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Palermo come Catania Violenza, manganelli e strage dei diritti


Cinque arresti, tre feriti, una struttura sociale devastata e dispersa: al Lavoratorio Zeta di Palermo come all’Experia di Catania l’establishment non ha cercato il minimo tentativo di mediazione ma è andato giù duro con la violenza. All’Experia a essere soprattutto colpiti sono stati i bambini del quartiere, privati del doposcuola; allo ZetaLab le vittime principali sono i rifugiati dalle guerre africane. Sullo sfondo, in entrambi i casi, interessi privati e affari in corso


28 gennaio 2010, di Redazione




E’ di cinque arrestati e tre feriti il risulta­to di una giornata di tensio­ne di fronte al Laboratorio Zeta di Paler­mo, dove sono ospitati da anni numerosi rifugiati in pre­valenza sudanesi. Il Comune di Palermo non è stato capace di chiudere la mediazio­ne in corso da mesi, assegnando agli occu­panti la gestio­ne della struttura sita in via Boito a Paler­mo, nonostante i numerosi ri­conoscimenti dell’utilità sociale delle atti­vità del Labora­torio Zeta e le forniture di acqua, luce e provviste. Persino nel portale internet del Comune il laboratorio Zeta era indicato come uno dei luoghi di accoglien­za che la città offriva. Adesso quel luogo non esiste più. La po­sizione irriducibile a qualunque soluzione di compromesso da parte di un’altra asso­ciazione assegnataria, Aspa­sia, ha innesca­to un gioco delle parti che, dopo ore di fin­ta trattativa si è con­cluso con lo sgombero violento della strut­tura. Dopo Rosarno, lo sgombero del centro sociale Laboratorio Zeta di Palermo si configura come l’ennesimo tentativo di di­spersione di migranti sul territorio nazio­nale. Un tentativo che passa anche attra­verso gli arresti ed i ferimenti degli anti­razzisti che a Palermo si battono per difen­dere i diritti fondamentali dei rifugiati, a partire dal diritto all’alloggio. Quanto successo a Palermo è la prosecu­zione delle operazioni di dispersione “assi­stita”che abbiamo già visto a Rosarno, con una partecipazione attiva delle forze di po­lizia che in questa ultima occasione non hanno dovuto certo proteggere i migranti né hanno individuato per loro un alloggio, ma hanno soltanto distrutto un lavoro so­ciale che durava da anni, del quale altre istituzioni, pur nei limiti degli scarsi mezzi disponibili, avevano riconosciuto il valore e la efficacia. Molti dei rifugiati che avevano trovato accoglienza al Laboratorio Zeta sono stati messi sulla strada dalla poli­zia ma sono bloccati a Palermo perchè la Questura non ha rinnovato i permessi di soggiorno per motivi umanitari o non ha consegnato i do­cumenti di viaggio a perso­ne che da anni sono state riconosciute me­ritevoli della protezione internazionale. Un ritardo an­che di due anni che si è accumu­lato per la richiesta pretestuosa di passa­porti in corso di validità a persone che non potevano chiaramente rivolgersi alle am­basciate dei paesi di provenienza perchè ri­fugiati. Dove potranno andare i rifugiati allonta­nati dal Laboratorio Zeta se l’ufficio immi­grazione della Questura di Palermo conti­nua a negare loro il rinnovo o il rilascio dei documenti di soggiorno e di viaggio? Mol­ti di loro hanno già perduto il lavoro che avevano perché dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza i datori di lavoro non offrono più impiego a coloro che hanno in mano solo una ricevuta e sono in attesa del permesso di soggiorno. Chiediamo che la Prefettura e lo stesso ministero dell’interno intervengano per sa­nare questa situazione che produce un gra­ve danno esistenziale e che potrebbe inte­grare gli estremi del rifiuto di un atto d’uf­ficio. Chiediamo ancora una volta che il Labo­ratorio Zeta di Palermo venga restituito alla sua destinazione sociale e continui ad essere riconosciuto come luogo di acco­glienza dei migranti, e chiediamo ancora che tutte le istituzioni, compresa la Prefet­tura, facciano il loro dovere nei confronti dei rifugiati, riconoscendo nei fatti il dirit­to/dovere di accoglienza, sancito anche dalle direttive comunitarie che l’Italia non applica, tanto da negare un alloggio a quanti hanno avuto riconosciuto uno status di protezione internazionale. Le associazioni antirazziste di Palermo riconfermano il loro impegno e svolgeran­no tutte le iniziative legali per difendere quanti sono stati feriti dalla polizia, coloro che sono stati arrestati, ed i migranti che sono rimasti senza un alloggio. Nessuno si illuda che le operazioni di confinamento e di deportazione “assistita” già viste a Ro­sarno si possano estendere impunemente ad altre parti del territorio nazionale.

Fulvio Vassallo Paleologo

Università di Palermo


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