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Il mercato criminale dell’industria italiana


Cannoni, missili, carri armati, fucili, pi­stole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale, finanche braccialetti e ma­nette che produco scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti. Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di arma­menti è cresciuto del 74%. Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, orami quasi sempre e solo vittime ci­vili ed innocenti, donne, bambini.


30 marzo 2011, di Redazione




Perché divora enormi risorse economi­che-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente mi­liardi di persone alla fame e al sottosvilup­po. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, mana­ger, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’im­mancabile corte di faccendieri in odor di mafia. Una zona grigia di illegalità in cui le po­tenti lobby dei mercanti prosperano aggi­rando la legge 185 del 1990 che disciplina il commercio delle armi e che vieta in parti­colare, le vendite ai paesi belligeranti, a quelli sottoposti ad embargo Onu e dell’Unione Europea e a quelli i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei di­ritti umani. La lista dei destinatari dei gioielli di mor­te del complesso militare industriale italia­no è proprio “nera”: al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (com­messe per 1.100 milioni di euro), poi il Qa­tar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37). Sembra più un elenco della geopoliti­ca della guerra totale e permanente, dei di­ritti violati e negati e delle discriminazioni di genere e minoranze nazionali. Ma nel Belpaese vige l’indifferenza e il cinismo. Così i parlamentari e i politici che protestano per Sakineh Mohammadi Ash­tiani, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione, resta­no in perfetto silenzio di fronte al fatto che tra gli stati lapidatori compaiono proprio quattro dei principali partner dell’industria di morte italiana. È a loro che sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte da Finmec­canica, la holding del settore a capitale in parte pubblico. Con gli emiri in particolare, si profilano all’orizzonte affari a nove zeri. Dopo il voto unanime del Parlamento ita­liano - il 28 ottobre 2009 - che ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allo­ra ministro della difesa Martino e dal prin­cipe ereditario di Dubai e ministro della di­fesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum, sono state esemplifi­cate le procedure di trasferimento di arma­menti, munizionamenti, mine, propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunica­zione e per la guerra elettronica. Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge 185 e che consentiranno la triangolazione di armi «a Paesi terzi sen­za il preventivo benestare del Paese ceden­te». E l’accordo di mutua cooperazione è sta­to prontamente festeggiato da Finmeccani­ca con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno affidato alla controllata Alenia Aermacchi la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sgancia­mento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Euro­fighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU. Quando non è possibile mettere nero su bianco su triangolazioni e trasferimenti a paesi in guerra c’è sempre pronto a dare una mano l’alleato d’oltreoceano. Qualche mese fa il comandante della coa­lizione Usa-Nato in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, ha rivelato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afga­ne di due aerei da trasporto C-27A “Spar­tan” in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saran­no consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statu­nitense, «questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con effi­cacia dopo essere rapidamente caduta in di­sgrazia con l’avvento dei talebani». Velivoli prodotti nelle corporation a stelle e a strisce? Assolutamente no. I due biturboelica C-27A erano stati ac­quistati nel 1990 in Italia all’allora Aerita­lia, oggi Alenia Aeronautica (Finmeccani­ca). Si tratta di una versione leggermente mo­dificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G.222 ex AMI erano stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegne­rà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizio­namento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti di Alenia. Anche stavolta da registrare l’imbarazza­to no-comment del ministero della difesa e dei parlamentari di destra, centrodestra e centrosinistra. Con un altro accordo di “cooperazione” sottoscritto da Silvio Berlusconi e dal co­lonnello Gheddafi, Italia e Libia hanno chiuso la lunga contesa post-coloniale. In nome della comune lotta all’immigra­zione “irregolare”, si è dato il via ai pattu­gliamenti navali congiunti e alla realizza­zione in pieno deserto di carceri-lager per richiedenti asilo in fuga dagli inferni del Corno d’Africa, Iraq e Afghanistan. Ma il vero cuore dell’intesa sta negli af­fari e nelle commesse per le fabbriche di armi. Con il disgelo italo-libico l’AgustaWest­land ha trasferito alle forze armate locali 10 elicotteri A109 Power, valore 80 