



Stanno ultimando la costruzione di un enorme mercato Agroalimentare a 10 Km dalla città di Catania. A fine anno dovrebbero trasferirvi tutto il mercato ittico, ortofrutticolo e florovivaistico, ma i commercianti non vogliono andare così lontano, e soprattutto non sono in grado di pagarne i canoni di affitto. Intanto i lavori proseguono, e i commercianti che lavorano in quei settori da più di un secolo, rischiano di scomparire.
Sono le cinque del mattino. Su uno sgabello di legno sta seduto il signor D’Antona. E’ appoggiato su un tavolo più alto del normale. Dietro di lui dei cartelli dicono: “Totano 13 euro, Pesce Spada 6,50 euro”. Vende pesce surgelato al mercato ittico di Catania, davanti al Porto e a solo 1 chilometro dalla pescheria, il mercato più antico della città. Appunta tutte le vendite su un grande block notes: “Sono rimasto all’età della pietra, i computer non li capisco”. Accanto al suo gomito sta un pila di carte rettangolari. Un uomo posteggia la motoape fuori, dà 100 euro a D’Antona, in cambio di un rettangolo di carta: “Sono tutti crediti. Noi viviamo di questi, la gente non può pagare subito. Sembriamo una finanziaria”. Sento dell’aria fredda che mi batte sulle spalle. E’ il congelatore. Guardo davanti a me. Sotto un capannone di cemento, visibilmente vecchio, senza manutenzione, ci sono altri 21 commercianti di pesce. Corrono come su binari trolley giganti con cassette di polipi, seppie, pesce azzurro, merluzzi, teste con lunghe spade e monconi di pesce senza testa. E’ un mercato a rischio di estinzione. A 10 chilometri da qui stanno per ultimare l’enorme mercato agroalimentare che dovrebbe ospitare l’ittico, l’ortofrutticolo, e il mercato dei fiori. Si parla della fine del 2008.
“Ca’ mi sanu sentiri u Zu Angelu”. Lo zio Angelo ha ottant’anni e lavora al mercato ittico da quando il pesce che sbarcava dai pescherecci si rivendeva già dentro il porto. “Adesso ci sono i miei figli. Ma sono i giovani che rischiano di rimanere senza lavoro. Ci vogliono portare tutti lì sotto, con una strada interminabile che sembra una mulattiera. Come verrebbero mai i pescatori a compare il nostro pesce? E poi qui uno spazio ci costa 1.000 euro di canone al mese, lì tre o quattro volte di più, perché ci sono le spese condominiali. E’ come un grande centro commerciale: affitti lo spazio, paghi luce, pulizia, acqua. E l’acqua, a proposito, ancora non ci arriva, si deve fare l’allaccio. Ma loro hanno fretta di buttarci lì e liberare questo posto. Unni si fà muddica si mangia (dove si fa mollica si mangia)”. “I mercati agroalimentari sono falliti in tutte le città. Prendi Bologna. E poi, oltre le spese di canone, dovremmo costruire nuovamente i nostri box, con le strutture adatte, e pagare pure un anno di anticipo. Insostenibile. Il 50% dei nostri clienti sono privati cittadini, che comprano le cassette e le rivendono o le conservano a casa. Lì, a dieci chilometri, non verrebbe nessuno. Troppo lontano e a rischio rapine. Scherziamo? Noi abbiamo costituito un associazione per difenderci, ci siamo incontrati con gli operatori dell’ortofrutticolo, e abbiamo preso un avvocato. Solo così, forse, possiamo difenderci”, mi dice Franco Santonocito, il presidente della nuova associazione. Al mercato ortofrutticolo, a due chilometri dal centro cittadino, i commercianti sono 88. Stessa situazione. Rischio di sgombero. “Ci vogliono buttare fuori, e noi siamo qui da quarant’anni. Questi carciofi, venduti per niente, sono di Ramacca e Caltagirone. Noi garantiamo la vendita dei prodotti nostrani, da sempre. Invece la grande distribuzione porta carciofi dall’Egitto, Tunisia, e Francia, e ci sta ammazzando. La Regione, la Provincia, il Comune, tutti azionisti del nuovo agroalimentare, invece di aiutarci ci ammazzano”, mi dice un commerciante di pomodori, “Questo capannone, con una ventina di box, l’hanno già venduto a un privato per fare esposizioni di prodotti tipici, per i turisti. E i venditori dovrebbero spostarsi su dei nuovi box costruiti per l’occasione, con celle frigorifere e altro. Una spesa inutile, perché l’allaccio all’Enel, che costerebbe 60.000 euro, non c’è . E se state costruendo il nuovo mercato agroalimentare, perché spendete soldi per nuovi box, ancora inutilizzati?” “Costruito negli anni ’60, fin dall’inizio questo mercato è stato un gabinetto a cielo aperto. Senza fognature, senz’acqua senza bagni, ad eccezione di due. Lo scriva a caratteri cubitali”, mi dice Nunzio Arena, presidente della Somac (sindacato ortofrutticoli) e consigliere d’amministrazione della Maas, l’azienda che ha in gestione il nuovo mercato agroalimentare, “Le donne non hanno servizi igienici, le dobbiamo invitare qui, nel bagno dell’ufficio. Ma nessuno dei commercianti può andare nel nuovo mercato a quelle condizioni economiche. E’ impossibile”. Uscito dalla direzione generale, faccio nuovamente un giro per il mercato col geometra comunale Alitio. Muri diroccati, tetti scrostati, ruggine, pali di ferro che escono fuori, grondaie rotte: “Non possiamo fare manutenzione da quattro anni, il comune ci rimanda indietro i progetti perché non ha soldi”. Un commerciante di arance, Giovanni C., mi dirà che la manutenzione non è mai stata fatta da quarant’anni, e che ciascuno ha badato ad aggiustare coi propri soldi. Ora ca’ squagghiata da nivi si virunu i puttusa” (e cioè quando si scioglie la neve si vedono le buche). “Davanti al mercato c’è un lunga fila di cassette di legno, intervallate da baracche. Sono quelle in vendita, nuove o riciclate, ci lavorano trenta famiglie”. Se il mercato vecchio scompare, scompaiono anche loro. “Ci chiamano i niuri, i neri, perché la mia famiglia ha la pelle scura. Lavoriamo con le cassette da generazioni, quando il mercato era a piazza Alcalà (inizio ‘900). Con l’agroalimentare noi dovremmo avere uno spazio per una segheria che fa cassette nuove all’interno. Con quali soldi?”, mi dice un ragazzo di 25 anni, una figlia di 6 mesi. “E’ un secolo che facciamo ‘sto lavoro, glielo può dire lui, che ha trovato qui vicino una patata di 25 kg”, e mi indica un signore anziano, con un sorriso amaro, che dice “E’ perché gente come noi ha mangiato pane e cipolla tanti anni fa che i ragazzi oggi possono continuare. Sono loro che rischiano di scomparire. E loro vogliono lavorare, non andare a fare rapine, è gente onesta”. Salgo in auto. Mi immetto nella tangenziale e cerco il nuovo mercato agroalimentare. Faccio tre giri e per tre giri non lo trovo. Poi becco una lunga strada di campagna. E’ piena di eucaliptos, agrumeti, campi da pascolo. Alla fine, dopo mezz’ora, vedo l’interminabile profilo di un edificio grigio. E’ il nuovo mercato. Lo stanno davvero terminando.
Cos’è la Maas Maass, “Mercati Agro-Alimentare Sicilia Spa”, è la denominazione sociale del consorzio proprietario del terreno di 100 ettari in contrada Jungetto, lì dove sta sorgendo il nuovo mercato agroalimentare. La società ha un capitale sociale di € 21.076.557,25, di cui il 99% è in mano a soci pubblici (i maggiori azionisti sono: Regione, 38 mld di vecchie lire; Provincia 1 mld; Comune, 1 mld) e l’1 % a soci privati. Ai bandi di gara per l’assegnazione degli spazi, scaduti a fine Marzo, per protesta non ha partecipato nessun commerciante.
Tangentopoli agroalimentare Il progetto del mercato Agroalimentare nasce nel 1989 e diviene uno dei più grossi scandali della tangentopoli catanese, a cominciare dal finanziamento dell’opera: 160 miliardi di lire. Le Procure di Catania e di Palermo aprirono due inchieste, e in tempi diversi: Catania per le mazzette, Palermo per abuso d’ufficio. Elio Rossitto, ex presidente del consorzio Agroalimentare, economista dell’università di Catania, ex sindaco comunista di Cassaro (SR), era stato accusato dall’imprenditore Alfio Puglisi Cosentino, perché un terreno di sua proprietà, del valore di tre miliardi, era stato venduto al consorzio per dieci miliardi, con l’aiuto di Gaetano Scardaci, funzionario dell’Ute di Catania, che fece la perizia sul bene. Puglisi Cosentino raccontò che Rossitto gli aveva chiesto 2 miliardi per sopravvalutare il terreno. Rossitto, dopo l’arresto, avrebbe affermato di avere diviso la tangente con gli ex componenti del Cda del consorzio e con Rino Nicolisi, a quei tempi presidente della Regione, e Salvo Andò, ex ministro della difesa. Il tribunale di Palermo nel 2000 prosciolse tutti gli imputati coinvolti, tra cui Enzo Bianco, Raffaele Lombardo e gli ex assessori regionali al commercio Leanza e Turi Lombardo.

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