lunedì 17 novembre 2008, di Fabio D’Urso, Luciano Bruno
C’è un’aria di festa dentro questo palazzetto, il Pala Nitta, questa mattina a Librino. C’è un profumo di cose nuove che stanno nascendo con le persone che ci stanno dentro, in questo fine settimana di novembre. C’è anche una sorta di cose ed espressioni che sono comuni di altri posti, e ad altri paesi. C’è una aria che non è affatto rarefatta e che parla oltre il margine di questo posto, la lingua di molte altre parti del mondo. All’entrata del palazzetto, ci stanno un ragazzo in jeans e occhiali e una ragazza esile che si dirigono verso l’esterno. Avanti si trova un piccolo parcheggio, che separa l’edificio sportivo dal retro di un grande palazzo. I due ragazzi si stanno parlando, mentre altre persone entrano ed escono da lì:
E allora Giuliana, come stai?
Sto formando il gruppo di nuovi volontari, e voi quest’ anno, ce la fate a far pubblicare "La Periferica"?
Nel frattempo si incrociano con altri due. Lei si chiama Maria Vittoria, ed è venuta a Catania per fotografarne le periferie. E restare con il ragazzo, appena laureato al conservatorio.
Domani hai esame di pianoforte, perché non chiedi un giorno di riposo dal ristorante?
Mentre vanno fuori, Giuliana e Leandro rientrano facendo calcoli di volontariato futuro: la cooperazione con i gruppi, l’informazione con il giornale, il convegno con la cgil, il lavoro con l’università e la scuola, il sostegno pratico a suor Lucia. Tu vorresti cogliere le loro parole. E Giuliana Gianino abbassa la voce. E si allontana. Così, guardandola, capisci il suo stare con la gente, il suo lavoro di ospitalità e educazione, con la Caritas, accanto al palazzo di Cemento, che è uno dei centro dello smistamento delle droghe e della violenza dentro la città.
Leo va verso Giovanna che impegnata con venti bimbetti.
Io vengo da Milano e voi dovete consigliarmi di vivere, qui al Villaggio Sant’ Agata?
Vieni a viverci perché è abitato da tanti nonni. Le dice Francesco.
Perché anche se ha strade più piccole di Librino, la gente rispetta le aiuole. Fa Maria
Perché la gente si saluta, si aiuta, si rispetta. Risponde Alfio.
E nel frattempo che loro si agitano, la memoria scorre. Ritorna agli inizi degli anni settanta. Te lo hanno raccontato in tanti questo quartiere, in questi anni. quando non c’era nulla di questo.
Daniele ad esempio che ti diceva "Mia zia, è una donna che è rimasta da sola, perché ha divorziato ma qui non ha paura, perché c’è solidarietà".
Oppure pensate a Biagio Apa, prete, che negli anni settanta si è trasferito qui, emigrando da una lussuosa chiesa cittadina. Allora Apa si era portato dappresso una ventina di persone che sono rimaste al Villaggio, per tutta la vita. E lì ci sono andati a vivere quando non c’erano ne aiuole, ne servizi, ne scuole. E lui ti sta dicendo: "La chiacchiera è chiacchiera, ma andare a vivere da povero è un’altra cosa.
A padre Apa la gente, lo voleva fare diventare sindaco "dell’altra Catania". A lui che non era che un piccolo prete non violento. Lui non aveva accettato niente, che la piccola fraternità fatta con Padre Ruggieri. Ed insieme avevano fatto delle scelte difficili fino alla fine, quando erano stati costretti a lasciare la parrocchia alla fine del novanta sette. La gente avevano preso atto, e li aveva capiti. Erano rimasti lì, nel loro prefabbricato di legno dal quattordici settembre del settanta uno.
E poi ci sono un sacco di altre storie che corrispondono oggi a quelle che i ragazzini stanno tentando di fare qui. Sono storie piene di dignità di altra gente che però ha dovuto lasciare la città e spostarsi altrove. Ti ricordi di Alfio che se ne andato a Bruxelles, di Pier Luigi a Londra, di Franco a Milano.
Intanto qui ci sono Simona, Giovanna, Irene, Lucia, Leandro, Massimiliano, Giovanni. Intanto ci sono ragazzine e ragazzini. Cioè ci stanno tante classi a rappresentanze delle cinque scuole, che hanno partecipato a questo progetto di educazione alla vivibilità dentro il quartiere. Scuole che si sono interrogate insieme a studenti e ricercatori sui percorsi di adozione della periferia sud . E studenti che da un anno sono dentro il quartiere, a rilevare, a disegnare, a cartografare, ad analizzare, via per via, contesto urbano e percezione della città. A domandare, a capire, a ragionare, a spostare lentamente il loro baricentro dal piano virtuale delle aule a quello concreto del quartiere.
E poi sai come finiva la sera? Andavamo a mangiare salsicce in via Plebiscito. Dice Luciano
Allo stesso posto dove va Giuliana, quando usciva dal centro Talita Kum, e dritta dritta, si lasciava dietro il palazzo di Cemento. Gli risponde Cristina.
Non abbiamo fatto niente di geniale, oggi. Dice Enrico, mentre pensa al movimento all’università e al lavoro quotidiano dentro al quartiere. ( Ma dentro se è soddisfatto)
E tu Angelo, come è andata da te, li al gruppo di regby, al campo di Santa Maria Goretti?
Bah, Carlo ne ha prese tante. Però ci sta provando."
Guarda questo professore americano, è venuto qui a studiare cosa fa il dipartimento di ingegneria nelle periferie di Catania tra San Giorgio e il Pigno. Così Maria Vittoria fa la sua foto mentre il docente americano parla con la professoressa Busacca. - Ma allora è vero che Tange, una volta visto come hanno costruito, non si è fatto più vedere da queste parti?
Che devo dirle?
E invece, gli studi sulle strutture urbane delle zone a rischio sismico?
..Giovanni Campo.
Si, ma lo sa che guardandomi attorno, mi viene da pensare...?
La professoressa guarda i suoi giovani ricercatori, guarda Laura, guarda Antonio, guarda Giovanna, guarda Patrizia. E Alessia. E guarda i ragazzini attorno a loro . E mentre gli risponde, sorride e li guarda:
Caro professore lei che aria sente quest’oggi? Guardi, quello è Luciano, e quella è Cristina, e poi c’è Giovanna. E da voi, che aria tira vicino al Central ParK?
Fabio D’Urso e Luciano Bruno










