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Dodici sotto tiro. Non fateli morire di mafia e di abbandono


Calabria: almeno dodici cronisti nel mirino della ’ndrangheta e dei poteri mafiosi


9 agosto 2010, di Redazione




Chiedono di non morire di solitudine. Chiedono di essere giornalisti, di continua­re a fare bene il lavoro di raccontare, senza più il rischio di diventare “martiri”. “Presto ci spareranno addosso”, dicono. Qualcuno li ascolti. Sono giornalisti calabresi e sono “tutti esposti”. Rispondono a chi parla di intimidazioni come di medaglie al valore, a chi dice che in Calabria non si vive nel terrore e viene smentito, quaranta ore dopo, dall’ennesima minaccia di morte consegnata a domicilio. Perché così, come la pizza, è arrivato il so­lito foglietto vergato a mano dagli ultimi balordi, corredato da una bottiglia colma di benzina. Lucio Musolino l’ha trovato sul tavolo della veranda di casa a Reggio Cala­bria. Alle quattro del mattino: “Questa non è per la tua macchina, ma per te. Smettila di continuare a scrivere di ’ndrangheta, segui Paolo Pollichieni e vattene pure tu”. E sia­mo a dodici. Dodici giornalisti minacciati in Calabria dall’inizio dell’anno. Pratica­mente uno ogni due settimane. Non le avremmo mai volute leggere quel­le parole. E per come li conosciamo, questi colleghi, non le avrebbero mai volute scrivere. Non avrebbero mai voluto richiamare i “prodi” giornalisti che arrivano, danno lezioni, riempiono i taccuini delle loro imbeccate e le videocassette di “in paese non parla nessuno”, e se ne vanno via frapponendo mille chilometri. Loro rimangono, sanno quello che accade, scrivono, diventano infami. Le loro famiglie, famiglie di infami. Le loro attività – perché molti di loro non possono permettersi di vivere da giornalisti – negozi da lasciare deserti. Qualcuno ne ha scritto, il atto quotidiano online, il manifesto, il tg3, corriere.it, redat­tore sociale, affari italiani. Per il resto, il vuoto. Non esistono. Come i peccati. Ri­cacciati dentro, nel fondo più fondo della cattiva coscienza. I parlamentari Franco Laratta, Paolo Gentiloni, Giuseppe Giuliet­ti, Doris Lo Moro, Nicodemo Oliverio e Rosa Villeco Calipari chiedono al ministro Maroni di intervenire con urgenza sul “caso Calabria”. Non c’è tempo da perdere, 22 giornalisti minacciati in 30 mesi, dicono, sono davvero troppi. Ossigeno per l’infor­mazione propone di istituire il reato di con­dizionamento alla libertà di stampa, con l’aggravante del metodo minatorio. Alcuni di loro vivono sotto una blanda tutela. Volanti e gazzelle che arrivano sotto casa e alle porte delle redazioni. Si ferma­no, controllano che non ci siano pacchi so­spetti e se ne vanno. Nessuno di loro ha la scorta. “Troppo inflazionato in Calabria il ricorso a questa misura di protezione, ab­biamo pochi uomini” ci rispondono gli in­quirenti a cui chiediamo il perché. La rispo­sta non ci soddisfa, l’afflitto burocratese non basta, come non bastano più i comuni­cati di solidarietà, bisogna agire. La stampa si stampa, si stringa attorno ai colleghi di periferia. Ne parli, ne faccia par­lare. Accolga nel primo sfoglio le loro pau­re. Lo Stato sia Stato, non solo quando si contano i morti per strada. Lo Stato sia Sta­to, tolga l’elmetto dalle loro teste. Garanti­sca ai calabresi il diritto alla conoscenza. A questi cronisti “il diritto di non essere eroi”.

Roberto Rossi


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