



Il sindacato, che di solito difende i lavoratori, a Catania si trova in causa con uno di loro. Per anni e anni, Giovanni Sapienza ha lavorato alla sede – aprire, chiudire, vigilare, sbrigare pratiche, organizzare – ma senza contratto. C’è un buco nella legge. Ma approfittarne è giusto, per un sindacato?
L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori considera inefficace o nullo il licenziamento quando avviene senza giusta causa o giustificato motivo. Eppure la Cgil, la più grande organizzazione dei lavoratori, sembra averlo dimenticato. Ciro Crescentini e Luigi Castiglione, dopo aver lavorato per più di 20 anni nel sindacato, sono stati un bel giorno licenziati, ma entrambi si sono ribellati ricorrendo alle vie legali. Sebbene la Cassazione abbia ritenuto il licenziamento di Castiglione illegittimo e pretestuoso, la Cgil si è appellata sostenendo che le organizzazioni sindacali non sono tenute ad applicare l’art.18. Ed è vero, dato che l’art. 4 della legge 108 del 1990 esime dal meccanismo di reintegro i “datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto”. A Catania, un onesto lavoratore è al centro di un’altra storia di diritti calpestati da un sindacato. Si chiama Giovanni Sapienza e la sua vicenda è davvero complicata. Nato a San Cristoforo nel cortile Ariete, Giovanni vive da 25 anni in una piccola abitazione popolare a Librino. Nell’ ‘85 ha iniziato “a lavorare in nero alla Cgil di Catania svolgendo varie mansioni e anche incarichi di fiducia per il segretario. "Mi occupavo della manutenzione dell’edificio, ero responsabile dell’apertura e della chiusura dei locali e della loro vigilanza, sbrigavo pratiche esterne e organizzavo persino cortei. Speravo di essere prima o poi regolarizzato, ma gli anni passavano e io restavo senza tutele e prospettive di cambiamento. A seguito delle mie continue pressioni per la regolarizzazione del rapporto lavorativo e dei 13 anni di oneri contributivi, nel 1998 la Confederazione trovò un éscamotage. Venni assunto dalla ditta di pulizie, Alizzi Grazia, poi divenuta Novalux, ma solo formalmente! Di fatto avevo le responsabilità di sempre e non mi occupavo certo di pulizie".
"Dopo altri cinque anni - continua Sapienza - nel settembre 2003 decisi di rifiutare lo stipendio in segno di protesta. Il mio vero datore di lavoro era la Cgil e volevo che la mia situazione lavorativa - spiega Giovanni - diventasse chiara senza ditte fantoccio in mezzo. Così chiesi alla Cgil di rispettare i miei diritti assumendomi e coprendo gli anni contributivi trascorsi. Da quel momento venni allontanato dai rapporti di fiducia, molti colleghi non mi parlarono più e fui confinato al centralino, fino a quando nel dicembre 2003 la sostituzione della serratura della porta d’ingresso non mi consentì di entrare. Capii che la situazione sarebbe precipitata di lì a poco. E infatti prima delle festività natalizie ricevetti la lettera di licenziamento”. Fallito nel marzo 2004 il tentativo di conciliazione per mancata comparizione della Cgil, Giovanni decide di rivolgersi alla magistratura per difendere i suoi diritti. Le udienze si susseguono lentamente, dilazionate ed estenuanti. La Cgil sostiene che Giovanni “prima del ‘98 era conosciuto solo come aspirante attivista sindacale che frequentava, saltuariamente ed occasionalmente, i locali della Camera del lavoro della Cgil”.
Tra un’udienza e l’altra almeno sei mesi d’intervallo. “Intanto io cado in depressione e mi rivolgo all’Istituto d’igiene mentale dove vengo seguito per due anni dalla dottoressa Gulisano. La mia vita familiare diventa un inferno, incerta e senza prospettive: chi mi assumerebbe, alla mia età? Resto senza lavoro, senza soldi e senza alcuna tutela previdenziale. Le mie figlie sono costrette a cercare lavoro a Firenze e mio figlio si trasferisce a Pistoia. I debiti aumentano”.
“Orra aspetto l’udienza di aprile, ma io non mollo, continuerò a lottare per i miei dirittii. Voglio essere riassunto, voglio riprendere il mio posto di lavoro. Devo ritornare a vivere, risalire da questo inferno!”. Da giornalista sento il bisogno di sentire l’altra campana. Mi reco alla Camera del Lavoro in Via Crociferi. Nessuno dei dirigenti sembra sapere nulla, qualcuno dice solo che Sapienza lavorava per una ditta di pulizie, nient’altro. Chi è delegato a seguire il processo non vuole neppure ricevermi.
Sonia Giardina

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