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Gano Jago e Sansonetti


L’incredibile storia di un giornalista "di sinistra" in Calabria. Gano di Maganza, politico di qualche rilievo tempo addietro, aveva le sue ragioni per odiare Orlando, Rinaldo e gli altri paladini, che pare che l’abbiano ingiustamente scavalcato in non so che intrallazzo governativo. Perciò, pur deprecando il tradimento con cui, alla fine, abbandonò Re Carlo per passare all’infedele, non possiamo fare a meno di riconoscergli qualche attenuante. Forse è stato eccessivo bollarlo come “Ganu ’u traituri”.


28 luglio 2010, di Redazione




E Jago? Povero Jago, innamorato cotto di Desdemona e inoltre giustamente incazzato con quel negraccio di Otello: altro che ammiraglio! a coltivare i campi lo dovevano mettere, quei maledetti senatori veneziani Questo nobile sentimento (che in fondo è lo stesso che il Corriere e quasi tutti i giornali “bianchi” nutrono per Obama) sarebbe stato più che compreso dai governanti veneti di ora. Ma allora purtroppo c’erano i dogi e il povero Jago è stato lasciato là a macerarsi con tutta la sua invidia e gelosia. Traditore anche lui alla fine, d’accordo: ma davvero, onestamente, lo potete condannare? Tutto questo per dire che siamo uomini di mondo, capiamo le umane debolezze e siamo ben lontani da quei furori ideologici che tanto hanno devastato il Novecento. Ma, e Sansonetti? Piero Sansonetti, giornalista rivoluzionario, guida del proletariato ribelle e nemico fierissimo di ogni padronato, è stato tempo fa, come sapete, al centro di una cause célebre nel suo tremendo partito, che era Rifondazione (ne dirigeva il giornale). I dirigenti a un certo punto, ritenendolo non del tutto in linea col partito, ne decisero la rimozione. Scoppiò un putiferio terribile (causa non ultima della scissione, o meglio dell’esplosione, di quel partito) a quale in qualche modo partecipai anch’io, indignandomi per la libertà violata di Sansonetti, per l’autoritarismo dei suoi capi e per un sacco di altre belle cose. Sansonetti a questo punto fondò un suo quotidiano, che ebbe vita brevissima trasformandosi prima in un settimanale e poi in un sito, e destò qualche interesse solo per il fatto di essere distribuito in edicola da Mondadori, teoricamente “nemica”. Il gossip si occupò di Sansonetti anche per un paio di partecipazioni a Porta a Porta che dai malevoli vennero ritenute eccessivamente benevole verso Berlusconi. Ma tutto qui. Adesso invece la notizia è tragica, e riguarda non più i salotti romani, ma l’insanguinata Calabria, terra dove non si fa gossip ma si ammazza. Riguarda il “dimissionamento” in tronco del direttore e di nove giornalisti del quotidiano Calabria Ora, segnalatosi negli ultimi tempi (v. Roberto Rossi più avanti) per varie inchieste su politici e mafiosi. Cosa non tollerata dai proprietari, Fausto Aquino e Piero Citrigno, il secondo da pochi mesi condannato (il 9 febbraio a Cosenza) per reati legati all’usura. E chi chiamano, Citrigno e Aquino, a sostituire il direttore antimafia alla testa del giornale? Chiamano Sansonetti. E cosa fa Sansonetti? Si rifiuta indignato, s’incazza, li sfida a duello alla sciabola per la tremenda offesa? No, accetta docile, con un sorriso. Piero Sansonetti è il nuovo direttore di Calabria Ora, al posto di un direttore antimafioso. Un quarto di secolo fa, il 18 giugno 1984 Piero Ostellino si installò al Corriere (allora molto vicino alla P2) al posto di un direttore antipiduista, Cavallari. Lo sfascio del giornalismo italiano secondo molti incominciò da lì, da quell’obbedienza cieca e prona ai voleri di una proprietà quanto meno oscura, che aveva appena cacciato un giornalista perbene. Ovviamente, Sansonetti proclama ora (come allora Ostellino) la propria indipendenza, la professionalità, la più assoluta autonomia. Va bene. Di fatto è là, a fare – lautamente pagato – quella parte infelice.

* * *

Non stiamo parlando di giornalismo, ma di politica. Piero Ostellino, a quei tempi, era un giornalista liberale e “borghese” che, con la sua pessima azione, mise plasticamente in luce i limiti morali ed etici di quel giornalismo “liberal”, di quella borghesia. Ma Sansonetti è un “compagno”, a lungo riconosciuto come tale. Quella che lui mette in luce è la crisi morale ed etica di una sinistra sempre più molle e sbiadita, sempre più lontana. Che oggi, drammaticamente, nella sua persona scavalca l’antimafia e il Sud, si schiera con i padroni peggiori, tradisce. Ciascuno deve esprimersi, su questo. Prima di tutto debbono esprimersi i referenti politici – fra cui Vendola – di Sansonetti. Esprimersi in maniera netta e limpida, per esempio così: “Noi del nostro partito non abbiamo più nulla a che fare con quel mascalzone di Sansonetti”. E poi tutti gli altri.

* * *

E basta così, come temi politici, per oggi. Ce ne sarebbero di drammatici, la Fiat prima di tutto, col suo attacco allo Stato – agli operai, all’Italia, alla Costituzione vigente, alle migliaia di vite bruciate a Mirafiori – non è molto inferiore, per gravità e insolenza, a quello dei brigatisti. Meriterebbe una risposta non inferiore, in termini di unità e determinazione, a quella data a costoro. Nazionalizzare d’autorità, ai sensi dell’articolo 41 della Costituzione: non c’è altra risposta possibile – seria – a questo attacco. Ci sono forze politiche disposte a tanto? O tutto dev’essere sempre e solo polvere di discorsi, “por ablandarlos”, demagogia?

Riccardo Orioles


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