



Davide Pistani, 34 anni, volontario della Misericordia di San Leone, ha un vistoso collare medico al collo, ricordo di un piccolo incidente avuto al ritorno dal servizio in Abruzzo. Gli squilla il telefono, è il presidente della Misericordia di San Leone, l’associazione per il quale svolge il suo servizio volontario, che gli chiede di coprire un turno di servizio al centralino.
Davide, da quanto tempo vivi a Librino?
"Da circa 20 anni, avevo 14 anni quando ci siamo trasferiti in questo quartiere. Prima, con la mia famiglia, abitavamo presso la base di Maristaeli in quanto mio padre era in Marina Militare".
Com’è stato l’impatto con Librino?
"Inizialmente molto negativo. A Maristaeli avevo molte comodità, l’autobus militare mi accompagnava a scuola, mentre a Librino dovevo prendere 2 autobus. E soprattutto non conoscevo nessuno. Il primo anno è stato molto duro".
E poi?
"Poi ho cominciato a frequentare il gruppo giovanile che si era formato nella parrocchia Risurrezione iniziando a conoscere nuove persone. Dopo qualche mese alcuni amici mi hanno proposto di seguire con loro un corso alla Misericordia di San Leone, e mi sono iscritto. Poi ho anche seguito il corso OVAS (soccorritore di secondo livello) e il BLS (Basic Live Support) per la rianimazione cardiopolmonare".
Con queste competenze sei partito per l’Aquila, raccontaci questa esperienza.
"Il coordinamento di protezione civile stabilisce di volta in volta le squadre di volontari che devono partire per l’emergenza. Io sono partito il 12 aaggio con la squadra di San Leone composta da 2 autisti, 2 soccorritori, 1 medico e 1 infermiere, ci siamo uniti al gruppo (una settantina di volontari) di Catania e provincia”.
Che situazione avete trovato?
"Le persone erano sotto shock. A Tornimparte le case erano agibili al 90% e le persone andavano a casa la mattina, ma nonostante le case fossero abitabili preferivano dormire in tenda a causa dello shock. Nei giorni che sono rimasto lì ci sono state diverse scosse. Alcuni volontari avevano delle macchine proprie e abbiamo avuto la possibilità di vedere le case e anche Onna. L’Aquila era una città fantasma, solo vigili, carabinieri, nessun abitante, neppure cani o gatti. Immagina di vedere la via Etnea o via Umberto senza neanche un’anima viva".
In cosa consisteva la vostra attività?
"Appena arrivati la protezione civile ci ha assegnato una tenda e dei compiti nel campo che era composto di circa 300 persone. Io facevo servizio sanitario al pma (posto medico avanzato), in turni di 8 ore, con un medico e a un infermiere".
Il resto delle ore come le passavate?
"In un certo senso eravamo sempre in servizio. Con altri volontari, ad esempio, nel tempo libero abbiamo trovato una tenda adibita a ludoteca e abbiamo organizzato una specie di animazione per i bambini del campo".
C’è qualche episodio della tua esperienza al campo che ricordi particolarmente?
"Si, un giorno giravo tra le tende con l’infermere per la misurazione della pressione agli anziani, quasi tutti dormono in un lettino da campo. Mi ha fermato una coppia di vecchietti, lui non poteva dormire la notte perchè quando c’è stato il terremoto un muro gli è caduto addosso ed essendo dolorante non riusciva a prendere sonno nel lettino da campo. Avevano fatto richiesta per un materasso ortopedico ma ancora non era arrivato. Ho fatto un giro nei container e ho trovato un letto con doghe e materasso ancora imballato. Ho chiesto al responsabile se potevo prenderlo e abbiamo subito portato il letto alla coppia di anziani. Mi hanno ringraziato e abbracciato. Finalmente potevano dormire".
Un bilancio di questa esperienza.
"Siamo rimasti in tutto 8 giorni più 2 giorni di viaggio. Tutto era ben organizzato ma per molti della protezione civile era la prima esperienza sul campo; le esercitazioni non sono la stessa cosa della realtà. Ho trovato comunque molte persone in gamba, simpatiche e disponibili. Io credo che ci vorrà molto tempo per ricostruire. Una cosa è dare degli alloggi, altra cosa è ricostruire una città. Io credo ci vorrà molto tempo".
(La Periferica)

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