



"Operato corretto", dicono gli avvocati difensori di Enzuccio Santapaola, visto il risultato delle indagini del Dap che accertano l’autorizzazione del gip competente a far uscire la lettera dal carcere. Per carità. Loro si incatenerebbero pure al palazzo di giustizia per il loro cliente. Ma gli altri, l’opposizione, l’ordine dei giornalisti, si incatenerrebbero in nome della corretta informazione? Chissà. Di loro non abbiamo mica notizia!
"Io, Vincenzo Santapaola, vi dico...". Uno degli ultimi contenuti de La Sicilia di Catania, sotto forma di lettera, ma senza alcun intervento redazionale, è un vero e proprio editoriale di un boss mafioso. Contemporaneamente, e da oltre un anno, Ciancio vieta ai suoi cronisti di pubblicare dichiarazioni e notizie su Claudio Fava. Un episodio gravissimo, che segna un punto di non-ritorno. E la Magistratura? Ponzio. E l’Ordine dei Giornalisti? Pilato.
Il gravissimo episodio di Catania - un esponente mafioso che usa il giornale di Ciancio per mandare i suoi messaggi - non ha suscitato le risposte istituzionali che sarebbero state prontamente date in ogni altra città.
1) La Procura di Catania, che da poco ha sequestrato per inadempienze burocratiche un povero foglio locale ("Catania Possibile") di denuncia, non ha ritenuto di intervenire sul ricco e potente quotidiano che ha favoreggiato di fatto il clan Santapaola.
2) L’Ordine dei Giornalisti non ha incredibilmente preso alcun provvedimento disciplinare - e quando , allora? - nei confronti del favoreggiatore.
3) L’Associazione siciliana della Stampa, che non è mai intervenuta in difesa di nessuno degli otto giornalisti siciliani trucidati dai Santapaola e dagli altri mafiosi, non ha avuto il coraggio di prendere adeguatamente posizione.
4) Il CdR de La Sicilia non ha denunciato né ha contestato (com’era suo preciso dovere) l’operato del direttore.
4) Non se n’è dissociato, nemmeno con tempestive dimissioni, neanche il vicedirettore, che evidentemente giudica incidente veniale la presenza di un Santapaola nel suo giornale.
5) Le forze politiche locali hanno reagito con estrema fiacchezza all’episodio gravissimo, che ufficializza la contiguità fra poteri e mafia (già vista in numerosi episodi: caso Avola, censura dei necrologi Montana e Fava, scuse al boss Ercolano, ecc.) nel campo dell’informazione.
Non è affatto una vicenda catanese. E’ nazionale. E’ l’esempio più estremo, ma che non resterà insuperato, della catastrofe etica dell’informazione italiana. Saviano, parlando di giornali collusi, ha avuto torto solo nel limitare i suoi esempi alla Campania.
* * *
Facciamo appello ai siti liberi locali, ai giovani che li animano con tanta passione, a non lasciare impunita questa vergogna. A reagire apertamente e duramente, e soprattutto tutti insieme. Urgente è la ripulsa istintiva, etica, morale, nei confronti di quel "giornalismo" che insulta gli Alfano, le Cutuli, i Mario Francese, i Giuseppe Fava.
Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà a Claudio Fava, che i mafiosi intendevano uccidere, per la sua attività di giornalista libero, nello stesso luogo in cui avevano già ucciso suo padre; e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo nome oggi è tabù sullo stesso giornale che pubblica i comunicati dei Santapaola.
Faccio appello infine, personalmente e da vecchio giornalista che mai avrebbe immaginato un tale degrado della professione, ai colleghi Lorenzo Del Boca e Roberto Natale, Presidenti Nazionali del nostro Ordine e del Sindacato:. Intervenite con tutti i vostri poteri su Catania! Difendete la nostra professione! Non lasciate soli i giovani che, con immensa generosità e a dispetto di tutto, qui impegnano le loro vite a fare un giornalismo di cui non vi dobbiate vergognare. [r.o.]
