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Il Ponte e il ricatto del lavoro


“No Ponte” non deve diventare un movimento di “ricchi” contro i poveri. Perciò bisogna...


19 luglio 2010, di Redazione




Stanno trivellando entrambe le sponde dello Stretto. Una barca va su e giù per il monitoraggio ambientale, il cui costo totale ammonta a 29 milioni di euro. Da dicembre hanno deciso di spostare un binario nei pressi di Cannitello,sponda calabrese: de­scriverà una curva anziché una retta. Ai contribuenti costerà 30 milioni di euro. Le trivelle dovranno fornire informazioni ulte­riori alla progettazione finale, un processo pluridecennale che è già costato un mare di denaro pubblico. La situazione (in tempo di tagli ai servi­zi essenziali) è molto grave. Non si tratta di un bluff né di un atto di propaganda eletto­rale ma di un sistema che prevede il trasfe­rimento dei soldi della collettività a pochi soggetti privati, che poi ridistribui­scono le briciole ai più poveri, spessocolle­gati in maniera clientelare ai grandi deciso­ri. In una situazione “normale”, è facile eti­chettare questo meccanismo come spreco e disprezzare chi si vende per poco. In un tempo ordinario è possibile evidenziare che i posti di lavoro creati saranno pochi e tem­poranei. Ma nei giorni della crisi, anche po­chi posti di lavoro saranno una manna dal cielo. Anche un incarico temporaneo signi­fica andare avanti per qualche settimana. Gli stessi accordi con le università vogliono lanciare un chiaro messaggio: non saranno coinvolti solo carpentieri e ingegneri, ma anche tanti “disoccupati intellettuali”. Non capire città allo stremo – come quelle dello Stretto – e pronte a emigrare in massa, spe­cie nei settori popolari, significherebbe in breve tempo trasformare il movimento in un circolo di benestanti sensibili assediati da folle di bisognosi. Il movimento No Ponte ha avuto fin dal­l’inizio una forte componente ambientali­sta, già da tempo collegata ad altre sensibi­lità più marcatamente sociali. Bisogna, pero`, riflettere su cosa è diventato certo ambientalismo. I dirigenti di Anas e “Stret­tao di Messina” non odiano le tematiche “verdi”. Hanno capito che la cura del pae­saggio può essere una ulteriore voce di spe­sa (tra l’ altro è molto più facile studiare i cetacei che mettere in piedi i piloni sul mare) molto consistente. Può essere il modo per introdurre ulteriori opere com­pensative che coprano il disastro e distri­buiscano ulteriore denaro, anche attraverso studi, sopralluoghi, rapporti. Si tratta di un meccanismo ormai sperimentato per tante opere infrastrutturali. Tutto il processo sarà molto lento e terri­bilmente inefficiente. Dal progetto ai lavori preliminari fino alle fasi successive. Come è avvenuto anche in passato. La lentezza servira` anche a rafforzare il classico luogo comune (“tanto non lo faranno mai”) che indebolisce il movimento contro il mostro sullo Stretto. Nessuno avrà fretta, né i ric­chi e ovviamente nemmeno i poveri,perché i posti di lavoro temporanei potranno essere più duraturi grazie a un meccanismo che non funziona bene. Per questo sarà poco utile rinfacciare lentezze ed errori che sono connaturati al sistema. Più il processo sarà lungo, più guadagneranno i politici, il gene­ral contractor e tutti gli altri. Persino le azioni di disturbo, quelle che potranno ral­lentare l’iter, come i ricorsi, non saranno vi­sti come problemi. Discorso diverso – inve­ce – per tutto quelloche potrà bloccare il processo. La manifestazione nazionale No Ponte del 19 dicembre, tenuta a Villa San Giovan­ni, aveva spostato l’attenzione dall’opposi­zione alla proposta. Al no alla mega-in­frastruttura seguivano quattro idee: la boni­fica dei territori inquinati (con particolare riferimento alla vicenda calabrese delle navi dei veleni), la messa in sicurezza del territorio (era ancora nelle menti di tutti il dramma di Giampilieri), un sistema di tra­sporti efficiente nello Stretto (la smobilita­zione del servizio pubblico prosegue ineso­rabile), infine un sì alle infrastrutture utili e necessarie. Un nuovo welfare, in altre paro­le, una politica che ridistribuisca reddito, possa affrontare la crisi, rompa i legami di sudditanza, sia attenta a un territorio fragi­le. Queste idee, però, per diventare concrete e tradursi in un percorso credibile hanno bi­sogno di un movimento straordinariamente forte e ampio e di soggetti politici, sindaca­li, sociali, associativi che abbiano il corag­gio di accoglierle. Proprio sul palco della manifestazione del 19 dicembre moriva di infarto Franco Nisticò, alle 14. L’unica ambulanza presen­te era andata via un’ora prima (“pensavamo che non ci fosse più bisogno di noi”, dirà un surreale comunicato dell’ASL) . Un evento fortemente simbolico (grande spie­gamento di apparati repressivi ma l’assenza di un servizio essenziale),an­che perché Ni­sticò aveva speso la sua vita per vedere completata la 106, una “piccola opera” che dovrebbe collegare Reggio a Ta­ranto e che invece da sempre è nota come la “strada della morte”, grazie alla collabo­razione fu­nesta tra imprese mafiose e gran­di ditte na­zionali (alcune delle quali impe­gnate nella costruzione del Ponte).

Antonello Mangano e Luigi Sturniolo

www.noponte.it


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