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Governo antimafia, dico io


E’ vero. Sa di muffa, il governo tecnico. Ma potrebbe anche sapere di rivoluzione civile. Di grande progetto di liberazione del paese. Immaginate per esempio un governo tecnico per combattere la mafia, ossia tutte le organizzazioni mafiose e quelle simili. Che si ponga fondamentalmente questo scopo. Partendo dalla consapevolezza (ri­voluzionaria) che è questo oggi il primo grande problema del paese.


9 agosto 2010, di Redazione




Un’economia divorata dai capi­tali spor­chi, una politica sfregiata dagli interessi cri­minali nei consigli co­munali e in parlamen­to, un ambiente deva­stato da ri­fiuti tossici gettati in mare, nelle aree agri­cole o sotto le nuove costruzioni, professio­ni inquinate dai facili guadagni, la sanità come bottino di guerra e mica solo in Cala­bria, soldi sottrat­ti a sicurezza e cultura per buttarli nelle fauci dei lavori pubblici di cricche e clan. E il bilancio dello Stato. E la finanza. E l’in­formazione, sissignori pure lei. Un governo tecnico che faccia in ogni campo tutto quel che serve a liberarci final­mente da questo aspirante esercito di occu­pazione, o a farlo arretrare, a non promet­tergli più un’Italia-eldorado da conquistare senza fatica. Fino alla fine della legislatura, perchè il governo Berlusconi è cotto, senza onore e non ha più la maggioranza. Tutto quel che serve. Nella sicurezza, nella giustizia, nella programmazione e ge­stione dei lavori pubblici, nella tutela del­l’ambiente e del paesaggio, nelle politiche fiscali, nella scuola. Che fissi anche qual­che vincolo alle politiche sanitarie delle re­gioni nell’interesse superiore della nazione. E che intervenga nell’amministrazione del­la cosa pubblica e nell’esercizio della de­mocrazia rappresentativa. Immaginiamo, solo per fare qualche esempio: una legge per sveltire i tempi dei processi e che filtri i ricorsi in Cassazione; un’altra che introduca l’obbligo del certifi­cato antimafia per i lavori di movimento terra (finora incredibilmente esenti); una per vietare concessioni, convenzioni e con­sulenze a imprese e studi professionali ri­conducibili ai parenti degli amministratori che le decidono; una per reintrodurre i con­corsi per i segretari comunali (oggi “di fi­ducia” dei sindaci) e ridare poteri di con­trollo ai consigli comunali; una per cancel­lare la legge elettorale-porcata, a partire dalle liste bloccate. Una per riempire di maestri di strada i quartieri dell’abbandono e della devianza minorile. Eccetera. E poi i provvedimenti che non hanno bisogno di leggi particolari. I soldi a sicurezza, giustizia e istruzione. E basta invece con il Ponte, basta con i grandi eventi. Dare i soldi per l’Aquila agli aquila­ni, con ferreo controllo centrale (una bella white list) sulle imprese. E via i disinfor­matori di regime, a partire da chi usò il suo tiggì per definire “minchiate” (da cui l’eter­no diritto all’appellativo di minchiolini) le affermazioni di Gaspare Spatuzza. Di nuo­vo eccetera. Davvero un governo tecnico così sarebbe il ritorno della vecchia politica? Il proble­ma è semmai un altro: avrebbe un governo del genere una maggioranza parlamentare? Perché sarebbe assai grave sapere (e fare sapere al mondo) che il parlamento non de­sidera un governo intenzionato a combatte­re la mafia; e non desidera ripulire l’imma­gine dell’Italia, oggi considerata - piaccia o no - il principale principio di infezione del sistema occidentale. Certo un governo così dovrebbe sapere rappresentare tutte le aree politico-culturali presenti in parlamento. Ma è così difficile? Possiamo mai immaginare che non ci siano persone di destra e sinistra di valore e one­ste, considerate tali dal presidente della Re­pubblica e dal suo primo ministro incarica­to, intendiamoci, non certo dai partiti, visto che se no arrivano i giudici costituzionali “avvicinabili” da un Lombardi qualsiasi? E’ una duplice scommessa. Di là un par­lamento che dopo le umiliazioni che la po­litica si è autoinflitta senta il bisogno di ri­scattare se stesso con un obiettivo superio­re, di interesse nazionale, e di esaltare la propria capacità di selezionare al rialzo la classe di governo. Di qua un elettorato che, in nome di quel­l’obiettivo comune, esprima la saggezza collettiva di rinunciare su più piani a rifor­me “di destra” o “di sinistra” e accetti il semplice e pulito buon governo (il quale però sarebbe già in sé una riforma...). Obiettivo troppo ristretto? Troppo ambi­zioso? L’unica cosa certa è che il paese ne ha un bisogno estremo. Se qualcuno ha ge­nio e coraggio li tiri fuori.

Nando dalla Chiesa

www.nandodallachiesa.it


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