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Dossier musica - Toccata e fuga


Scorrono tante buone note nelle vene del vulcano, ma i giovani artisti catanesi, come Vincenzo Bellini nel 1800, trovano la fortuna in giro per il mondo. E in città che cosa rimane?


13 settembre 2009, di Redazione




Il dossier è stato redatto dall’associazione "Lavori in corso", che riunisce giornalisti provenienti da Ucuntu, La periferica, I cordai, Step1, Casablanca e Catanianotizie.

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Vincenzino, inoltre, si chiamava pure Salvatore, Carmelo e Francesco. Era un catanese doc e la musica ce l’aveva nel sangue. Il padre era un insegnante di musica e il nonno pure, musicista. Subito prese a suonare, ma a Catania di spazio ce n’era poco e anche se suonava in tutti posti giusti in città appena gli fu possibile si spostò. Andò a Napoli con una borsa di studio. Lì studiò e si fece notare. E si innamorò anche. Ma il padre di lei non volle. I musicisti gente di strada sono, senza sicurezza economica, brutta gente. Dopo Napoli il nord. Lì li sanno apprezzare meglio quelli che fanno musica. E poi ancora più su, a Londra, Parigi Vienna. In Europa lo conoscevano tutti. Poi la disgrazia. Giovanissimo morì a causa di una febbre alta e di una infezione che si portava dietro. Fu seppellito a Parigi, nel cimitero delle celebrità. E dopo 40 anni ritornò a Catania, dentro una tomba, conosciuto da tutti.

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Di Bellini Catania non ne ha più conosciuti. Sono cambiati certamente i tempi e probabilmente è cambiata Catania. Proviamo a raccontarla con questo dossier. Un punto di partenza, non certo d’arrivo. Una parziale fotografia delle realtà più attive e promettenti e soprattutto alcune domande.

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Perché a Catania si sono ridotti gli spazi per suonare? Sono due le ipotesi. Da un lato i pubs danno spazio quasi esclusivamente alle cover band e pure di bassa qualità: costano poco, suonano canzoni orecchiabili e conosciute e non impegnano molto gli ascoltatori. Dall’altro il pubblico è sempre meno interessato alle novità, a conoscere realtà attraverso il live. I posti dove band locali possono suonare sono davvero pochi. Qualche nome: Lomax, La Chiave, Zo, Mercati Generali, i centri sociali Experia e Auro. Con dei distinguo, in questi posti, il gruppo locale apre i concerti di realtà provenienti da fuori. Questo permette di avere un po’ più di pubblico che però si abitua sempre meno a muoversi esclusivamente per le realtà locali. Il circolo è di quello vizioso.

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Negli anni novanta e inizio duemila in città, sia per iniziativa privata, ma anche grazie a soldi pubblici, ci sono stati tutta una serie di concerti di altissimo livello. Vedi i R.E.M con gruppo spalla i Radiohead, i Sonic Youth, i Gotan Project, Jamiroquai e molti altri ancora. Basti pensare, inoltre, all’esperienza nella vicina Misterbianco del festival Sonica: i giovanissimi Cold Play, Skunk Anansie, Patty Smith e via dicendo. Poi l’inizio della fine: un torpore che continua. Qualcosa si è mosso con EtnaFest negli anni passati (con molti se e molti ma) o con le programmazioni di realtà tipo i Mercati o Zo: ma tutto questo non basta. Qual è la conseguenza di tutto ciò? Meno concerti, meno “allenamento” all’evento live, alla capacità di ascoltare e farsi l’orecchio. Meno considerazione verso la condivisione del live. Il fenomeno, certamente, non è prettamente catanese. Qui, però, la differenza è evidente rispetto al passato. Chi ha vent’anni ora inizia da zero: e non pensa neanche che tutto questo accadeva solo qualche anno fa.

