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L’enorme pericolo di volare a Sigonella


Rompere il muro di silenzio imposto dal­le autorità militari statunitensi è impossibi­le, ma è probabilissimo che mercoledì 27 aprile nella base militare di Sigonella si sia sfiorata, ancora una volta, la tragedia. Alle ore 11,35 circa, durante la fase di atterrag­gio, un cacciabombardiere F-16 è uscito di pista e il pilota si è salvato lan­ciandosi con un paracadute un attimo pri­ma dell’impatto del velivolo con il terreno. A seguito dell’incidente è stata ordinata la chiusura dello scalo e i velivoli impegnati nelle ope­razioni di guerra alla Libia sono stati dirot­tati sull’aeroporto di Trapani-Bir­gi. Il co­mando NATO si è rifiutato di di­vulgare la nazionalità del caccia, anche se ha ricono­sciuto trattarsi di un mezzo “di un paese non aderente all’Alleanza atlantica che tut­tavia sta supportando la missione Unified Protector”. Il mistero è stato rive­lato dall’agenzia France-Press: l’F-16 appartie­ne all’Al-Imarat al-‘Arabiyya al-Muttahida, l’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti ed era decollato qual­che ora prima da un aeroporto greco. L’ae­reo è uno dei dodi­ci cacciabombardieri (sei F-16 e sei “Mira­ge”) che gli Emirati hanno trasferito il 27 marzo nell’aeroporto sardo di Decimoman­nu per partecipare con la “coalizio­ne dei volenterosi” a guida NATO ai bombarda­menti contro le forze armate filo-Gheddafi.


