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Perché bisogna appoggiare i Siciliani


Chiediamo a Libera, all’Ordine dei Giornalisti, al sindacato, alla Lega delle Cooperative di prendere pubblicamente posizione a favore dei Siciliani e di organizzare in prima persona la solidarietà con essi. Non è solo “aiutare i Siciliani”. E’ fare tutti un passo avanti, difendere una libertà sotto attacco per difenderle tutte


22 giugno 2009, di Redazione




“Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né ac­cuse, né denunce, dolori, disperazioni, ri­volte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cine­ma, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici ap­plaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto som­mato questi ultimi sono probabilmente convinti d’essere oramai invulnerabili”. * * * E’ una città del sud - anni ’80 - quella di cui ci parla Giuseppe Fava. Con la sua ma­fia, la sua violenza, e soprattutto il suo stretto rapporto con poteri politici, imperi economici e monopolio dell’informazione. Quest’ultimo è l’anello essenziale, quello che dei vari elementi fa un Sistema. Lo sappiamo tutti. Sappiamo come funziona Catania, come funziona il sud. La novità è che oggi Giuseppe Fava non parla più di Catania. Parla di tutta Ita­lia, parla di Milano, parla di Roma. La ma­fia - com’era facilmente prevedibile – ha ri­salito il nord. La volgarità d’un Graci o d’un Ren­do riempie oggi, con altri nomi, le chroni­cles from Italy della stampa internazionale. Tutto ormai è dilagato dap­pertutto. Ancora una volta, il centro è il monopolio dell’in­formazione. Non solo per la rimozione del­le notizie (che è ormai abi­tuale), ma soprat­tutto per la decostruzione sistematica dei pensieri comuni e la loro so­stituzione con altri congrui al sistema, non civili.

* * *

Come ci vorrebbe adesso un Giuseppe Fava, un Siciliani! Allora, la lotta sua e dei suoi ragazzi fu durissima, e non priva - per quel­la fase - anche di successi. Lui la pagò come sappiamo. I suoi redattori con vite durissime, ai limiti del tollerabile, fra mise­ria e minacce. Eppure, nessuno tradì. Molti continuarono. I Siciliani, in realtà, non sono finiti mai. Hanno strade diverse, diversi nomi. Ma ci sono.

* * *

L’Ordine dei giornalisti, il sindacato (la corporazione insomma: nel senso antico e tecnico, di mestiere) negli anni di Giusep­pe Fava sono stati lontanissimi da lui. Sem­brava un mestiere tranquillo, una “profes­sione”; qualcosa che garantisse insieme uno status sociale e una funzione. Che non ci sono più. “Giornalista”, in questi anni, è tornata ad essere una parola ambigua, su cui fare scelte: o Ministero dell’Informazio­ne, o militanza civile. La nostra “corpora­zione”, spalle al muro, sta scegliendo ora. Alcuni pochi tradiscono; per molti invece è l’ora della dignità. La Lega delle Cooperative (di cui I Sici­liani facevano parte) tradì Giuseppe Fava e i suoi redattori. Preferì fare affari con gli imprenditori collusi. Questo l’abbiamo pa­gato con infiniti dolori. Cosa intendono fare, dopo un quarto di secolo, coloro che la reggono ora? Possono rimuovere, certo, queste righe. Ma sappiamo che in questo momento le leggono. E aspettiamo la loro risposta. Al tempo di Giuseppe Fava, il nuovo mo­vimento antimafia era agli albori. Noi ab­biamo contribuito a fondarlo (l’Associazio­ne I Siciliani, Siciliani Giovani, l’idea di di­stribuire i beni confiscati) ma da allora se n’è fatti di passi su questa strada. C’è Libera di don Ciotti e dalla Chiesa, ci sono le asso­ciazioni locali, c’è Addiopizzo. Ci sono ad­dirittura dei politici che sono saliti a Roma o Bruxelles grazie principalmente alle te­matiche antimafiose; ed interi partiti che si appoggiano ad esse.

* * *

Dall’Ordine e dal Sindacato dei giornali­sti, dai dirigenti di Legacoop, dagli espo­nenti dell’antimafia civile, ci aspettiamo una pubblica e combattiva presa di posizio­ne sul caso dei Siciliani. La sottoscrizione è già partita (l’appello è a pagina otto) e hanno già co­minciato a ri­spondere i cittadini. Ma è evi­dente che non avrà successo senza l’appog­gio aperto e or­ganizzato di forze ben più grandi di noi. Servono soldi e serve appog­gio politico, (forse ancora di più). La lotta dei Siciliani è sta­ta, e in un certo senso è ancora, una delle lotta più dense del dopoguerra: contro il sistema mafioso, per l’informazione. E’ un caso esemplare, un modello; e come tale va usato. Schierar­si pubblicamente coi Siciliani, qui ed ora, è la cosa più “politica” che si possa fare.

Riccardo Orioles


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