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Mi chiamo Luciano


Il nonno pescatore, Librino con le sue strade larghe e la sua collina, una madre anarchica, le partite a calcetto, i tuffi alla scogliera per diventare un uomo Poi la vita ti prova fino a mandarti a vivere altrove. E ad ogni dolore, una promessa. Quella di non dimenticare le ragioni per poter ritornare un giorno, di nuovo a casa


27 gennaio 2010, di Redazione




Abbiate pazienza che vi stiamo svelando le ragioni di questo Teatro fatto in nome dei Siciliani, e di “Librino”. Questo video, rea­lizzato da Sonia Giardina, ci introduce al monologo teatrale che ha come soggetto la vita di Luciano Bruno, abitante di Librino (anello di tessuto urbano nella parte sud-ovest città della città di Catania), un tempo in movimento di fuga dal disagio sociale, oggi a lottare con coraggio per la sua iden­tità e per il suo diritto ad abitare a Librino. Lo spettacolo (sceneggiatura di Giuseppe Scatà, regia di Orazio Condorelli, luci di Domenico Guglielmino) spiega la scrittura e la vita di Luciano a partire dalla memoria, dal linguaggio e dal corpo. Ci riporta agli inizi della costruzione del quartiere, dise­gnato negli anni settanta da Kenzo Tange. Ci racconta di un campo di calcio, fatto da un gruppo di ragazzini aiutati dalla gente del quartiere, dove oggi c’è la Piazza dell’E­lefante. Da quella memoria di se stesso bambino, Luciano viaggia fino al presente della nostra città. Vi farà piangere e ridere, vi farà sorridere e tremare, ad ogni luce cangiante del palco: un capolavoro di amici che s’incontrano per caso, e che caparbiamente lavorano in gruppo. Una sera a tavola hanno avuto un’ intuizione: “Lo metteresti in scena? C’è un compagno, col Gapa che elabora teatro po­polare. Sì, appunto il Gapa, il centro di ag­gregazione di San Cristoforo!”. Adesso, a un paio di mesi dall’esordio, at­torno a questo spettacolo si stanno muoven­do tante cose (ne parlano anche Marco Ci­riello e Maria Vittoria Trovato il 6 febbraio su Repubblica Donne) e stanno forse cre­scendo un po’ di vite. Per questo abbiamo pensato di scrivere le ragioni di questo tea­tro, come un dovere di fronte alla verità della vita. Alcuni appunti veloci, in prima persona.

