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Se anche il sindacato si comporta da padrone


Il sindacato, che di solito difende i lavoratori, a Cata­nia si trova in causa con uno di loro. Per anni e anni, Giovanni Sapienza ha lavorato alla sede – aprire, chiudire, vigilare, sbrigare prati­che, organizzare – ma senza contratto. C’è un buco nella legge. Ma approfit­tarne è giusto, per un sindacato?


20 febbraio 2009, di Redazione




L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori consi­dera inefficace o nullo il licenziamento quan­do avviene senza giusta causa o giu­stificato motivo. Eppure la Cgil, la più grande orga­nizzazione dei lavoratori, sem­bra averlo di­menticato. Ciro Crescentini e Luigi Casti­glione, dopo aver lavorato per più di 20 anni nel sindacato, sono stati un bel giorno licen­ziati, ma entrambi si sono ribellati ricorrendo alle vie legali. Sebbene la Cassazione abbia ritenuto il licenzia­mento di Castiglione ille­gittimo e prete­stuoso, la Cgil si è appellata sostenendo che le organizzazioni sindacali non sono tenute ad applicare l’art.18. Ed è vero, dato che l’art. 4 della legge 108 del 1990 esime dal meccanismo di reintegro i “dato­ri di lavoro non imprenditori che svol­gono senza fini di lucro attività di natura po­litica, sindacale, culturale, di istruzione ovve­ro di religione o di culto”. A Catania, un onesto lavoratore è al cen­tro di un’altra storia di diritti calpestati da un sin­dacato. Si chiama Giovanni Sapien­za e la sua vicenda è davvero complicata. Nato a San Cristoforo nel cortile Ariete, Giovanni vive da 25 anni in una piccola abitazione popolare a Librino. Nell’ ‘85 ha iniziato “a lavorare in nero alla Cgil di Ca­tania svolgendo varie mansioni e anche in­carichi di fiducia per il segretario. "Mi oc­cupavo della manutenzione dell’edificio, ero responsabile dell’apertura e della chiu­sura dei locali e della loro vigilanza, sbri­gavo pratiche esterne e organizzavo persi­no cortei. Speravo di essere prima o poi re­golarizzato, ma gli anni passavano e io re­stavo senza tutele e prospettive di cambia­mento. A seguito delle mie continue pres­sioni per la regolarizzazione del rapporto lavorativo e dei 13 anni di oneri contributi­vi, nel 1998 la Confederazione trovò un éscamotage. Venni assunto dalla ditta di pulizie, Alizzi Grazia, poi divenuta Nova­lux, ma solo formalmente! Di fatto avevo le responsabilità di sempre e non mi occu­pavo certo di pulizie".

"Dopo altri cinque anni - continua Sa­pienza - nel settembre 2003 decisi di rifiu­tare lo sti­pendio in segno di protesta. Il mio vero dato­re di lavoro era la Cgil e vo­levo che la mia situazione lavorativa - spiega Giovanni - di­ventasse chiara senza ditte fantoccio in mez­zo. Così chiesi alla Cgil di rispettare i miei diritti assumendo­mi e coprendo gli anni con­tributivi trascor­si. Da quel momento venni allontanato dai rapporti di fiducia, molti col­leghi non mi parlarono più e fui confinato al centralino, fino a quando nel dicembre 2003 la sostituzione della serratura della porta d’ingresso non mi consentì di entrare. Capii che la situazione sarebbe precipitata di lì a poco. E infatti prima delle festività natalizie ricevetti la lettera di licenziamento”. Fallito nel marzo 2004 il tentativo di conci­liazione per mancata comparizione della Cgil, Giovanni decide di rivolgersi alla magi­stratura per difendere i suoi diritti. Le udien­ze si susseguono lenta­mente, dilazionate ed estenuanti. La Cgil so­stiene che Giovanni “prima del ‘98 era co­nosciuto solo come aspirante at­tivista sinda­cale che frequentava, saltuaria­mente ed occa­sionalmente, i locali della Camera del lavoro della Cgil”.

Tra un’udienza e l’altra almeno sei mesi d’intervallo. “Intanto io cado in depressio­ne e mi rivolgo all’I­stituto d’igiene mentale dove vengo segui­to per due anni dalla dotto­ressa Gulisano. La mia vita familiare diventa un inferno, incerta e senza prospettive: chi mi assumerebbe, alla mia età? Resto senza lavoro, senza soldi e senza alcuna tutela previdenziale. Le mie figlie sono costrette a cercare lavoro a Firenze e mio figlio si trasferisce a Pistoia. I debiti au­mentano”.

“Orra aspetto l’udienza di aprile, ma io non mollo, continuerò a lottare per i miei dirittii. Voglio essere rias­sunto, voglio riprendere il mio posto di lavo­ro. Devo ritornare a vivere, risalire da questo inferno!”. Da giornalista sento il bi­sogno di sentire l’altra campana. Mi reco alla Ca­mera del La­voro in Via Crociferi. Nessuno dei dirigenti sembra sapere nulla, qualcuno dice solo che Sapienza lavorava per una ditta di pulizie, nient’altro. Chi è delegato a segui­re il pro­cesso non vuole neppure ricevermi.

Sonia Giardina


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