è tremenda.Un Procuratore Aggiunto ha comprato casa, mentre era Sostituto Procuratore, a S.Giovanni la Punta, da un mafioso, direttamente o per interposta persona; il mafioso (Rizzo Carmelo) è poi morto da tale, per mano di altri mafiosi.

Grazie per il buio che ci regali da Viale Castagnola a Viale Bummacaro, da Viale Nitta a Viale Moncada e grazie soprattutto per l'asse attrezzato nato da appena da un anno e mai illuminato interamente Grazie per le aiuole curate a verde e grazie per la sistemazione del piazzale antistante alla (...)
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