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Le scuse del divo Giulio


Andreotti chiede scusa. A quanto pare il film di Sorrentino, "Il Divo", non è proprio una mascalzonata.


13 giugno 2008, di Riccardo De Gennaro




Nei giorni scorsi il senatore a vita Giulio Andreotti ha chiesto scusa agli italiani. È la prima volta. Lo ha fatto dopo essersi pentito per aver definito il film di Sorrentino, che nella sostanza ricostruisce il decennio terminale della sua carriera politica, “una mascalzonata”. Dobbiamo considerare quelle scuse, in apparenza banali e affidate a “Sorrisi e Canzoni Tv”, sotto il profilo simbolico. Negare che il film sia una mascalzonata nei suoi confronti significa ammettere che i fatti rappresentati e i collegamenti proposti, sulla base peraltro di prove certe e documentate, hanno pieno fondamento. È probabile che il carico di segreti, menzogne, delitti e depistaggi che Andreotti si è portato nella sua gobba alla Riccardo III per decenni si sia fatto troppo gravoso per un uomo di quasi 90 anni e che dunque, come accade più esplicitamente nel film “Il divo”, il senatore a vita abbia voluto a suo modo “confessare”. Nessuno deve più aspettarsi che, dopo la sua morte, quando sarà, si troveranno carte contenenti le soluzioni alla catena di stragi, omicidi e complotti sui quali l’ombra del più potente uomo politico democristiano si è allungata a partire dai primi anni del secondo dopoguerra. Né si deve pensare che quelle scuse siano incompatibili con la convinzione di Andreotti di aver sempre operato, anche nel male, per il bene del Paese e di aver in ogni momento dato una grande dimostrazione delle sue capacità di servitore dello Stato. L’autorizzazione a procedere del Parlamento in occasione del processo per mafia nei suoi confronti fu il suo solo vero incidente di percorso. Se fosse riuscito a strappare l’ennesimo no, Andreotti sarebbe forse diventato presidente della Repubblica e, successivamente, avrebbe potuto predisporsi a morire non con un prevedibile ghigno, ma con un sorriso a fior di labbra. Non è andata così. Pesa come un macigno su di lui il reato, seppure prescritto, di partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso fino al 1980, ma pesa soprattutto il giudizio morale del popolo italiano. A dispetto della considerazione che ha di sé, Andreotti non passerà alla Storia con un segno positivo sulla schiena. Sarebbe opportuno ne tenesse conto, soprattutto di fronte a se stesso. Non ha operato per il bene del Paese, ma per il mantenimento del potere, quel potere che proprio la mafia gli tolse per sempre, il 12 marzo 1992, con l’uccisione del palermitano Salvo Lima, mafioso e capo della corrente andreottiana in Sicilia. Dopo quella morte, la carriera politica di Andreotti conobbe un rapido e inesorabile declino. Il film di Sorrentino rappresenta magistralmente l’uomo, la sua vita condotta nel più assoluto riserbo, senza arricchimenti, guidata – com’è stato detto – dalla costante preoccupazione di non lasciare tracce, se non qualche libro inutile e una battuta sul potere. Ma le tracce, quelle che contano, sono rimaste. Come predisse Moro con largo anticipo durante la prigionia, la vita di Andreotti non si conclude sugli altari, ma nella polvere della “triste cronaca che gli si addice”. Tutto ciò che è venuto dopo, compresa l’assoluzione al processo per mafia, non ha importanza. Il film di Sorrentino è molto bello. Ha il solo difetto di aver involontariamente contribuito ad alimentare il mito del sette volte presidente del consiglio, mentre sarebbe stato più opportuno cominciare fin d’ora a ridimensionarne la figura.


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