



Dibattito nell’antimafia/2. Benny Colasanzio, uno degli organizzatori delle “Agende Rosse”, è un tipico esponente della generazione di mezzo del movimento antimafia. Anche a lui abbiamo chiesto un’opinione sui limiti e problemi attuali del movimento e, naturalmente, sul “che fare”
La diagnosi è spietata e non lascia molte speranze; non so quanto tempo gli rimanga da vivere. Certo se non si fa qualcosa il movimento o i movimenti antimafia hanno i giorni contati. “Un mese, un anno, chi lo sa”, dice la suora al capezzale col rosario in mano. Un organismo eccellente, composto da persone di altissimo livello, lacerato sempre dallo stesso virus, dallo stesso male oscuro che ormai ciclicamente affossa quanto di buono negli anni si è costruito. La nostra situazione è tra le più paradossali: a fronte di una mafia unica e compatta, della camorra che si allea con la ‘ndrangheta che a sua volta stringe legami coi narcos colombiani, c’è un’antimafia spaccata, frazionata e lacerata fino in fondo, senza più nemmeno la voglia di provare a ricucirsi. Una tendenza all’autodissoluzione. Perchè questo? E’ un interrogativo secolare che certo non può avere una risposta assoluta, in particolare da parte di un giovanotto che poi è parte in causa. Qualche riflessione però si può ancora fare. Quei due, leader di quelle due associazioni, non si possono vedere, come si dice in Sicilia. Perchè una volta ad una conferenza lui non lo ha invitato. E allora nemmeno l’altro lo invita alla tavola rotonda sulla mafia dal titolo, per esempio, “unità nell’antimafia”. Tutti e due però non sopportano quell’altra, perchè una volta ha stretto la mano a quel politico; l’antimafia non deve guardare in faccia a nessuno, e nemmeno in mano. Ad accomunare i nostri leader antimafia è il cattivo sangue che scorre verso quell’altro dell’associazione contro il pizzo, perchè una volta hanno detto che le altre associazioni fanno poco, e allora noi ora gliela facciamo vedere. Mancanza di dialogo, caratteri difficili, orgoglio eccessivo e incapacità di guardare oltre il proprio orto, seppur ben curato e in fioritura. Difficoltà a percepire la mafia come il problema comune in assoluto, piuttosto che qualcosa ormai relegato in secondo piano a favore di polemiche politiche o peggio ancora personali. Siamo qui tutti per lo stesso motivo, no? E se per caso qualcuno delle seconde file alza la mano e suggerisce che siamo fuori strada, che le critiche possono migliorare il tutto e il fine, beh, molto probabilmente verrà preso e portato di fronte al tribunale dell’unità, che ne decreterà l’esilio per alto tradimento. Io credo di averle tutte queste pecche, tanto per cominciare. Solo qualche giorno fa, all’anniversario di Via D’Amelio, ho capito quanto possa essere devastante tutto ciò; l’ho capito stando nelle retrovie, cogliendo umori e sguardi. Sto lavorando, innanzitutto su me stesso, per tornare sulla buona strada. Una strada che se tenuta bene sarebbe un’autostrada, una rampa di lancio che tornerebbe a far paura ai quattro quaraquaquà rimasti in Cosa nostra tutelati da altri quattro quaraqualà che siedono nelle istituzioni e che lentamente vengono denudati oggi dalla magistratura. E invece no. Abbiamo le antimafie, le antipatie, le incomprensioni. E mai che qualcosa scappi, per carità. In questo la memoria ci assiste. Provate. Chiedete al presidente di questa associazione perchè non organizzano più manifestazioni, conferenze e convegni assieme a quell’altra: “perchè due anni tre mesi e un giorno e mezzo fa all’anniversario di un cristo ucciso dalla mafia lui mi ha guardato di tre quarti e non mi ha salutato abbastanza”. Ovvio, qui voliamo bassi, siamo banali e stereotipizzati. Un motivo per avercela con noi, visto quanto basta poco. Una possibile soluzione, però, la voglio suggerire: i militanti semplici, i soldati senza medaglie, quelli dall’altra parte del tavolo dei relatori una cosa la possono fare. Si possono unire, sul web magari, e chiedere che una volta per tutte la smettessero gli opinion leader, i capi popolo, i portavoce, di perdere tempo a starsi sulle palle l’un l’altro, che poi è anche un peso e una fatica oggettiva. E costringerli ad incontrarsi, agli stati generali dell’antimafia. Un grande incontro a cui invitare ogni associazione, gruppo o movimento che condivide il fine di schiacciare mafia e mafiosi. E poi obbligarli a promettere solennemente che da quel momento in poi sarebbe iniziata un’altra epoca, fatta di dialogo costante e di motivazioni univoche. L’Antimafia 2.0. Forse sono andato troppo oltre. L’ottimismo crea questi effetti perversi. Ti fa pensare che davvero tutto ciò sia possibile. Che nessuno se la sentirebbe di sottrarsi a questo obbligo morale. Rimetto via sogni e speranze, e torno a fare il mio lavoro di testimonianza civile nelle scuole, nelle associazioni. Torno a raccontare, da solo e con il dolore di una famiglia, una piccola storia di uomini qualunque, come tanti in Sicilia, uccisi per quella testa tenuta eccessivamente alta. E finisco un articolo scritto per un caro amico come mai si dovrebbe fare: una soluzione, riflettendoci, purtroppo non ce l’ho, e l’ottimismo l’ho esaurito poco sopra. Forse è ora che i “leader” stiano fermi: lasciamo spazio a quelli che stanno davanti al tavolo dei relatori, a quelli in seconda fila, che forse qualcosa da dire ce l’hanno anche loro, che forse il diritto all’unità ce l’hanno anche loro.

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