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Lingotti d’oro: parla un nuovo pentito al processo Scuto


“C’era una cassaforte piena di lingotti d’oro, ma questi sparirono, e in famiglia si diceva che fosse stato Scuto. Da lì comincerebbe la sua fortuna cosi supermercati”. E’ parte della deposizione di Eugenio Sturiale (udienza dell’11 Febbraio scorso), pentitosi poco dopo l’arresto dell’ottobre dello scorso anno, nell’operazione di polizia “Revenge”.


18 febbraio 2010, di Giuseppe Scatà




I lingotti sarebbero parte dell’eredità di un nonno della moglie. Sturiale, mafioso dal lessico ricco e linguaggio ben articolato, ha militato per anni nel clan Santapaola, per breve tempo nei Cappello, e infine dal 2003 nei Laudani. Da qui le sue presunte conoscenze dirette sull’affare Scuto, suo parente di settimo grado dalla parte della moglie, tanto da riferirsi a lui (come la moglie, interrogata dopo), col titolo di “zio”: “Scuto era un colluso, non un impresario estorto”, risponde alla domanda ripetuta dell’accusa- pg Siscaro -; “Vedevo Scuto solo per le feste comandate e occasioni familiari, non avevamo alcun rapporto d’amicizia, ma nel 2001, dopo il suo anno di carcere a Parma, mi incontra e mi chiede di fare pressioni su Aldo Ercolano (di cui Sturiale era uomo di fiducia) perchè dica che non è vero che lui prendeva soldi dai Laudani, e mi dice pure che ci sono 5 miliardi pronti per Siscaro, da lui definito “la mia spina nel fianco”, per ammorbidirlo. Dovevo utilizzare le amicizie che Ercolano, secondo Scuto, aveva in politica per farlo intervenire sulla magistratura. Ma non se ne fece niente”. Sturiale parla per ore, e rivela pure il secondo incontro con Scuto, specificando che lui gli disse, nel Settembre 2009, di essere sicuro di una sua assoluzione nel Dicembre dell’anno scorso 2009 e che solo dopo avrebbe potuto pagare qualcosa ai Laudani, che secondo Sturiale pretendevano 15 milioni di euro, mentre Scuto avrebbe potuto sforzarsi solo per 100.000 euro; Sturiale dà pure i particolari del sequestro di Turi Scuto, figlio dell’ex re dei supermercati, ideato da Iano Laudani per convincere Scuto a pagare i 15 milioni di euro: “Prima dovevamo fare un finto rapimento: lo circondavano in 100, lui scappava e magari il padre si spaventava e pagava. Altrimenti si sequestrava per davvero, si portava in una masseria, e si mandavano pezzi di Turi Scuto al padre, per convincerlo a pagare. Poi Scuto lo viene a sapere, il figlio si barrica in casa del padre per sette giorni, e poi i Laudani si calmano e cambiano idea. Credo perchè Scuto sia intervenuto per sanare il debito”. L’accusa crede Sturiale attendibile in particolare perchè il pentito ha raccontato un pedinamento di Scuto da parte di Iano Laudani con una Bmw nera da San Giovanni la Punta a via Vincenzo Giuffrida; particolare confermato da una denuncia di pedinamento fatta dallo stesso Scuto ai carabinieri, in cui i particolari coincidono. La denuncia non era a conoscenza di nessuno, dunque, secondo l’accusa, Sturiale è molto attendibile. Non la pensa così nè la difesa né lo stesso Scuto, che a fine udienza dichiara spontaneamente e in lacrime al presidente del tribunale di odiare i Laudani, di essere una vittima, di non aver mai preso soldi dai mafiosi, e di avere incontrato lo Sturiale per chiedergli se era a conoscenza di un progetto di rapimento del figlio, fatto dolorosissimo che provocò a Scuto ansia e dolore.

***

Nelle due udienze successive è iniziata la requisitoria della difesa, la quale ha puntato su alcuni argomenti chiave: al contrario di quanto sostenuto dall’accusa e dal pentito Sturiale, i Laudani e i Santapaola non avrebbero mai avuto affari in comune, ad eccezione del mercato del pesce ad Acitrezza (almeno a quanto hanno detto agli inquirenti Alfio Giuffrida, Maurizio Avola e il Malpassotu); il riciclaggio presunto di Sebastiano Scuto sarebbe contraddetto da un rapporto della Guardia di Finanza – nel ’97 – che scrisse che “L’attività finanziaria e gestionale di Aligroup è trasparente”; anche i Carabinieri dichiararono che la Centergross (società di Scuto, poi venduta) non aveva nulla a che fare con la criminalità organizzata; non sarebbe provato da nulla, sempre secondo la difesa, che i centri commerciali Despar a Palermo e provincia fossero gestiti in comune con il clan Laudani, Santapaola, con Provenzano e coi Lo Piccolo (i collaboratori Franzese e Pulizzi sarebbero troppo contradditori e inattendibili) e tra l’altro il pizzino di Matteo Messina Denaro, trovato nel covo dei Lo Piccolo, fa riferimento al tentativo di controllo dei Despar di Agrigento, e non dimostrerebbe dunque il controllo dei Despar dell’intera area palermitana. Fra questi anche il Centro Olimpo di Palermo, nel quale Scuto era in società con l’ imprenditore Vincenzo Milazzo, secondo l’accusa sarebbe stato gestito da Laudani, Santapaola e Piccolo, ma la difesa ha opposto ancora l’inesistenza di rapporti tra Palermo e Catania e ha riferito che secondo il rapporto del perito informatico Genchi, le relazioni tra Milazzo (forse legato a clan palermitani) e Scuto erano solo di lavoro, almeno secondo quanto rivelano le intercettazioni telefoniche. Infine la difesa ha sottolineato che i pentiti ascoltati hanno negato l’esistenza di rapporti tra clan palermitani e clan catanesi. La difesa ha pure messo in discussione che Scuto avesse rapporti con la criminalità calabrese, e che Scuto facesse estorsione all’azienda Zappalà. La difesa poggia parte delle sue ragioni in particolare sulle dichiarazioni dei pentiti Giuffrida e Di Giacomo. Quest’ultimo sostiene che Scuto fosse semplicemente un imprenditore estorto, ma nel confronto avuto con un altro collaboratore di giustizia, Salvatore Di Stefano, è stato contraddetto più volte e ha rivolto a Di Stefano una frase che il Pg ha fatto verbalizzare, perchè secondo l’accusa è suonata come una minaccia “Se ancora i tuoi genitori sono vivi, mi devi ringraziare...”.


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