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“Fumetti per raccontare Giuseppe Fava e gli altri eroi”


Un gruppo di giovani mette su una piccola casa editrice per narrare le storie di Siani, di Fava e degli altri militanti dell’antimafia. Lo fa con uno strumento non convenzionale, il fumetto. Ma lasciamolo raccontare da loro.
- GUARDA alcune tavole del fumetto


4 maggio 2010, di Redazione




RACCONTARE IL SUD

Se decidi di fare il giornalista e racconta­re il Sud non puoi che dover parlare anche di politica, malaffare, estrema bellezza e passione, dolore e gioia e naturalmente an­che di crimine organizzato. Questo è quello che facciamo quotidianamente con l’asso­ciazione daSud grazie anche alle pubblica­zioni edite dalla Round Robin. Io, da cala­brese e giornalista, provo a raccontare que­sto Sud, quello in cui sono vissuto e che mi piace, che odio e che amo, che vorrei tanto diventasse altro, ma che alla fine non vorrei che diventasse troppo “altro”. Incontrare Pippo Fava è stata un’e­sperienza unica. Un punto di riferimento importante che incarna tutto ciò per cui vale la pena vivere e lotta­re. Un punto di ri­ferimento per un lavoro che forse ha ancora un senso, fare il giorna­lista che descrive e racconta ciò che vede senza alcun condi­zionamento. Pippo Fava non era solo un giornalista, era un uomo che amava raccontare la vita e descriverla assaporandone sensazioni ed essenza. La descrizione del mondo attraver­so articoli, quadri, opere teatrali, poesie e sorrisi di tutti i giorni sono le cose in cui mi sono ritrovato cercando di conoscere me­glio la figura di questo personaggio. Nelle giornate passate in giro per Cata­nia, duran­te il periodo di ricerca che ha pre­ceduto la stesura del fumetto, ho parlato a lungo con tante delle persone che lo hanno conosciu­to. Di questo sono grato a molti, ma in par­ticolar modo ad Elena, la figlia di Pippo, che ha deciso di raccontarmi la straordina­ria figura di suo padre senza mai descriver­melo come un eroe, ma come la persona per cui tutto era un gioco, un sorriso e una storia. Elena mi ha descritto un uomo che spesso passeggiava assieme a lei per le vie della città, descrivendo il mondo che li cir­condava come un romanzo in cui ciascun personaggio rimane in attesa di una parte da interpretare. Ho provato diverse volte ad immaginare i giorni passati nella redazione del Giornale del Sud in un periodo compli­cato come po­tevano essere gli anni 80 a Catania. Il pas­saggio turbolento al mensile “I Siciliani” come unica alternativa possibi­le per poter dare un senso al lavoro. Tutto sempre con la consapevolezza di ciò che deve essere fatto, anche con sacrifici, ma senza mai ab­bandonare la serenità e il sor­riso. Pippo Fava era tutto questo, un uomo ri­soluto, caparbio e tenace, ma anche la per­sona che amava giocare pensando che alla fine una soluzione ai problemi si trova sempre. Orioles mi ha raccontato di un giorno in cui alla cooperativa Radar era sta­ta fissata una riunione importante dal Diret­tore. Pippo, ricorda Orioles, si presen­tò con circa due ore di ritardo adducendo scuse abbastanza poco credibili. Poco dopo sco­prirono che il buon Direttore si era fer­mato a giocare a calcio per strada con dei ragaz­zini. La riunione si fece comunque, e il gior­nale uscì anche quel mese confermando l’e­norme successo del lavoro di quei pochi ra­gazzi in redazione e del loro Direttore. Suggestioni e ricordi lontani.

Luigi Politano

(sceneggiatore)

* * *

COMUNICARE LA VERITA’

Nel gennaio del 1984 avevo poco meno di due anni. La sera del 5 gennaio un uomo buono e onesto viene ucciso a sangue fred­do, in una strada che poi, proprio per que­sto, finirà per prendere il suo nome: Giu­seppe Fava. Una settimana prima Giuseppe detto Pip­po era apparso in televisione, in­tervenuto in una trasmissione di Enzo Biagi per parlare di mafia. Probabilmente Pippo era stato in­vitato per la sua conoscenza en­ciclopedica dell’argomento, e bastano le poche e sinte­tiche domande di un impecca­bile Biagi a innescare una serie di risposte che delinea­no la situazione dell’epoca. Questo perché Giuseppe Fava ha passato la sua vita adulta a indagare su tutto quello che la mafia era, dalle radici nel brigantag­gio alle innumerevoli ramificazioni, nazio­nali e internazionali, di questa organizza­zione criminale, ora come allora. Forse in­fluenzato dalle tante sfaccettature di questo fenomeno, ha utilizzato i suoi ta­lenti, ed erano tanti, per raccontare di mafia a chi volesse sapere: perché Pippo era scrit­tore, scriveva romanzi, poesie, testi teatrali, sce­neggiature per film; perché Pippo dipinge­va anche, disegnava con molti stili perso­naggi grotteschi e colorati. Ed era un giornalista. Tanta la sua passio­ne che quando ha cominciato a parlare di argomenti scomodi per i suoi stessi editori, una volta allontanato ha fondato un proprio giornale, dove non potesse essere messo a tacere. Ha proseguito per poco più di un anno denunciando la situazione desolante della legalità in Sicilia negli anni ‘80, ma quando è andato in televisione forse ha alzato l’asticella, forse è andato oltre, par­lando alla nazione, e nel giro di sette giorni viene assassinato. La cosa che più colpisce è la freschezza del suo discorso, se estrapolato dagli ovvi riferimenti alla contemporaneità. Tutto ciò innesca in me due pensieri. Da una parte, il tempo sembra appiattirsi e ripensare al mio percorso finora diventa più semplice: la passione per il disegno fin dall’infanzia, la decisione di iscrivermi alla Scuola del Fu­metto di Milano mentre soste­nevo gli esami di specialistica a To­rino, i primi lavori e le prime storie dise­gnate, l’incontro con Round Robin. Tanti anni che sembrano per­dere il loro peso quando ascolto le parole di Pippo e mi ren­do conto che pochissimo è cambiato, in Ita­lia. E qui si giunge al mio secondo pensiero. Pippo ci ha mostrato, con tanta decisione e altrettanta sorprendente leggerezza di spiri­to, l’importanza dell’informazione. L’im­portanza di comunicare la verità alle perso­ne, di informarle su quanto succede troppo vicino a loro, in barba a chi coltiva l’igno­ranza e la usa per controllare e sfruttare chi non può, e troppo spesso non vuole, com­prendere il mondo intorno a sé. Con questo libro spero di contribuire a portare avanti il messaggio di Pippo, non solo cercando di rendere onore alle sue bel­le fattezze e al suo sorriso, ma anche mo­strando i suoi atteggiamenti risoluti ma sempre venati di umanità e inquietudine creativa. Un esempio in tutto e per tutti.