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Meno possibilità di suonare, meno concerti “importanti” da andare a sentire uguale più gruppi che producono musica: la matematica qui è un’opinione. A Catania la musica la si è sempre prodotta e in quantità e qualità migliori rispetto ad altre realtà meridionali. Basta confrontarsi con Napoli o Bari, Reggio Calabria, Palermo. Qui la scena è forte: dimentichiamo Bellini ovviamente. Ignoriamo volutamente (sottolineandone le qualità) Battiato, Denovo, Kaballà, Uzeda, Carmen Consoli, Cesare Basile, Mario Venuti... Citiamo in ambito “rock” i Diane and The Shell, gli Hc-B, gli UltraVixien, i Tellaro, i promettenti We Love Mamas. Ma, a differenza del passato, non è solo il rock ad essere protagonista. L’elettronica, con l’avvento di internet e dei laptop, si è ritagliata il suo spazio.

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Negli anni, partendo da situazioni più underground, Catania ha visto fiorire una generazione di dj e selezionatori che hanno avuto il merito di “diffondere” i suoni e beat che in tutta Europa e non solo prendevano piede: ricordate, ad esempio, le serate al Taxi Driver con Salvo Borrelli? Oggi tutto questo è più massificato e probabilmente c’è più offerta che domanda. Risultato? Un po’ di omologazione che abbassa il livello che comunque resta alto: dj internazionali fanno tappa a Catania, passando magari prima solo da Milano e Roma. Il merito va dato certamente a realtà come i Mercati Generali, Zo e gruppi autonomi che si appoggiano a queste strutture. Inoltre dj locali vanno fuori città a suonare: Blatta&Inesha in questi giorni sono in Nord America, dopo aver suonato in mezza Europa e in Giappone; Kikko Solaris ha suonato all’auditorium di Roma, in Austria, in Germania. Stesso discorso per le produzioni: non solo “selezionatori”, ma anche produttori. Non si “suona” però solo elettronica. Nei locali del centro, o in appositi party, si sono moltiplicati gli spazi per chi mette “dischi” rock, funk, black music, reggae. Nei locali del centro e non solo non manca mai un dj che propone la sua selezione: situazioni più interessanti alternate a cose monotone e ultra sentite.

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E poi? Poi ci sono realtà e movimenti meno inquadrabili. In città c’è una scena di “improvvisatori” che ruota attorno ad un combo di musicisti (“Improvvisatore Involontario”) che negli anni si è sforzata di sparigliare un po’ le carte creando, anche in questo caso, connessioni con l’estero. Avendo la voglia di scommetterci su, rischiando con situazioni di non facile fruizione, ma che destano curiosità. Altro Giezz organizzata da Andrea Pennisi di Lapis va in questa direzione. Oppure i Percussonici che uniscono il marranzano al didjeridoo suonando in giro per l’Italia ed esibendosi anche in Giappone: la Sicilia e le culture del mondo.

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La stampa in tutto questo che c’entra? C’entra, come sempre in questa città. Quella “ufficiale” la conosciamo e c’è poco altro da aggiungere. Vivere, l’ottimo inserto che più si occupava di musica e spettacoli è stato ridotto negli anni e per un periodo è anche sparito. La “piccola” fa quello che può, a suo modo: Lapis è uno strumento fondamentale senza il quale non si saprebbe cosa accade in città. Sul web vivicatania.net negli anni ha colmato, in parte, un vuoto che tutt’ora persiste. Queste due esperienze concentrano i loro sforzi nel segnalare ciò che in città avviene. Universitinforma è invece un mensile che si occupa di università ma che dedica alle realtà che fanno musica uno spazio non indifferente. Infine citiamo con piacere Fuzzine, che con tutti i limiti del caso e in maniera assolutamente naif e autoprodotta, prova a destare curiosità. A tutti loro chiediamo c’è vita su Marte?

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Come stanno dunque le cose? Perché a Catania si produce tanta musica, ma se ne suona poca dal vivo? Perché nei locali non manca mai un dj set, e nei pubs si suonano solo cover? Perché le Istituzioni latitano da tempo in maniera cronica, ad esempio, con la scarsa promozioni delle realtà locali? Di seguito le storie di alcuni dei protagonisti della “scena”, quelli che in un’estate caldissima hanno voluto e potuto raccontarci le loro storie. Tutti, anche a quelli che sappiamo esserci e che magari non siamo riusciti a sentire, sono invitati a dire la loro... rredazione@gmail.com

Rocco Rossitto


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