



Un gruppo di giovani mette su una piccola casa editrice per narrare le storie di Siani, di Fava e degli altri militanti dell’antimafia. Lo fa con uno strumento non convenzionale, il fumetto. Ma lasciamolo raccontare da loro.
GUARDA alcune tavole del fumetto
Se decidi di fare il giornalista e raccontare il Sud non puoi che dover parlare anche di politica, malaffare, estrema bellezza e passione, dolore e gioia e naturalmente anche di crimine organizzato. Questo è quello che facciamo quotidianamente con l’associazione daSud grazie anche alle pubblicazioni edite dalla Round Robin. Io, da calabrese e giornalista, provo a raccontare questo Sud, quello in cui sono vissuto e che mi piace, che odio e che amo, che vorrei tanto diventasse altro, ma che alla fine non vorrei che diventasse troppo “altro”. Incontrare Pippo Fava è stata un’esperienza unica. Un punto di riferimento importante che incarna tutto ciò per cui vale la pena vivere e lottare. Un punto di riferimento per un lavoro che forse ha ancora un senso, fare il giornalista che descrive e racconta ciò che vede senza alcun condizionamento. Pippo Fava non era solo un giornalista, era un uomo che amava raccontare la vita e descriverla assaporandone sensazioni ed essenza. La descrizione del mondo attraverso articoli, quadri, opere teatrali, poesie e sorrisi di tutti i giorni sono le cose in cui mi sono ritrovato cercando di conoscere meglio la figura di questo personaggio. Nelle giornate passate in giro per Catania, durante il periodo di ricerca che ha preceduto la stesura del fumetto, ho parlato a lungo con tante delle persone che lo hanno conosciuto. Di questo sono grato a molti, ma in particolar modo ad Elena, la figlia di Pippo, che ha deciso di raccontarmi la straordinaria figura di suo padre senza mai descrivermelo come un eroe, ma come la persona per cui tutto era un gioco, un sorriso e una storia. Elena mi ha descritto un uomo che spesso passeggiava assieme a lei per le vie della città, descrivendo il mondo che li circondava come un romanzo in cui ciascun personaggio rimane in attesa di una parte da interpretare. Ho provato diverse volte ad immaginare i giorni passati nella redazione del Giornale del Sud in un periodo complicato come potevano essere gli anni 80 a Catania. Il passaggio turbolento al mensile “I Siciliani” come unica alternativa possibile per poter dare un senso al lavoro. Tutto sempre con la consapevolezza di ciò che deve essere fatto, anche con sacrifici, ma senza mai abbandonare la serenità e il sorriso. Pippo Fava era tutto questo, un uomo risoluto, caparbio e tenace, ma anche la persona che amava giocare pensando che alla fine una soluzione ai problemi si trova sempre. Orioles mi ha raccontato di un giorno in cui alla cooperativa Radar era stata fissata una riunione importante dal Direttore. Pippo, ricorda Orioles, si presentò con circa due ore di ritardo adducendo scuse abbastanza poco credibili. Poco dopo scoprirono che il buon Direttore si era fermato a giocare a calcio per strada con dei ragazzini. La riunione si fece comunque, e il giornale uscì anche quel mese confermando l’enorme successo del lavoro di quei pochi ragazzi in redazione e del loro Direttore. Suggestioni e ricordi lontani.
(sceneggiatore)
Nel gennaio del 1984 avevo poco meno di due anni. La sera del 5 gennaio un uomo buono e onesto viene ucciso a sangue freddo, in una strada che poi, proprio per questo, finirà per prendere il suo nome: Giuseppe Fava. Una settimana prima Giuseppe detto Pippo era apparso in televisione, intervenuto in una trasmissione di Enzo Biagi per parlare di mafia. Probabilmente Pippo era stato invitato per la sua conoscenza enciclopedica dell’argomento, e bastano le poche e sintetiche domande di un impeccabile Biagi a innescare una serie di risposte che delineano la situazione dell’epoca. Questo perché Giuseppe Fava ha passato la sua vita adulta a indagare su tutto quello che la mafia era, dalle radici nel brigantaggio alle innumerevoli ramificazioni, nazionali e internazionali, di questa organizzazione criminale, ora come allora. Forse influenzato dalle tante sfaccettature di questo fenomeno, ha utilizzato i suoi talenti, ed erano tanti, per raccontare di mafia a chi volesse sapere: perché Pippo era scrittore, scriveva romanzi, poesie, testi teatrali, sceneggiature per film; perché Pippo dipingeva anche, disegnava con molti stili personaggi grotteschi e colorati. Ed era un giornalista. Tanta la sua passione che quando ha cominciato a parlare di argomenti scomodi per i suoi stessi editori, una volta allontanato ha fondato un proprio giornale, dove non potesse essere messo a tacere. Ha proseguito per poco più di un anno denunciando la situazione desolante della legalità in Sicilia negli anni ‘80, ma quando è andato in televisione forse ha alzato l’asticella, forse è andato oltre, parlando alla nazione, e nel giro di sette giorni viene assassinato. La cosa che più colpisce è la freschezza del suo discorso, se estrapolato dagli ovvi riferimenti alla contemporaneità. Tutto ciò innesca in me due pensieri. Da una parte, il tempo sembra appiattirsi e ripensare al mio percorso finora diventa più semplice: la passione per il disegno fin dall’infanzia, la decisione di iscrivermi alla Scuola del Fumetto di Milano mentre sostenevo gli esami di specialistica a Torino, i primi lavori e le prime storie disegnate, l’incontro con Round Robin. Tanti anni che sembrano perdere il loro peso quando ascolto le parole di Pippo e mi rendo conto che pochissimo è cambiato, in Italia. E qui si giunge al mio secondo pensiero. Pippo ci ha mostrato, con tanta decisione e altrettanta sorprendente leggerezza di spirito, l’importanza dell’informazione. L’importanza di comunicare la verità alle persone, di informarle su quanto succede troppo vicino a loro, in barba a chi coltiva l’ignoranza e la usa per controllare e sfruttare chi non può, e troppo spesso non vuole, comprendere il mondo intorno a sé. Con questo libro spero di contribuire a portare avanti il messaggio di Pippo, non solo cercando di rendere onore alle sue belle fattezze e al suo sorriso, ma anche mostrando i suoi atteggiamenti risoluti ma sempre venati di umanità e inquietudine creativa. Un esempio in tutto e per tutti.
