martedì 28 ottobre 2008, di Giuseppe Scatà
Abruzzo invoca un intervento dell’Ordine regionale dei giornalisti e, in caso d’inerzia, dell’Ordine nazionale, così come previsto dal regolamento: «Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell’assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una "persona normale", un "uomo qualunque". Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de «La Sicilia» di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell’estensore della lettera. Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunità nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano il 9 ottobre è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonché protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: “Chi è?”». .
E in tutto questo come reagisce «La Sicilia»?. Il 26 ottobre pubblica una recensione titolata “Il normale mestiere di killer” su un libro riguardante il pentito Maurizio Avola, sicario catanese dei sanguinosi anni 80, che come ci dice l’autrice del pezzo era “uno dei sicari al servizio di Nitto Santapaola, capo della cosca mafiosa che controllò per decenni Catania e l’intera Sicilia Orientale”. Maurizio Avola è pure, guarda caso, uno degli assassini materiali di Pippo Fava (1984). Insomma, attraverso una recensione nelle pagine della cultura, l’editore-direttore prova a mettere un’altra pezza al buco, ma alla fine affida la patata bollente all’inconsapevole Roberto Gugliotta (autore del libro con Gianfranco Pensavalli), intervistato: “Se vuoi capire perché la mafia non si vince, perché a Catania ancora lodano Santapaola, allora bisogna scrivere tutto questo (si riferisce al suo libro, nda). Dicendo solo che i mafiosi sono cattivi o che la mafia fa schifo non si arriva da nessuna parte. Io credo che fare antimafia vuol dire piuttosto fare nomi e cognomi dei colletti bianchi che aiutano la mafia”. Dice Gugliotta, insomma, quanto il quotidiano siciliano non ha mai l’intenzione di dire e fare.









