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I cristiani perseguitati di Siracusa


La Comunità di Bosco Minniti respinge le accuse assurde che sono piovute addosso a chi da anni combatte a fianco dei migranti, denun­ciando gli atteggiamenti ostili e ambigui di buona parte delle istituzio­ni. “Se seguire gli insegnamenti cristiani è reato, allora colpevoli siamo tutti noi”


19 febbraio 2010, di Redazione




Di cosa viene accusato padre Carlo? A parte le fantasiose accuse di essere a capo di un’organizzazione ramificata, di favori­re lo sfruttamento della prostituzione, di ridu­zione in schiavitù, l’accusa che con più in­sistenza viene addebitata è il falso ideologi­co, cioè di aver firmato dei certificati di do­micilio o ospitalità in parrocchia per mi­granti che poi andavano via e quindi non erano di fatto ospiti presso la casa del par­roco. Nella sua chiesa con il portone aperto sulla strada, sono entrati e passati dai 15 ai 18 mila migranti in questi dodici anni. Un afflusso enorme motivato dal fat­to che, così come altre parrocchie o strut­ture Cari­tas in tutta Italia, anche questa chiesa di periferia era un punto di riferi­mento per coloro che le istituzioni hanno sempre la­sciato e conti­nuano a lasciare in totale ab­bandono. Esseri umani, spaventati da una stretta razzista im­pressa dal gover­no nei loro confronti. Gen­te sfuggita a massacri, fame, orrore, in que­sta parroc­chia si è ri­messa in cammino, è ripartita. Cos’è l’elezione di domicilio? Per chi non lo sapesse è l’unica maniera per acce­dere al servizio sanitario, l’unica maniera per andare in Questura e chiedere di avvia­re le pratiche per valutare la propria posi­zione in Italia, compresa la richiesta d’asi­lo. Senza quello ti avvii lentamente verso la clandestinità, mentre i tuoi sfruttatori fan­no sentire i propri risolini di felicità dalle cam­pagne, dai cantieri edili, dai mercati orto­frutticoli, da vari ambiti produttivi sparsi in tutta Italia. Padre Carlo ha aperto la porta della sua umanità, non chiedendo a chi bus­sava quale fosse il suo patentino morale. Se qualcuno dei 15-18 mila ospi­ti, una volta andato via da qui sia finito in qualche giro poco losco a Napoli o in altre parti d’Italia, questo non lo si può sapere, a meno che non si pensi che sia possibile controllare e seguire la vita quotidiana di un tal numero di persone. È chiaro che può accadere che qualcuno ritorna per l’appun­tamento in Questura o per suoi motivi per­sonali e ma­gari passa dalla parrocchia, accompagnan­do una ragazza che dice essere la cugina o la fidanzata e ha bisogno del domicilio per recarsi presso l’Ufficio Im­migrazione della Questura. Spesso Anto­nio De Carlo, collaboratore della parroc­chia, sospettava si trattasse di prostitute e rifiutava il domicilio, ma altre volte imma­gino non sia stato facile accor­gersi di ciò. Possiamo parlare di superficia­lità o inge­nuità, ma la malafede, la compli­cità, in questa parrocchia davvero è qualco­sa che stona, stride con una storia di acco­glienza volontaria, di sacrificio, di lot­ta dura in mezzo ad un deserto o, peggio, in mezzo ad un mare pieno di pirati pronti ad assal­tare la nave. Da cosa nasce tutto ciò? Non risultano movimenti di denaro (l’accusa, per il colla­boratore di don Carlo e per l’avvocato, par­la infatti anche di enormi quantità di soldi incassati in cambio di permessi), chi cono­sce gli accusati si rende conto che la loro non è mai stata una vita agiata, non risulta­no prove documentali schiaccianti, ma solo prove testimoniali (con testimo­nianze la cui attendibilità ci si augura sia di­mostrata) e intercettazioni da contestua­lizzare e da chiarire meglio di come ha fat­to in tv il procuratore della Repubblica di Ca­tania, D’Agata, che ha utilizzato erro­neamente il termine “carta di soggiorno” in luogo di “certificato di