



Qualcosa fa immaginare che il prefetto di Parma, Paolo Scarpis, non ami gli scrittori. Forse non legge, forse ha un romanzo nel cassetto che nessuno gli pubblica, forse è uno di quelli che quando sente la parola cultura mette mano alla pistola. Sta di fatto che ogni qualvolta uno scrittore si permette di esprimere un’opinione sulla “sua” città Scarpis lo bacchetta immediatamente sulle colonne compiaciute di questo o quell’altro giornale locale.
L’ha fatto nei giorni scorsi con Roberto Saviano, reo di aver ricordato in tv che l’economia parmense ha conosciuto e conosce infiltrazioni camorristiche, l’aveva fatto, nell’ottobre 2008, con Beppe Sebaste, che in un reportage su Parma, pubblicato da “Il Venerdì di Repubblica”, ricordava l’esistenza di un certo sottobosco cittadino, confortato peraltro – nei suoi giudizi – da un terzo scrittore, Carlo Lucarelli. Aver definito “sparate” le dichiarazioni dell’autore di Gomorra è particolarmente singolare: non solo per la scelta del sostantivo, che andrebbe utilizzato con più cautela nel caso di una persona minacciata dalla camorra e sotto scorta, ma anche perché Saviano si limitava a riportare i risultati di un’indagine di un magistrato, Raffaele Cantone, sul boss Pasquale Zagaria. Mi chiedo: perché quando Cantone, un mese fa, intervistato da Stefania Parmeggiani di Repubblica, ha spiegato i motivi che hanno spinto i casalesi a scegliere Parma come terreno fertile per i loro affari, il prefetto non ha replicato a mezzo stampa? Forse gli scrittori, che in Italia contano poco o nulla, sono bersagli più facili? Certamente sì. L’ha riconosciuto lo stesso Saviano, che non nasconde i propri timori di delegittimazione e isolamento. “Sono ‘sparate’ di una persona che sta a 800 chilometri di distanza”, ha detto Scarpis, che è forse più informato di altri su dove si trovi esattamente Saviano. Nei confronti di Sebaste, da lui mai citato, il prefetto aveva osservato: “Ho letto l’articolo, si tratta di argomenti triti e affrontati con spirito molto fazioso da parte di qualcuno che, a quanto ne so, è un parmigiano pieno di livore nei confronti della sua città e non capisco il perché, avrà i suoi motivi”. Ci si chiede che cosa volesse insinuare. Nel suo pezzo Sebaste, accusato di faziosità, si rifaceva soprattutto alle cronache e ricordava, in particolare, il fallimento Parmalat, lo scandalo della Guru di Matteo Cambi, fatti di nera, i cantieri aperti. Toccava poi il tema della “tolleranza zero” e, naturalmente, richiamava il caso del ragazzo di colore pestato a sangue dai vigili urbani. Quanto alla camorra, Sebaste riferiva un commento di Lucarelli: “Parma è bellissima, ma deve riconoscere i suoi problemi: come altre città ricche del Nord è permeabile ai capitali della mafia. L’unico vero antidoto è la cultura, la socialità, la sua tradizione”. Significa essere faziosi questo? Forse essere faziosi, viceversa, è proprio non riconoscere quei problemi. Non c’è nulla di male nel denunciarli, non è ledere il prestigio della città. È difenderlo, semmai. Anche perché quei problemi esistono, come fa spesso notare Saviano, anche in molti altri capoluoghi del Nord. Lo diceva lo stesso Cantone nell’intervista sopra citata: “La storia di Parma è paradigmatica, perché disegna uno scenario che è applicabile ovunque, esportabile in qualunque città abbia grandi ricchezze e scarsa attenzione ai fenomeni malavitosi”. È una fortuna, evidentemente non accettata da Scarpis, che gli scrittori oggi scrivano anche di queste cose.

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