



La Comunità di Bosco Minniti respinge le accuse assurde che sono piovute addosso a chi da anni combatte a fianco dei migranti, denunciando gli atteggiamenti ostili e ambigui di buona parte delle istituzioni. “Se seguire gli insegnamenti cristiani è reato, allora colpevoli siamo tutti noi”
Di cosa viene accusato padre Carlo? A parte le fantasiose accuse di essere a capo di un’organizzazione ramificata, di favorire lo sfruttamento della prostituzione, di riduzione in schiavitù, l’accusa che con più insistenza viene addebitata è il falso ideologico, cioè di aver firmato dei certificati di domicilio o ospitalità in parrocchia per migranti che poi andavano via e quindi non erano di fatto ospiti presso la casa del parroco. Nella sua chiesa con il portone aperto sulla strada, sono entrati e passati dai 15 ai 18 mila migranti in questi dodici anni. Un afflusso enorme motivato dal fatto che, così come altre parrocchie o strutture Caritas in tutta Italia, anche questa chiesa di periferia era un punto di riferimento per coloro che le istituzioni hanno sempre lasciato e continuano a lasciare in totale abbandono. Esseri umani, spaventati da una stretta razzista impressa dal governo nei loro confronti. Gente sfuggita a massacri, fame, orrore, in questa parrocchia si è rimessa in cammino, è ripartita. Cos’è l’elezione di domicilio? Per chi non lo sapesse è l’unica maniera per accedere al servizio sanitario, l’unica maniera per andare in Questura e chiedere di avviare le pratiche per valutare la propria posizione in Italia, compresa la richiesta d’asilo. Senza quello ti avvii lentamente verso la clandestinità, mentre i tuoi sfruttatori fanno sentire i propri risolini di felicità dalle campagne, dai cantieri edili, dai mercati ortofrutticoli, da vari ambiti produttivi sparsi in tutta Italia. Padre Carlo ha aperto la porta della sua umanità, non chiedendo a chi bussava quale fosse il suo patentino morale. Se qualcuno dei 15-18 mila ospiti, una volta andato via da qui sia finito in qualche giro poco losco a Napoli o in altre parti d’Italia, questo non lo si può sapere, a meno che non si pensi che sia possibile controllare e seguire la vita quotidiana di un tal numero di persone. È chiaro che può accadere che qualcuno ritorna per l’appuntamento in Questura o per suoi motivi personali e magari passa dalla parrocchia, accompagnando una ragazza che dice essere la cugina o la fidanzata e ha bisogno del domicilio per recarsi presso l’Ufficio Immigrazione della Questura. Spesso Antonio De Carlo, collaboratore della parrocchia, sospettava si trattasse di prostitute e rifiutava il domicilio, ma altre volte immagino non sia stato facile accorgersi di ciò. Possiamo parlare di superficialità o ingenuità, ma la malafede, la complicità, in questa parrocchia davvero è qualcosa che stona, stride con una storia di accoglienza volontaria, di sacrificio, di lotta dura in mezzo ad un deserto o, peggio, in mezzo ad un mare pieno di pirati pronti ad assaltare la nave. Da cosa nasce tutto ciò? Non risultano movimenti di denaro (l’accusa, per il collaboratore di don Carlo e per l’avvocato, parla infatti anche di enormi quantità di soldi incassati in cambio di permessi), chi conosce gli accusati si rende conto che la loro non è mai stata una vita agiata, non risultano prove documentali schiaccianti, ma solo prove testimoniali (con testimonianze la cui attendibilità ci si augura sia dimostrata) e intercettazioni da contestualizzare e da chiarire meglio di come ha fatto in tv il procuratore della Repubblica di Catania, D’Agata, che ha utilizzato erroneamente il termine “carta di soggiorno” in luogo di “certificato di domicilio”. C’è molta differenza tra i due termini, perché se si parla di carta di soggiorno falsa, allora si sarebbe dovuto contestare anche il reato di contraffazione, dato che la carta di soggiorno può essere rilasciata solo dagli uffici competenti facenti capo al Ministero dell’Interno. La magistratura, ad ogni modo, farà il suo corso, ma mi auguro che non lo faccia con l’atteggiamento di chi vuole per forza condannare qualcuno. Le parole usate dal procuratore D’Agata (nell’intervista trasmessa da Telecolor) hanno irritato e deluso tante persone. Il garantismo che egli ha usato per se stesso su accuse a cui nessuno di noi aveva creduto non vale quando ad essere sotto accusa sono gli altri? Il suo sorriso, la sua certezza che si tratta di prove da cui è impossibile discolparsi, la sua convinzione che l’umanità di questa comunità e della sua guida fosse solo un “paravento” per loschi traffici, tutto ciò è inopportuno per chi dovrebbe usare la presunzione di innocenza come principio guida, ed è offensivo per tutti coloro che in quella parrocchia, ogni giorno, da anni costruiscono una società nuova, fatta di solidarietà, tolleranza, accoglienza vera, non legata a circuiti economici, ma ad uno spirito di fratellanza e di accompagnamento di chi è rimasto indietro verso un futuro di inclusione. Di certo in tutta questa vicenda c’è che da qualche anno la parrocchia è osteggiata da istituzioni ottuse, da tutti coloro che vorrebbero svuotare la città dagli immigrati, tranne quando servono per lavorare in nero e fare risparmiare il costo della manodopera a qualche nuovo padrone schiavista. Una parrocchia scomoda, un prete scomodo, considerato sovversivo solo perché vive l’essenza dell’essere prete, vale a dire stare in mezzo ai poveri, agli ultimi, a coloro che la società tratta da reietti. Proprio qualche giorno prima dell’arresto, padre Carlo aveva inviato alla Procura della Repubblica e alla Questura di Siracusa un esposto per ottenere chiarimenti sull’atteggiamento ostile e sulle richieste basate non su leggi ma sul “si ritiene opportuno” che un dirigente del locale Ufficio immigrazione continuava a indirizzare alla parrocchia. Esposto che trovate, nella sua versione integrale, su www.ilmegafono.org. Leggendolo molte più cose vi saranno chiare. Intanto, per fortuna, c’è tantissima solidarietà attorno alla comunità di Bosco Minniti. Non solo le associazioni, la Curia, molti giornalisti, registi teatrali, ma anche semplici cittadini di ogni zona della città e anche di altre città d’Italia. Da ogni luogo arrivano messaggi di solidarietà, ovviamente anche dai tanti immigrati passati da qui, che si dicono scioccati da queste accuse, le respingono, lo vorrebbero urlare al mondo, ma non si fidano dei giornalisti (“quelli poi cambiano le tue parole, meglio lasciar stare”, mi dicono Ismail e Junior). Non possono accettare che quanti li hanno aiutati gratuitamente passino per mostri. C’è scoramento, c’è paura per il futuro. Ma bisogna andare avanti fiduciosi. Perché tutto questo castello di sabbia crollerà. Dobbiamo aver fiducia nella magistratura, nonostante tutto, anche se siamo consapevoli che non c’è bisogno delle sentenze per conoscere l’innocenza di chi da sempre antepone l’aiuto agli altri alla propria stessa vita, senza ritorni economici, conducendo vite dure, fatte di lavoro e non di agi. Per queste persone, per tutti coloro che ad esse somigliano, per le idee in cui la gente migliore di questo Paese crede, allora c’è davvero la necessità di dichiararci tutti colpevoli, colpevoli di solidarietà, perché tra chi condivide questo destino di campo e questa idea di mondo, senza divise e poltrone dorate, non possono esserci distinzioni.
ilmegafono.org

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