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“Non vendiamo né armi né droga, noi...”


Brutta aria per gli ambulanti africani, i “vu cumprà”. Fra vigili, controlli e com­pagnia bella sono diventati più clandesti­ni degli spacciatori di droga. Con la diffe­renza che loro non spac­ciano proprio niente. Stanno semplicemente cercando di campare vendendo le loro merci. Perché questo accanimento contro di loro, e non contro gli spacciatori mafiosi?


27 gennaio 2010, di Redazione




La vita degli immigrati senegalesi a Ca­tania è diventata un incubo. Quasi tutti venditori ambulanti nelle vie del centro. Quasi tutti irregolari. Ma tutti uomini a cui, in nome della “legalità”, viene negato il diritto al lavoro, il diritto alla vita. Da or­mai due mesi, soprattutto in corso Sici­lia, si moltiplicano i controlli, gli arresti, i se­questri di merce contraffatta e non. Li co­stringono a firmare verbali, a volte fal­si, e sempre senza traduzione. Si respira un clima di terrore. Sotto i partici le bancarelle sono scomparse. Si vedono solo gruppetti di senegalesi con buste piene di cd, scarpe o cinture, oppure a mani vuote con la merce ben nascota die­tro l’angolo. Sembrano quasi le dina­miche dello spaccio. Invece è la lotta per la so­pravvivenza di chi resiste per la pro­pria di­gnità, di chi ha paura di essere ri­spedito in Africa, di chi è fuggito dalla miseria e oggi teme di non avere nulla da vendere l’indo­mani, di non avere più di che vivere. Ma cosa sta succedendo a Catania? Si sta tentando di fare una città vetrina, puli­ta e ordinata? Cosa vuol dire “legalità”, que­sta parola tanto abusata? Prima sgom­berano l’Experia, poi svuotano il corso Si­cilia. Quali interessi dietro queste mano­vre? Quanto segue è la testimonianza di un venditore ambulante che chiameremo Ibra­him.

* * *

“Io sono triste e arrabbiato per la chiu­sura de l’Experia perché questo è uno dei po­chissimi spazi a Catania dove nessuno si sente estraniero. Qui dentro non è solo laboratorio, non si è solo immigrati. Qui dentro si è soprat­tutto portatori di cultura. All’Experia accadeva spesso che i ra­gazzi chiedevano ad esempio “come si usa à tu pais” oppure “come se dice que­sta paro­la nella tua lingua”, quindi io ve­devo que­sto luogo anche come uno spazio di libera expression e valorisation di me stesso e questo è importantissimo… Però non dimentichiamo che oltre allo spazio sociale bisogna anche considerare lo spazio esistenziale e quello del lavoro. Molti degli immigrati della mia nazio­nalità lavorano come commercianti ambu­lanti per le vie di Catania in particolare in cor­so Sicilia. Non vendevano armi o droga, non ven­devano niente che può essere considerato pericoloso per la società italiana. Si tratta di CD, scarpe, giubbotti che vengono richiesti da tutti les classes socia­les presenti in città. Però allo stesso tempo cosa succede? I controlli nell’ultimo periodo si fanno sempre più frequenti, sequestri di merce e arresti. Adesso vi invito a fare una reflection con me: le autorità sequestrando continua­mente la nostra merce, non ti danno la pos­sibilità di guadagnare da vivere, e tutto questo in nome della “sicurezza”. Però una persona in qualche modo deve riuscire a procurarsi da vivere… Siamo sicuri che queste “politiche” de­terminano sicurezza, o i loro effetti pro­durranno criminalità e insicurezza? È arrivato il momento di discutere tutto, c’è bisogno di spazi sociali e di lavoro… Quindi io sono felice di partecipare a questo ragionamento collectivo. Abbiamo bisogno dell’Experia, abbia­mo bisogno di spazi sociali. Abbiamo bi­sogno di rendere questa città vivibile per tutti co­loro che la abitano.”

Sonia Giardina


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