milioni di euro, che saranno utilizzati per il «controllo delle frontiere». La stessa società italiana, da tempo im­memorabile al centro di inchieste giudizia­rie, scandali e mazzette, ha pure sottoscritto un accordo con la Libyan Company for Aviation Industry per costituire una joint venture per lo sviluppo di attività nel settore aeronautico e dei sistemi di sicurezza. Finmeccanica, la holding che detiene il controllo di AgustaWestland, ha invece fir­mato un accordo con Tripoli per la creazio­ne di una joint venture nel campo dell’elet­tronica e dei sistemi militari di telecomuni­cazione. Nel gennaio 2008, è stata la volta di Ale­nia Aeronautica a siglare con il ministero dell’Interno libico un contratto del valore di oltre 31 milioni di euro per la fornitura del velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP “Surveyor”. Sempre nel campo della “homeland secu­rity” (o della militarizzazione in funzione anti-migranti), Selex Sistemi Integrati rea­lizzerà un grande sistema di protezione e si­curezza dei confini della Libia e fornirà di­rettamente sul campo l’addestramento degli operatori e dei manutentori. Altro pozzo di San Patrizio dell’export di guerra italiano è un altro paese leader della lotta ai migranti, il Marocco. Dal 1973 occupa militarmente l’ex Saha­ra spagnolo, massacrando attivisti indipen­dentisti, deportando intere comunità, disse­minando di mine anti-uomo il muro-fron­tiera di oltre 3.000 chilometri realizzato per isolare i territori occupati. Per numerose organizzazioni non gover­native internazionali, il Marocco ha colla­borato attivamente con gli Stati Uniti d’America nelle extraordinary rendition, i sequestri di presunti terroristi islamici, poi deportati nelle supercarceri di Medio orien­te e Guantanamo, ed ospiterebbe ancora un centro di detenzione segreto per vecchi e nuovi desaparecidos. Amnesty International denuncia che in Marocco «sono aumentati nel 2009 gli at­tacchi alla libertà di espressione, di associa­zione e di riunione» e che «difensori dei di­ritti umani e giornalisti fautori dell’autode­terminazione del Sahara Occidentale sono incorsi in vessazioni, arresti e perseguimen­ti giudiziari». «Le autorità hanno continuato ad arresta­re ed espellere cittadini stranieri sospettati di essere migranti irregolari senza prendere in considerazione le loro singole necessità di protezione o permettere loro di contesta­re l’espulsione», aggiunge Amnesty Inter­national. «Alcuni sarebbero stati scaricati al confine con l’Algeria o la Mauritania, senza adeguate quantità di cibo e acqua». Per rendersi conto che aria si respira in uno dei principali partner dell’establi­shment politico-militare industriale italia­no, si pensi a quanto accaduto lo scorso 8 novembre, quando le forze armate maroc­chine attaccarono e distrussero il campo ri­fugiati di Gdeim Izik, nella capitale sahrawi di Al Aaiun. Per il Fronte Polisario si è trattato di un massacro senza precedenti: 21 i morti civi­li, 723 i feriti e 159 i “dispersi”. Le più importanti commesse al Marocco? A fine 2008 l’immancabile Alenia Aeronau­tica ha siglato un contratto del valore di cir­ca 130 milioni di euro per la fornitura di quattro velivoli C-27J, lo stesso aereo da trasporto e per il lancio di paracadutisti gi­rato all’Afghanistan via Washington. In joint venture con Eads, Alenia Aero­nautica consegnerà pure due Atr 42-600 e quattro Atr 72-600 alla compagnia di ban­diera Royal Air Maroc. Apparecchiature integrate per comunica­zioni e controllo terrestri prodotte da Selex Communications finiranno al FAR du Ma­roc, le forze armate marocchine che non mancheranno di utilizzarle in funzione anti-Polisario e anti-migranti. La marina militare marocchina si doterà invece delle nuove fregate multimissione FREMM co-prodotte da Francia (Thales e DCNS) e Italia (Fincantieri e Finmeccani­ca). Le fregate saranno superarmate: siluri MU90, missili Exocet MM40 e Aster 15 ed i cannoni 76/62 SR stealth della OTO Me­lara, altra società Finmeccanica. Con le autorità marocchine starebbe per essere avviato pure un programma per inse­diare a Casablanca un polo aeronautico per la fabbricazione di componenti meccaniche destinate a velivoli civili e militari che ve­drebbe la compartecipazione (o forse me­glio la terziarizzazione e delocalizzazione) di alcune delle maggiori imprese aeronauti­che italiane. La lobby filo-marocchina è assai potente tra parlamentari, ministri e industriali no­strani e non c’è stata inchiesta giudiziaria negli ultimi decenni che non abbia indivi­duato transazioni più che sospette sulla rot­ta Roma-Rabat. Nel 1992 erano state le Procure della Re­pubblica di Messina a Catania a indagare su un gruppo di faccendieri in stretto contatto con una delle più potenti cosche mafiose si­ciliane (quella etnea capeggiata da Bene­detto “Nitto” Santapaola), che stava me­diando la fornitura di armamenti prodotti dalla Breda Meccaniche Bresciane alla ma­rina, all’esercito e all’aviazione del Maroc­co. L’inchiesta, come buona parte di quelle che tentano di colpire i santuari dei mercan­ti di morte, si concluse nel nulla. Quattro anni dopo però la Guardia di fi­nanza di Firenze recuperò le montagne di intercettazioni telefoniche ed ambientali prodotte