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“Era come vivere in campagna”


Catania: il borgo antico di Librino nei ricordi di chi non si rassegna. E fa proposte per recuperare...


19 luglio 2010, di Redazione




Ci vive da trentasei anni, tutta una vita. Ci ha portato a viverci anche suo marito Santo. Eleonora Guzzetta è librinese di na­scita e di paternità, figlia di quell’Alfio Guzzetta che tanti palcoscenici ha calcato e tanto impegno profonde per l’arte ed il suo quartiere. Ma lei, la figlia, dottoressa in Lettere Moderne con una tesi su "Le donne del fumetto" che, per i tipi di Tunuè, è di­ventato un piccolo bestseller a tre voci nel suo genere, non è da meno. Operatrice cul­turale, progettista grafica, fotografa, è fon­datrice dell’Officina Culturale (e circolo ARCI) "South Media", con cui ha portato a Catania il "bookcrossing" ed eventi letterari e cinematografici unici e preziosi. Eventi che abbracciano tutta Catania e la Sicilia, ma Librino, il borgo vecchio, è lì, nel suo cuore, nella sua quotidianità. Ed ha deciso, con un preciso e duro sfogo pubbli­cato su internet, di raccontare un pezzo di questa "storia", che nasce dalla vecchia scuola, prima "Pestalozzi" e poi plesso del­la "Brancati", ma ha un respiro profondo e mai domo. Quindi, la vecchia scuola come paradig­ma di un quartiere, dove non si è tenuto conto della socialità, dove si sono creati, con il cemento dei palazzoni dormitorio senza servizi, senza spazi comuni, l’isola­mento fra le persone, l’incomprensione, la frattura sociale fra i "vecchi librinesi" che non hanno accettato l’esproprio, lo scem­pio, e i "nuovi librinesi", che in pochi sem­brano rispettare chi in quel quartiere ci vive da sempre, da generazioni. E uno spazio di socialità potrebbe tornare ad essere (come lo era già in passato: per i genitori degli alunni, per chi la frequentava, finanche per i parrocchiani per riunioni, manifestazioni, incontri) quella scuola, che già chiusa è però stata usata come seggio elettorale, lasciando intuire che è stata la­sciata così, con tutti gli arredi, palesando il non sapere che farne da parte di chi ha tra­sferito alunni e insegnanti nel nuovo plesso. «Si potrebbe risolvere il problema della temporanea non agibilità di parte dell’edifi­cio, o comunque usare la parte ancora e co­munque agibile - dice Eleonora - ma in­vece gli incendi si sono ripetuti nelle setti­mane, anche se il fatto che i Vigili del Fuo­co siano stati chiamati è pur un segno di partecipa­zione, di attenzione, di attacca­mento». Ma non basta, ci vuole l’intervento delle istituzioni per evitare che nasca «un nuovo palazzo di cemento», o un nuovo palazzo delle poste, aggiungiamo noi, con il triste accamparsi di emarginati e tossicomani, che spesso concludono lì la loro triste esi­stenza con una siringa nel braccio. «Una "casa per le associazioni", un luogo di ritrovo per gli anziani - prosegue - non voglio proporre un utilizzo univoco, ma si eviti la perdita di questa struttura, e il suo bagaglio, anche simbolico, di memoria, e la si restituisca ai cittadini, perché la sentano nuovamente come propria, che non si sen­tano ancora e sempre più scippati». Non ci sta a veder finire e sfinire la sua terra, Eleonora, non intende barricarsi in casa e "non vivere Librino". Lo ha dimo­strato negli anni, in discorsi pubblici e scritti ben affilati, ad esempio con le lotte per le linee bus urbane (portando la voce dei librinesi anche al "Maurizio Costanzo Show", anni fa), lei, affascinante e giova­nissima "vecchia librinese" che fa parte di quella piccola minoranza ignorata dai poli­tici attratti dai grandi e facili numeri di Li­brino "nuovo". «Siamo quasi come i palestinesi - ci dice - la nostra terra è stata colonizzata in ma­niera violenta e dissennata. Si è pensato a costruire senza tener conto, e secondo me è stato un errore anche antieconomico per gli speculatori palazzinari, della vocazione agricola, e particolarmente vitivinicola, del vecchio Librino, snaturandolo. Il nostro vino, come ho scoperto, è stato decantato anche in un ditirambo di Micio Tempio, ed oggi è solo un ricordo lontano». In una Si­cilia dove, riflettiamo, il wine business sta assumendo proporzioni notevoli, il rosso li­brinese, tanto forte quanto gradevole, oggi farebbe la parte del leone. Un’occasione ir­rimediabilmente perduta. Eppure, la guardi con l’incarnato che sembra venire da lontano, il sorriso disar­mante e quegli occhi azzurri che "bucano" e inchiodano la tua attenzione, e capisci che mica per questo lei si fermerà, che mica farnetica, che mica Librino è perduto. Per­ché lei, che è librinese e si sente librinese, sa bene, con fede e analiticità, che il corso della storia si può invertire.

Roman Henry Clarke,

La Periferica


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