(disegnatore e cosceneggiatore)
“Tu sei pazzo!”. La risposta di Danilo Chirico mi confermava che l’idea aveva le gambe per camminare. Potevo mettermi al lavoro per realizzare il primo fumetto della collana Libeccio, una serie di libri sulla vita, la testimonianza e soprattutto l’eredità di persone che si sono contraddistinte per il loro impegno contro il crimine organizzato. Era dicembre del 2008. Prima di sentire Danilo, e tramite lui gli altri amici dell’associazione daSud, avevo già fatto un’istruttoria. “Bella sfida: attraversiamo con la matita l’Italia della legalità” mi ha detto Luigi Politano, anche lui compagno di viaggio a daSud, quando gli ho proposto di coinvolgere nel progetto la casa editrice Round Robin, di cui è uno degli animatori . L’altro “consulto” l’ho fatto con Francesco Matteuzzi, che da Bologna ha accettato con entusiasmo di mettere a disposizione “della causa” le sue competenze di sceneggiatore ed esperto di fumetti. “Mi metto subito a studiare – mi ha risposto Francesco –. Mandami quello che hai su don Peppe. Nel frattempo contatto i disegnatori”. Così il viaggio è partito da Casal di Principe, la cittadina campana a cui la mafia ha sottratto il nome, il futuro e, tra le tante vittime, un uomo coraggioso e amato come don Peppe Diana. Via con le foto, le interviste, la ricerca di documenti e racconti inediti. Anche sul metodo di lavoro ci siamo trovati subito in sintonia. “L’associazione è nata per questo – dice Danilo al primo incontro per pianificare la collana –: ricostruire memoria, condivisa dal basso e non riconciliata dall’alto”. Aggiungo: “Diamo voce alle “resistenze” locali, a chi ha raccolto il testimone delle persone che racconteremo a fumetto”. Il tutto associando la centralità del valore artistico dei fumetti a una caratteristica che nell’intenzione comune è distintiva della collana Libeccio: l’approfondimento giornalistico e la rispondenza al vero di fatti, luoghi e personaggi descritti con vignette e balloon. Il nome della collana l’ha proposto Luigi: “Libeccio è un vento rigeneratore che viene dal Sud: dobbiamo dire a gran voce che il cambiamento è possibile solo se parte da lì!”. D’altro canto l’intreccio dei linguaggi è nel Dna dell’associazione daSud: dal restauro del murales di Gioiosa Jonica in memoria di Rocco Gatto alle mille performance che si incrociano nella nostra sede romana, fino ai documentari e al portale Stopndrangheta.it, l’obiettivo è di raggiungere e coinvolgere anche chi in genere non si appassiona a questi temi. Da don Diana in poi, il lavoro è ormai avviato: l’albo su Pippo Fava sarà seguito da quello su Giancarlo Siani e Natale De Grazia, e il prossimo anno sarà la volta, tra gli altri, di Libero Grassi, Lollò Cartisano e Jerry Masslo. E accanto all’attività editoriale, che vede coinvolti giovani disegnatori e professionisti affermati, il progetto Libeccio si comincia a caratterizzare per i laboratori su “fumetto e legalità” e soprattutto per la sua capacità di mettere in rete associazioni, fondazioni, addetti ai lavori e semplici cittadini accomunati dalla voglia di costruire un Paese libero dai condizionamenti mafiosi cominciando col tener viva la memoria di chi ha perso la vita per farlo. Davvero cose da pazzi.
(curatore collana Libeccio)

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