Luca Ferrara

(disegnatore e cosceneggiatore)

* * *

“COSE DA PAZZI”

“Tu sei pazzo!”. La risposta di Danilo Chirico mi confermava che l’idea aveva le gambe per camminare. Potevo mettermi al lavoro per realizzare il primo fumetto della collana Libeccio, una serie di libri sulla vita, la testimonianza e soprattutto l’eredità di persone che si sono contraddistinte per il loro impegno contro il crimine organizzato. Era dicembre del 2008. Prima di sentire Danilo, e tramite lui gli altri amici dell’as­sociazione daSud, avevo già fatto un’istrut­toria. “Bella sfida: attraversiamo con la ma­tita l’Italia della legalità” mi ha detto Luigi Politano, anche lui compagno di viaggio a daSud, quando gli ho proposto di coinvolgere nel progetto la casa editrice Round Robin, di cui è uno degli animatori . L’altro “consul­to” l’ho fatto con France­sco Mat­teuzzi, che da Bo­logna ha accettato con entusiasmo di mettere a disposi­zione “della causa” le sue competenze di sceneg­giatore ed esperto di fumetti. “Mi metto subito a studiare – mi ha rispo­sto Francesco –. Man­dami quello che hai su don Peppe. Nel frat­tempo con­tatto i dise­gnatori”. Così il viaggio è partito da Casal di Prin­cipe, la cittadina campana a cui la mafia ha sottratto il nome, il futuro e, tra le tante vit­time, un uomo co­raggioso e amato come don Peppe Diana. Via con le foto, le inter­viste, la ricerca di documenti e racconti ine­diti. Anche sul metodo di lavoro ci siamo tro­vati subito in sintonia. “L’associazione è nata per questo – dice Danilo al primo in­contro per pianificare la collana –: rico­struire memoria, condivisa dal basso e non riconciliata dall’alto”. Aggiungo: “Diamo voce alle “resistenze” locali, a chi ha rac­colto il testimone delle persone che raccon­teremo a fumetto”. Il tutto associando la centralità del valore artistico dei fumetti a una caratteristica che nell’intenzione comu­ne è distintiva della collana Libeccio: l’ap­profondimento gior­nalistico e la risponden­za al vero di fatti, luoghi e personaggi de­scritti con vignette e balloon. Il nome della collana l’ha proposto Luigi: “Libeccio è un vento rigeneratore che viene dal Sud: dob­biamo dire a gran voce che il cambiamento è possibile solo se parte da lì!”. D’altro canto l’intreccio dei linguaggi è nel Dna dell’associazione da­Sud: dal restauro del murales di Gioiosa Jonica in memoria di Rocco Gatto alle mil­le performance che si incrociano nella no­stra sede romana, fino ai documentari e al portale Stopndrangheta.it, l’obiettivo è di raggiungere e coinvolgere anche chi in ge­nere non si appassiona a questi temi. Da don Diana in poi, il lavoro è ormai avviato: l’albo su Pippo Fava sarà seguito da quello su Giancarlo Siani e Natale De Grazia, e il prossimo anno sarà la volta, tra gli altri, di Libero Grassi, Lollò Cartisano e Jerry Masslo. E accanto all’attività editoria­le, che vede coinvolti giovani disegnatori e professioni­sti affermati, il progetto Libec­cio si comin­cia a caratterizzare per i labora­tori su “fu­metto e legalità” e soprattutto per la sua ca­pacità di mettere in rete associazio­ni, fon­dazioni, addetti ai lavori e semplici cittadini accomunati dalla voglia di costrui­re un Paese libero dai condizionamenti ma­fiosi cominciando col tener viva la memo­ria di chi ha perso la vita per farlo. Davvero cose da pazzi.

Raffaele Lupoli

(curatore collana Libeccio)


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