* * *

- Mi chiamo Luciano e ho trentatré anni. Sono un abitante di Catania.
- Abito a Catania, ma lontano dalla mia famiglia, dalla casa e da Librino. Oggi poi vivo insieme al fratello e alla madre da cui sono stato abbracciato tredici anni fa, in un periodo difficile della mia vita. Siamo una famiglia, resa tale da noi stessi. Viviamo ancora con dolore l’assenza di questo mio“papà” che è morto da due anni.
- Mi chiamo Luciano Bruno. Mia mam­ma, la mia, si chiama Agata Puglisi. Lei vive a Librino con mio fratello Filippo in una casa dove non ci sono porte, usurate dalla povertà.
- Sono assieme scrittore della mia storia, giornalista delle storie altrui, mediatore de­gli studenti di urbanistica fra la gente dei nostri palazzi; sono l’interprete di trent’anni di vita di Librino, a partire dalla mia me­moria.
- Mio nonno, Luciano Puglisi, mi chia­mava Cialli. E’ morto quando ero un bam­bino felice di sei anni. Poi, la mia vita non è stata più la stessa. Dopo la sua morte tutta la mia vita è stata travolta dalla ingiustizia.
- Tutto nella mia memoria: dalla baracca dove vivevo all’aeroporto. Dal momento in cui mio padre se n’è andato. Quando mio nonno mi ha portato a vivere con se.
- Il giorno in cui mia madre è rimasta sola. Prima senza marito, poi senza padre, poi esclusa da tutta la famiglia. E noi, tre fratelli, esclusi con lei. Fino a quando non sono stato portato via da loro per essere tra­scinato in un istituto per minori.
- Di stanza in stanza, di istituto in istituto, di tutela in tutela. Qualche periodo a casa. Sono rimasto separato, di volta in volta, da mia sorella, da mio fratello, da mia madre. Allontanato da mia madre. Con mio padre lontano.
- Quando ho scelto di scrivere la mia vita, l’ho fatto pensando a queste cose. Quando sentite il racconto del campo di calcio, pen­sate che è la storia di molti altri ragazzi vio­lati dalla fame e dalle ingiustizie di Cata­nia.
- In questi ultimi anni, questa storia l’ho già raccontata. Alcuni sono rimasti senza parole. Altri ne hanno riso. Altri ne hanno riso.
- Allora la scelta è stata di lottare contro la mafia.
- La forza sta nel raccontare. La mia vita a Librino, mio nonno, la dolce anarchia di mia mamma. Mentre sto in scena, penso alla mia casa, a mio fratello che torna dopo finisce il suo lavoro di posteggiatore abusi­vo. Lui non ha accettato il condizionamento dei parenti: e ogni giorno subisce l’esclusio­ne.
- Ogni mia parola è dedicata a mia ma­dre, e a mio fratello che nessuno vede e che io non riesco ad aiutare. Perché non ho al­cun potere, se non quello delle mie parole contro.
- La verità che prima o poi sarò capace di raccontare, guardandovi negli occhi é quel­la di essere stato violentato da altri uomini. Da allora ho deciso che la mia vita non avrebbe avuto altro movimento che non quello di denunciare. Mi sono aggrappato alla giustizia per me e per tutti.
- Faccio questo teatro pensando alla gen­te di Librino, a cui riesco a dare voce, con il continuo ritorno della memoria e dell’im­pegno fisico di tutto me stesso. Penso ai minori che sono abbandonati. Ci sono un sacco di giovani, che maggiorenni, o prima, o poco dopo, si danno, ai giochi di un mer­cato di uomini. Ci sono minori, che malgra­do la loro età, devono scegliere, di subordi­narsi al sistema di questa città. Non si può chiamare prostituzione. Non si può chiama­re mercato. Non si può chiamare turismo sessuale. Nessuno vuol vedere, nessuno vuol analizzare. Perché è già violenta la vita. E perché un uomo deve restare in si­lenzio. Per sopravvivere. Per vivere. Per fare una famiglia, dei bambini. Per avere una casa. Per restare dentro questa città ché è Catania.
- Questo dolore ho dentro quando vi rac­conto questa mia vita. Questo campo di cal­cetto che portiamo in scena rende in modo semplice quello per cui lotto. I ragazzini.
- Dai miei venti anni, da quando ho la­sciato il mio quartiere, sto cercando di tro­vare le forze, non soltanto per me.
- Penso che c’è stato un tempo per esser­mi perduto, un altro in cui la vita mi ha ri­preso; con la mia dignità di uomo. Ci sarà un tempo in cui mi vivrò la mia vita dentro il quartiere.
- Dai miei venti anni sono lontano da mia madre. Ora lotto, lavoro, scrivo, e vivo per testimoniare.
- La mia memoria svelata, oggi la cono­scete: è quella di essere stato un uomo vio­lato nell’amor proprio. Ci sarei potuto rima­nere dentro quel tempo di stupri e di mafia nascosta.
- Nipote di un pescatore, che si chiamava col mio stesso nome.
- Mia madre si chiama Agata, è una anar­chica, sta sola nella sua povera casa.
- Mi chiamo Luciano Bruno e sto lottan­do per riunire, questi pezzi della mia vita.
- Sono parte della storia di questa città, perché conosco le violenze che si celano dentro di essa.
- Ci sarà un tempo in cui avrò vicina mia madre. Ci sarà un tempo per la mia vita. Ci sarà un tempo per aiutare la vita di altri ra­gazzi, che hanno sofferto, con una sofferen­za e una vita, simile alla mia.
- Ci sarà un tempo, in cui la mia cittadi­nanza a Librino sarà di fatto realizzata e questo tempo io lo sto aspettando, in questo presente, mentre racconto la mia storia di “Librino”.
- In nome di mia madre. In nome della vita che ho passato. E nel nome di tutti co­loro privi di storia, e invisibili.

Fabio D’Urso


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Ci sono 1 contributi al forum.

Caro Luciano


8 febbraio 2010, di : rocco


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