domicilio”. C’è molta differenza tra i due termini, perché se si parla di carta di soggiorno fal­sa, allo­ra si sarebbe dovuto contestare an­che il reato di contraffazione, dato che la carta di soggiorno può essere rilasciata solo dagli uffici competenti facenti capo al Ministero dell’Interno. La magistratura, ad ogni modo, farà il suo corso, ma mi auguro che non lo faccia con l’atteggiamento di chi vuole per forza condannare qualcuno. Le parole usate dal procuratore D’Agata (nell’intervista trasmessa da Telecolor) hanno irritato e deluso tante persone. Il garantismo che egli ha usato per se stesso su accuse a cui nessuno di noi aveva creduto non vale quando ad essere sotto accusa sono gli altri? Il suo sorriso, la sua certezza che si tratta di prove da cui è impossibile discolparsi, la sua convinzione che l’umanità di questa comunità e della sua guida fosse solo un “paravento” per loschi traffici, tutto ciò è inopportuno per chi dovrebbe usare la pre­sunzione di innocenza come principio guida, ed è offensivo per tutti coloro che in quella parrocchia, ogni giorno, da anni co­struiscono una società nuova, fatta di soli­darietà, tolleranza, accoglienza vera, non legata a circuiti economici, ma ad uno spi­rito di fratellanza e di accompagnamento di chi è rimasto indietro verso un futuro di in­clusione. Di certo in tutta questa vicenda c’è che da qualche anno la parrocchia è osteggiata da istituzioni ottuse, da tutti co­loro che vor­rebbero svuotare la città dagli immigra­ti, tranne quando servono per lavorare in nero e fare risparmiare il costo della manodope­ra a qualche nuovo padrone schiavi­sta. Una parrocchia scomoda, un prete sco­modo, considerato sovversivo solo perché vive l’essenza dell’essere prete, vale a dire stare in mezzo ai poveri, agli ultimi, a co­loro che la società tratta da reietti. Proprio qualche giorno prima dell’arre­sto, padre Carlo aveva inviato alla Procura della Repubblica e alla Questura di Siracu­sa un esposto per ottenere chiarimenti sul­l’atteggiamento ostile e sulle richieste basa­te non su leggi ma sul “si ritiene opportu­no” che un dirigente del locale Ufficio im­migrazione continuava a indirizzare alla parrocchia. Esposto che trovate, nella sua versione integrale, su www.ilmegafo­no.org. Leggendolo molte più cose vi saranno chiare. Intanto, per fortuna, c’è tantissima solidarietà attor­no alla comunità di Bosco Minniti. Non solo le associazioni, la Curia, molti giorna­listi, registi teatrali, ma anche semplici cit­tadini di ogni zona della città e anche di al­tre città d’Italia. Da ogni luogo arrivano messaggi di solidarietà, ovviamen­te anche dai tanti immigrati passati da qui, che si dicono scioccati da queste accu­se, le respingono, lo vorrebbero urlare al mondo, ma non si fidano dei giornalisti (“quelli poi cambiano le tue parole, meglio lasciar stare”, mi dicono Ismail e Junior). Non possono accettare che quanti li hanno aiutati gratuitamente passino per mostri. C’è scoramento, c’è paura per il futuro. Ma bisogna andare avanti fiduciosi. Per­ché tutto questo castello di sabbia crollerà. Dobbiamo aver fiducia nella magistratura, nonostante tutto, anche se siamo consape­voli che non c’è bisogno delle sentenze per conoscere l’innocenza di chi da sem­pre an­tepone l’aiuto agli altri alla propria stessa vita, senza ritorni economici, condu­cendo vite dure, fatte di lavoro e non di agi. Per queste persone, per tutti coloro che ad esse somigliano, per le idee in cui la gente migliore di questo Paese crede, allo­ra c’è davvero la necessità di dichiararci tutti colpevoli, colpevoli di solidarietà, perché tra chi condivide questo destino di campo e questa idea di mondo, senza divi­se e pol­trone dorate, non possono esserci distinzio­ni.

Massimiliano Perna

ilmegafono.org


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