



Rispondeva col sorriso di venti Nazionali senza filtro al giorno: «La mafia è l’economia! Le imprese sono la mafia!» Il compagno P era il nostro migliore amico, di noi sedicenni e ventenni che ai piedi dell’Etna cominciavamo a muoverci civicamente attorno a una vecchia sede di partito coi maldipancia di un foglio fotocopiato e distribuito gratuitamente per le vie del paese. Il compagno P era un comunista che negli anni Cinquanta s’era dovuto prendere pure qualche pallottola, manifestando in mezza Sicilia per l’applicazione della riforma agraria. Il compagno P, buonanima, lo accompagnammo al cimitero con le bandiere rosse. E non capivamo se i nostri paesani il segno della croce se lo facevano perché passava il suo feretro o per “l’orripilante” vista di quei drappi a mezz’asta portati in processione lungo il corso.
Il compagno P aveva il gusto del paradosso e ci piaceva per questo. Amava ridere e sorridere di sé e dei suoi discorsi. E anche quella frase la fece scivolare sorridendo, quasi a proteggerci da una realtà che dava poco spazio alla speranza di cambiamento. Noi accoglievano con lo stesso sorriso e pensavamo che esagerasse, come sempre. Non doveva avere del tutto torto, invece, in quell’angolo di Sicilia orientale dove più che in ogni altra parte d’Italia, la mafia aveva da sempre assunto le fattezze dell’impresa capitalistica. Il 20% del Pil. Sarebbe questo l’equivalente della ricchezza che le mafie con il loro operato farebbero perdere ogni anno alla Sicilia, alla Calabria, alla Campania e alla Puglia. La stima è della Commissione parlamentare antimafia che lo scorso 17 maggio ha presentato la relazione di metà legislatura. Stando ai dati diffusi dal presidente Giuseppe Pisanu, un terzo delle imprese meridionali subisce una qualche influenza mafiosa, con un picco del 53% in Calabria. «Gli investimenti e le speculazioni mafiose – ha dichiarato Pisanu – giungono in ogni settore di attività del Mezzogiorno e si confondono sempre più con l’economia legale.» Che la mafia sia un operatore economico del Paese è conoscenza acquisita da oltre trent’anni. uno degli studi più interessanti a riguardo è «La mafia imprenditrice» (Saggiatore) di Pino Arlacchi. La prima edizione è del 1983. Già allora, mentre l’Italia aveva appena cominciato a interessarsi della barbarie mafiosa, il sociologo teorizzava il mutamento in senso imprenditoriale della criminalità organizzata negli anni Settanta come un intervento necessario alle cosche per mantenere il loro potere sociale, in risposta alle spinte di modernizzazione intercorse in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta. In poche parole, la mafia si reinventava impresa nel momento in cui cominciava a venir meno il suo classico potere di mediazione sociale e di protezione, principale fonte di prestigio e consenso dei vecchi padrini. Secondo questa lettura, quindi, quella imprenditoriale non è solo una delle tante manifestazioni, seppur importante, di un fenomeno più complesso e articolato; ne diventa piuttosto l’anima, l’unico modo per mantenere forte il potere nel territorio e conservare i privilegi. Tutto questo, introducendo nel mercato il metodo della violenza; uno strumento che in un contesto di rapporti commerciali, assieme all’enorme disponibilità dei capitali assunti col narcotraffico, finisce per essere un vantaggio competitivo talmente forte da facilitare la formazione di monopoli nei settori economici nei quali la mafia decide di investire. Con un grave danno per la libera concorrenza e in termini di sviluppo economico. Scrive Arlacchi: «Secondo noi, anche adottando la versione più precisa e restrittiva del concetto di imprenditore, quella di Schumpeter, che identifica la figura dell’imprenditore con quella dell’innovatore, è possibile far rientrare a pieno titolo molti mafiosi nella categoria. I mafiosi imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nell’organizzazione aziendale del lavoro e nella conduzione degli affari esterni dell’impresa. L’incorporazione del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche.» Si spiega così quel 20% di Pil di mancato sviluppo. Si spiega così, in un contesto economico drogato dall’assistenzialismo, il forte legame tra mafia imprenditrice e politica locale. E Si spiega così, forse, anche l’ironico disincanto del compianto compagno P.
Azione nonviolenta

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