30 aprile 2011, di Redazione




In forza allo Stormo caccia della base ae­rea di Al Dhafra, l’F-16 “Desert Falcon” è configurato nella versione monoposto “E”, prodotta in esclusiva per gli Emirati Arabi: con un radar AN/APG-80 che forni­sce la capacità di tracciare e distruggere simulta­neamente bersagli aerei, il velivolo è arma­to di missili AIM-132 ASRAAM ed AGM-84E SLAM. Per lo sviluppo di que­sti sofisticatissimi strumenti di morte, gli emiri hanno sborsato più di 3 miliardi di dollari. Il loro battesimo di fuoco risale all’agosto 2009: insieme ai bombardieri strategici dell’US Air Force e ai caccia AMX del 51° Stormo di Istrana e dal 32° Stormo di Amendola dell’AMI, furono eseguiti combattimenti aerei e veri e propri bombardamenti nei vasti poligoni desertici prossimi alla base Usa di Nellis, Las Vegas. Quello del 27 aprile è solo l’ultimo di una lunga lista d’incidenti che hanno inte­ressato i velivoli militari schierati sullo salo siciliano di Sigonella. Il 17 febbraio 2005, un elicottero da trasporto MH-53 “Sea Dra­gon” assegnato all’Helicopter Support Squadron 4 della US Navy, si schiantò su una delle piste durante un ad­destramento all’interno della base. I quat­tro membri dell’equipaggio riportarono gravi ferite e furono ricoverati d’urgenza in ospedale. Meno di un anno prima, il 27 agosto 2004, all’interno di un altro elicot­tero MH-53E si sviluppò un incendio men­tre era parcheg­giato nella stazione di rifor­nimento idrico di Sigonella. Il velivolo era rientrato da una missione di volo; gli uo­mini dell’equipag­gio fuggirono miracolo­samente dalle fiam­me riportando però gra­vi ustioni e furono costretti al ricovero in ria­nimazione all’ospe­dale Garibaldi di Cata­nia. Si era concluso tragicamente invece l’in­cidente capitato il 16 luglio 2003 ad un ter­zo elicottero da trasporto dello Squadrone HC-4: nell’impatto del velivolo con un ter­reno nei pressi di un distributore di benzi­na fuori il centro abitato di Ramacca (Ca­tania), persero la vita quattro marines USA. Secondo un testimone oculare, pri­ma di precipitare al suolo il mezzo militare avreb­be tentato senza successo di atterrare presso un invaso per irrigazione. Attorno ai resti del velivolo fu creato un vero e pro­prio cor­done sanitario: le autorità statuni­tensi vieta­rono ai Vigili del fuoco e ai Ca­rabinieri di avvicinarsi alla zona d’impatto e a domare le fiamme e transennare l’area intervenne solo una squadra specializzata della US Navy. Alcuni testimoni oculari denunciaro­no la presenza tra i soccorritori di una unità di controllo per l’inquinamen­to chimico e batteriologico. Il rapporto uf­ficiale della marina militare statunitense affermò che a causare l’incidente era stato un incendio scoppiato nel vano motore n. 2 dell’elicottero “a causa del danneggiamen­to di un bullone An3”. “Altri fattori che potrebbero aver causato lo schianto – si legge ancora nel report – i forti venti e il mancato coordinamento tra la cabina di pi­lotaggio e il resto dell’equipaggio. Il pilota non riuscì inoltre ad accrescere la potenza per arrestare la discesa dell’elicottero pri­ma dell’impatto”. L’inchiesta accertò però che gli incendi ai motori dell’MH-53 erano tutt’altro che un evento raro. Il 27 giugno 2002, durante un atterraggio a Sigonella, forse proprio per le fiamme sviluppatesi accidentalmente a bordo, un quarto MH-53E dell’Helicopter Support Squa­dron 4 si era schiantato sulla pista: l’elicot­tero andò interamente distrutto ma l’equi­paggio se la cavò con qualche lieve ferita. Il 5 luglio 1990 fu la volta di un cacciain­tercettore F-104 del 4° Stormo dell’Aero­nautica militare italiana a precipitare nel­le vicinanze della città di Caltagirone (Cata­nia), subito dopo il decollo dalla base di Si­gonella. Il pilota, Sergio Scalmana di 30 anni, morì sul colpo. Il caccia si era levato in volo insieme ad un altro F-104 per un’esercitazione sul Canale di Sicilia, quando improvvisamente il capitano Scal­mana comunicò alla torre di controllo di avere noie al motore e di essere in procinto di tentare un atterraggio di emergenza sulla Statale 417 Catania-Gela. Il pilota perdeva però il controllo del mezzo che si schianta­va in aperta campagna, prendendo fuoco. Ancora più dietro negli anni, tra gli inci­denti ai velivoli della stazione aeronavale siciliana, si ricorda quello avvenuto il 19 novembre 1998 ad un elicottero CH-46 “Sea Knight”, precipitato per cause ignote al largo di Riposto, cittadina ad una trenti­na di chilometri a nord di Catania. Quattro le vittime. Anche stavolta i militari USA invi­tarono con un messaggio scritto Carabinie­ri, Marina militare e Guardia costiera italia­na “a non prestare assistenza” al veli­volo scomparso in mare, “perché autono­mi”. Gravissimi i rischi di dispersione nell’ambiente di radioattività ed altri agen­ti inquinanti in occasione di due incidenti ve­rificatisi nella seconda metà degli anni ot­tanta nella baia di Augusta (Siracusa), uti­lizzata per gli scali delle unità navali e dei sottomarini a propulsione nucleare USA e NATO. Il primo avvenne l’1 aprile 1986, quando a bordo della portaerei “USS Ame­rica”, ormeggiata in rada, un caccia si scon­trò con un elicottero presumibilmente del tipo SH-3H “Sea King”. Le autorità si rifiu­tarono di fornire le dinamiche dell’inciden­te ma ammisero che per i danni subiti l’eli­cottero fu trasportato alla base di Sigo­nella per essere sottoposto a complesse riparazio­ni. Il “Sea King”, utilizzato dalla US Navy per la guerra sottomarina, al tem­po era adi­bito al trasporto di testate nuclea­ri di pro­fondità del tipo B57, con una po­tenza di­struttiva variabile dal mezzo kilo­ton ai 20 kiloton. Il 22 aprile 1988 un altro elicottero CH-46 si schiantò sul ponte di volo della nave munizioni “USS Mount Baker” duran­te le operazioni di rifornimento presso il pontile NATO di Augusta. Restò ferito un operaio italiano che stava effettuando sull’unità statunitense dei lavori di manu­tenzione. La “Mount Baker”, utilizzata al trasporto di carburante e altri materiali in­fiammabili, era pure adibita allo stoccag­gio di testate (convenzionali e nucleari) desti­nate alle imbarcazioni e ai velivoli d’attac­co della marina militare USA. An­che in questo caso le indagini furono pre­cluse all’autorità giudiziaria italiana. Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innal­zata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i milita­ri statunitensi di Sigonella vietarono il soc­corso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvi­cinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di con­trada Biviere. “Presi la macchina fotografi­ca e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ri­cordo che da un automezzo dei pompieri, forse per il forte calore che emanavano i re­sti del velivolo, esplose un serbatoio conte­nente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un mi­litare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina foto­grafica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul cari­co trasportato dal velivolo e il segreto mili­tare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada stata­le 194 che collega Catania a Ragusa fu in­terdetta al traffico veicolare. Solo a seguito di uno studio del colonnel­lo dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (otto­bre 2004), la Flight Safety Foundation di Wa­shington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto acca­duto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aerona­vale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Im­mediatamente dopo il decollo da Sigo­nella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del veli­volo ac­cusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causa­vano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del comparti­mento di cargo, incendiando un pallet con­tenente vernici. L’incendio alle merci tra­sportate produceva uno spesso fumo vele­noso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”. Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini ve­nisse aperta un’inchiesta da parte della Pro­cura delal Repubblica di Siracusa. L’avvo­cato Santi Terranova, legale dell’Associa­zione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accer­tare le cause dell’altissimo tasso di malfor­mazioni con­genite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroi­de, registrati tra il 1992 e il 1995 nel com­prensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Regi­stro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d’Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle pa­tologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del veli­volo USA ci fosse un carico di cen­tinaia di chili di uranio impoverito, utiliz­zato come contrappeso. Secondo il profes­sore Elio In­sirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Me­dica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Univer­sità di Messina, esisterebbero “chiare corre­lazioni tra la presenza di ura­nio impoverito nell’aereo, il tempo trascor­so tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscon­trate a Lentini. “Alcuni te­stimoni oculari affermano inoltre che subi­to dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura uti­lizzata per la de­contaminazione delle zone colpite da radio­attività”, aggiunge Insirel­lo. Gli scuri contorni della vicenda sono og­getto dello straordinario film-documenta­rio Morire a Lentini, recentemente prodot­to dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Mi­gliori della “Gemini Movie” di Catania.

Antonio Mazzeo


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