e inviò un’informativa alla Procu­ra di La Spezia che indagava su quella che era stata definita la “nuova P-2”, l’ennesi­ma organizzazione paramassonica in grado di “deviare” il funzionamento di istituzioni, istituti bancari ed holding industriali dell’Italia a sovranità assai limitata. Utilissimo rileggere alcuni dei passi dedi­cati al funzionamento del sistema criminale tessuto dai mercanti di morte, basati sulle risultanze delle indagini su mafie, droga ed armi condotte nei primi anni ’80 dall’allora giudice istruttore di Trento, Carlo Palermo. «La fusione tra interessi pubblici e inte­ressi commerciali e la compenetrazione di uomini, istituzioni e risorse appartenenti alla sfera statale e al mercato rende difficile distinguere confini e responsabilità», scri­vono i militari della GdF. «La visibilità di tali gruppi di potere emerge solo in circostanze eccezionali, come le inchieste parlamentari e della ma­gistratura, oppure in occasione di fatti di cronaca particolarmente eclatanti come lo “scandalo Lockeed” in Europa all’inizio degli anni ’70, o l’emergere della loggia P2 in Italia all’inizio degli anni ’80». In particolare, il giudice Palermo era giunto a definire tre «diverse costellazioni» di poteri collegate alla produzione e al commercio delle armi. La prima comprende gli apparati impren­ditoriali e finanziari delle industrie produt­trici di armamenti, operanti in strettissimo collegamento con l’establishment militare ed i vertici dei servizi di sicurezza di quasi tutti i paesi. «I circoli in questione costituiscono l’ele­mento di continuità nel business dell’espor­tazione di armi, e la loro particolare collo­cazione li rende nello stesso tempo “fedeli al sistema” ed autonomi dal potere politico del momento, specie nei paesi caratterizzati da un tasso elevato di instabilità governati­va. La tendenza di tali gruppi è quella di ac­crescere la propria coesione ed impermea­bilità tramite la costituzione di associazioni segrete o semiclandestine, e di collegarsi a singoli esponenti politici di rilievo piuttosto che a partiti o correnti politiche». Il secondo gruppo di potere comprende i mediatori e i commercianti all’ingrosso e al minuto, quasi sempre alle dipendenze diret­te o in stretto collegamento con le industrie produttrici. «È presso tale categoria che troviamo gli “incroci”, molto frequenti con il mondo della droga e della finanza clandestina», prosegue l’informativa. «Si tratta della naturale tendenza ad usare circuiti di scambio semisegreti attivati per la circolazione di una data merce e per il commercio di altre merci: oggi le armi, do­mani gli stupefacenti, poi le informazioni politico-militari, l’alta tecnologia ecc. I motori del tutto sono quelli di sempre. Profitto economico ed ambizioni di po­tenza. Con l’aggiunta di una componente sem­pre più rilevante di “professionismo illega­le”, causato dalla moltiplicazione dei sog­getti e dei canali del mercato illecito». Infine il terzo tipo di coalizione di potere interessata all’esportazione di armi, compo­sta da personalità politiche ai vertici istitu­zionali, in grado di percepire tangenti sulle vendite o sugli acquisti. Un vero e proprio di blocco di potere i cui contorni sono stati ben delineati dalle indagini sui traffici gestiti dal pool di ope­ratori vicini alle cosche siciliane e ai grandi manager militar-industriali. Oltre alla fornitura di materiali di arma­mento al Marocco, l’organizzazione stava seguendo freneticamente l’affare relativo alla vendita alla Guardia nazionale dell’Arabia Saudita di dodici elicotteri CH47 per il trasporto truppe ed armamenti, di produzione “Agusta SpA”. Il trasferimento dei mezzi da guerra vide scendere in campo le massime autorità sau­dite. Nel corso di una telefonata del 15 giugno 1992 tra un faccendiere siciliano e l’allora direttore generale dell’industria bellica, il primo forniva l’identità del suo diretto in­terlocutore: «È lo sceicco Hassan Hennany a tenere le fila con re Fahd. Hennany è il segretario del principe Fei­sal ben Fahd, il figlio del sovrano d’Arabia, e può darci una mano a vendere elicotteri anche al Marocco». Il mese precedente, lo stesso faccendiere e alcuni personaggi in contatto con i clan mafiosi erano stati ospiti del saudita a bor­do del suo yacht ormeggiato a Cannes. I particolari di quell’incontro erano stati raccontati dal responsabile per le relazioni estere di Forza Italia al direttore commer­ciale di Pubblitalia-Fininvest, Alberto Dell’Utri. «In questi giorni sapremo le date, te le comunico e ci incontriamo. Ok?», dichiarava l’alto dirigente di Forza Italia. Poi aggiungeva: «Se per caso il tuo presi­dente, se potesse venire per dire... un incontro. Perché c’è pure in grande pompa magna quell’Hennany. Alberto, io non ci sto dormendo la notte!». L’identità del “presidente” prendeva for­ma nel corso di una telefonata intercorsa il 3 giugno 1992 tra due delle persone sotto­poste ad indagine. «Scusami Aldo, noi lunedì c’incontriamo. Possiamo parlare con questo Berlusconi o no?», domandava uno di essi. «Gioia mia, mi auguro di sì. Io non te lo posso dire in questo momen­to e neanche lui me lo sa dire», la risposta.

Antonio Mazzeo


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