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Il 20 per cento dell’Italia


Rispondeva col sorriso di venti Nazio­nali senza filtro al giorno: «La mafia è l’e­conomia! Le imprese sono la mafia!» Il compagno P era il nostro migliore amico, di noi sedicenni e ventenni che ai piedi dell’Etna cominciavamo a muoverci civi­camente attorno a una vecchia sede di par­tito coi maldipancia di un foglio fotoco­piato e distribuito gratuitamente per le vie del paese. Il compagno P era un comunista che ne­gli anni Cinquanta s’era dovuto prendere pure qualche pallottola, manifestando in mezza Sicilia per l’applicazione della ri­forma agraria. Il compagno P, buonanima, lo accompagnammo al cimitero con le bandiere rosse. E non capivamo se i nostri paesani il segno della croce se lo facevano perché passava il suo feretro o per “l’orri­pilante” vista di quei drappi a mezz’asta portati in processione lungo il corso.


2 agosto 2011, di Redazione




Il compagno P aveva il gusto del para­dosso e ci piaceva per questo. Amava ri­dere e sorridere di sé e dei suoi discorsi. E anche quella frase la fece scivolare sorri­dendo, quasi a proteggerci da una realtà che dava poco spazio alla speranza di cambiamento. Noi accoglievano con lo stesso sorriso e pensavamo che esageras­se, come sempre. Non doveva avere del tutto torto, invece, in quell’angolo di Sici­lia orientale dove più che in ogni altra parte d’Italia, la ma­fia aveva da sempre assunto le fattezze dell’impresa capitali­stica. Il 20% del Pil. Sarebbe questo l’equiva­lente della ricchezza che le mafie con il loro operato farebbero perdere ogni anno alla Sicilia, alla Calabria, alla Campania e alla Puglia. La stima è della Commissione parla­mentare antimafia che lo scorso 17 mag­gio ha presentato la relazione di metà legi­slatura. Stando ai dati diffusi dal president­e Giuseppe Pisanu, un terzo delle im­prese meridionali subisce una qualche in­fluenza mafiosa, con un picco del 53% in Calabria. «Gli investimenti e le speculazioni ma­fiose – ha dichiarato Pisanu – giungono in ogni settore di attività del Mezzogiorno e si confondono sempre più con l’economia legale.» Che la mafia sia un operatore economi­co del Paese è conoscenza acquisita da ol­tre trent’anni. uno degli studi più interes­santi a riguardo è «La mafia imprenditri­ce» (Saggiatore) di Pino Arlacchi. La pri­ma edizione è del 1983. Già allora, mentre l’Italia aveva appena cominciato a interessarsi della barbarie mafiosa, il sociologo teorizzava il muta­mento in senso imprenditoriale della cri­minalità organizzata negli anni Settanta come un intervento necessario alle cosche per mantenere il loro potere sociale, in ri­sposta alle spinte di modernizzazione in­tercorse in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta. In poche parole, la mafia si reinventava impresa nel momento in cui cominciava a venir meno il suo classico potere di me­diazione sociale e di protezione, principa­le fonte di prestigio e consenso dei vecchi padrini. Secondo questa lettura, quindi, quella imprenditoriale non è solo una delle tante manifestazioni, seppur importante, di un fenomeno più complesso e articolato; ne diventa piuttosto l’anima, l’unico modo per mantenere forte il potere nel territorio e conservare i privilegi. Tutto questo, introducendo nel mercato il metodo della violenza; uno strumento che in un contesto di rapporti commercia­li, assieme all’enorme disponibilità dei ca­pitali assunti col narcotraffico, finisce per essere un vantaggio competitivo talmente forte da facilitare la formazione di mono­poli nei settori economici nei quali la ma­fia decide di investire. Con un grave dan­no per la libera concorrenza e in termini di sviluppo economico. Scrive Arlacchi: «Secondo noi, anche adottando la versione più precisa e restrit­tiva del concetto di imprenditore, quella di Schumpeter, che identifica la figura del­l’imprenditore con quella dell’innovatore, è possibile far rientrare a pieno titolo mol­ti mafiosi nella categoria. I mafiosi im­prenditori hanno, infatti, introdotto inno­vazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste inno­vazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nell’organizzazione aziendale del lavoro e nella conduzione degli affari esterni dell’impresa. L’incor­porazione del metodo mafioso nella pro­duzione di merci e servizi ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche.» Si spiega così quel 20% di Pil di manca­to sviluppo. Si spiega così, in un contesto economico drogato dall’assistenzialismo, il forte legame tra mafia imprenditrice e politica locale. E Si spiega così, forse, an­che l’ironico disincanto del compianto compagno P.

Roberto Rossi

Azione nonviolenta


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