Santapaola, fatto grave e senza precedenti
di Claudia Campese | 25/10/2008 | da step1.it
La pubblicazione senza alcun commento della lettera del detenuto su ’La Sicilia’ ha suscitato indignazione. Sulla correttezza deontologica dell’operazione abbiamo intervistato Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine della Lombardia e esperto della regole della professione: ’Quel quotidiano ha tradito il rapporto di fiducia coi suoi lettori’
La questione della lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del più celebre boss Nitto, pubblicata dal quotidiano "La Sicilia" lo scorso 9 ottobre, è anche – si è detto – una questione di deontologia. Non solo perché l’autore della missiva è un detenuto al 41 bis - che in teoria dovrebbe avere ridotte possibilità di comunicazione con l’esterno – ma per la scelta del quotidiano di non affiancare al testo della lettera né una breve biografia dell’autore – che potesse aiutare il lettore meno preparato a contestualizzarla – né qualsiasi altra nota di commento. Ne abbiamo parlato con Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine regionale della Lombardia (lo è stato per 18 anni) e docente di Diritto dell’Informazione alla scuola di giornalismo "Carlo De Martino" di Milano. Sul suo "Codice dell’Informazione e della Comunicazione" hanno studiato per sostenere l’esame da giornalista migliaia di professionisti in Italia. E sulla deontologia Abruzzo non transige: è una delle sue battaglie personali.
Professore, il quotidiano catanese "La Sicilia" ha recentemente pubblicato il testo integrale di una lettera di un detenuto al 41bis, di cognome Santapaola, nuda e cruda. Non sarebbe stata necessaria qualche riga di commento? Un tentativo di contestualizzazione? Nelle nostre scuole di giornalismo, mi capita spesso di rispondere alla domanda: "Che si intende per giornalismo?". La risposta è "informazione critica legata all’attualità". Se l’articolo 2 della legge 69/1963 sancisce il "diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica", nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L’obiettività non significa neutralità: il giornalista è un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto è tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti.
Nel caso specifico, quindi, era preciso dovere del quotidiano precisare chi fosse il mittente della missiva? Non si poteva non riflettere su questa circostanza: Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell’assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una "persona normale", un "uomo qualunque". Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de "La Sicilia" di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell’estensore della lettera.
Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunità nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano il 9 ottobre è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonché protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: "Chi è?".
Per quella che è la sua memoria storica, vi sono stati casi simili in precedenza che possano aiutarci a capire? Ho lavorato 45 anni nei giornali, prima a Cosenza, e poi dal 1962 al 2001 a Milano (Il Giorno e Il Sole 24 Ore). Mi sono occupato di mafia, parlo di Luciano Liggio organizzatore di sequestri di persona nel Nord Italia (con una base operativa anche nella periferia di Catania). Ho seguito negli anni ’60 e ’70 la prima sezione penale del tribunale di Milano e il tribunale penale di Monza: anche attraverso i processi per diffamazione a mezzo stampa, quei giudici hanno ricostruito la storia del nostro Paese. A Monza in particolare si è parlato anche della strage di Ciaculli e di Tano Badalamenti (confinato alla Canonica Lambro), a Milano non solo della "banda Liggio-Guzzardi". Mai i giornali milanesi hanno taciuto o hanno sottovalutato il fenomeno. Il "crac Sindona", con i suoi risvolti tragici - delitto Ambrosoli soprattutto e poi il suicidio in carcere del banchiere messinese - , è stato raccontato con passione civile e con grande impegno. Quelli erano anche gli anni tragici e sanguinosi del terrorismo rosso e nero. Non è mai accaduta una vicenda simile a quella di Catania 2008.
Data l’eccezionalità del caso, quali potrebbero essere le reazioni dell’Ordine dei Giornalisti? I Consigli dell’Ordine sono chiamati dalla legge professionale e dalle sentenze della Corte costituzionale a vigilare sulla condotta degli iscritti e anche sulle condotte omissive degli iscritti, che, con i loro "omissis", minano i principi della buona fede e della lealtà verso i lettori nonché il rapporto di fiducia che deve esistere tra stampa e cittadini. Il giudice disciplinare amministrativo è l’Ordine regionale. Il Consiglio nazionale è giudice disciplinare amministrativo d’appello. In caso di inerzia, il Consiglio nazionale, informato, potrebbe decidere di affidare il procedimento a un altro Consiglio regionale.

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