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Librino : Pugni per restare in piedi


A Librino c’è una palestra di Boxe. E’ Catania Ring. Lì si suda e si imparano le regole


27 aprile 2008, di Giuseppe Scatà




“Montante destro, montane sinistro, destro, sinistro…gancio destro, sinistro, destro, sinistro…”Una campanella suona ogni tre minuti. Una ragazza di 18 anni salta sulla corda, nemmeno fosse Rocky Balboa, o De Niro in Toro Scatenato, o la tipa di Milllion Dollar Baby. Un’altra, bionda, schizza sudore su un sacco rosso. E poi uomini, contadini, raccoglitori d’arance, buttafuori, uruguaiani, ragazzi di strada, imprenditori. Boxer. Pugili. Manca Clint Estwood. Ma c’è Aroldo Donini, ex pugile: “E’ il tempo del ring. Qui fatichiamo, diamo l’anima. Esigiamo rispetto, niente parolacce. Loro entrano, vedono com’è l’ambiente, e si adeguano. Regole, sacrificio, buona educazione, e sudore. Tutto qua”.

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pugni da duri
pugni da duri

Donini ha trasformato una palestra in disuso di Librino in ring per i boxer catanesi. La palestra era stata costruita nove anni fa per le Universiadi. Non l’aveva più usata nessuno, se non per ammassarci dentro un centinaio di Kossovari sbarcati in Sicilia, cinque anni fa. Il catenaccio l’ha rotto Piero Mancuso, presidente dell’Iqbhal Masih di Librino, e al piano di sopra Aroldo Donini ci ha fatto una palestra di boxe, sempre per i ragazzi del quartiere che hanno voglia di sudare. “Ci chiamiamo Catania Ring, mio marito è un operatore ecologico, un ex pugile che dopo un problema agli occhi a 19 anni si è messo ad allenare questi ragazzi”, mi dice Grazia Messina, la presidentessa. E’ appoggiata ai bordi del ring e mi presenta uno per uno i suoi ragazzi: “Danilo D’Agata, medio massimo, Giuseppe Lo Faro, welter, Giuseppe Margotta, medio, Giuseppe Pirracchio, super welter. Poi c’è Enrico Toscano, superwelter, buttafuori nelle discoteche. E Lo vedi quello in fondo, raccoglie arance di mattina e di pomeriggio si viene ad allenare, è il nostro campione”. Ancora sudore che esplode contro sacchi, guantoni che battono rintocchi soffocati, la campanella che suona ogni tre minuti, con uno di pausa. “In questa palestra girano durante tutta la settimana 200 ragazzi e 6 ragazze. Il comune ci dà lo spazio, ma noi paghiamo di tasca nostra le due ore serali, per stipendiare i guardiani”, mi dice Giovanni Cavallaro, uno dei finanziatori di Catania Ring, insieme ad Andrea Vecchio, il costruttore catanese passato all’onore delle cronache italiane per le sue denunce antiracket e per gli attentati ai suoi cantieri: “Noi lottiamo per avere gli sponsor e fare le gare manifestazioni nazionali e internazionali, mentre il Comune ci dà una miseria. Ma noi continuiamo, siamo più forti di loro”.

Un guantone rosso, con sopra la scritta Everlaster, affonda nella guancia di un pugile. Questi retrocede il busto, incassa il colpo, si piega di lato, sputa, e ride. Poi i due ricominciano. La figlia di Giovanni Cavallaro, Simona, è in terrazza, insieme a Cristina Faro. Hanno venti e diciotto anni e tirano pugni, saltano la corda: “La mia famiglia non capiva la mia scelta di fare boxe. Io invece, quando sono salita sul ring, e ho preso subito a botte il ragazzo che mi stava di fronte, ho capito che avevo coraggio, grinta, forza, e che questo, era il posto giusto per sfogarmi. Un ambiente sano, dove si suda e si impara. E tutti ti rispettano”. Suona il terzo minuto. Sento dietro di me un pugno. Poi un altro. Alla fine un urlo “Muovi quel fianco, dài, muovi quel fianco, gancio destro, sinistro…”, e l’altro accenna un montante. Ma l’avversario intuisce tutto, scarta di lato, ruota il bacino, infila un gancio ben assestato nel fianco dell’altro, che sembra assorbire, che rimane in piedi, che ha il tempo di stringere la dentiera. E poi cade su un ginocchio. “In piedi”, urla Donina, “In piedi”.


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