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Storia di un dissesto preannunciato: ecco i responsabili


Su ’La Sicilia’, il quotidiano siciliano più letto a Catania, ci provano sempre. Raccontano il falso, per far perdere la memoria. Però involontariamente il suo editorialista di punta, in una domenica di Settembre, ci rivela tutto...


30 settembre 2008, di Giuseppe Scatà




“Questa è l’esposizione di Erodoto di Alicarnasso, perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate…” (“Storie”, Erodoto, libro I, proemio).

E’ un’incerta domenica di settembre, il ventuno del mese. Secondo le previsioni il tempo è variabile con piogge tropicali, pesci martello e barracuda al pomeriggio, nelle pozzanghere di via Etnea.. Gli operatori della Dusty (la società di pulizie che ha appaltato parte della raccolta rifiuti nella provincia di Catania) hanno ripreso a raccogliere munnizza dopo tre giorni di sciopero, uno di guerriglia in piazza Duomo, e una nottata di incendi ai cassonetti, con la scenografia di poliziotti in furgoncino antisommossa e colonne di fumo che si alzavano sulla città. Roba da Vietnam. Sul quotidiano ‘La Sicilia’ compare un trafiletto di un certo T.Z. E’ un simpatico epitaffio dell’onorevole Nino Drago, morto dieci anni prima. T.Z. sta per Tony “Zermo”, cronista navigato e punta di diamante del quotidiano. Infilato lì, all’apparenza innocente, a p.45, c’è invece una spiegazione chiara, sfacciata e sfrontata, del tracollo attuale della città. Nel tentativo calcolato di riscrivere la storia, ecco un documento fondamentale che ci parla di due cardini chiave del crollo catanese: il clientelismo e il monopolio dell’informazione

Dieci anni fa durante una crociera moriva l’on. Nino Drago. E’ stato il democristiano più potente della città, quello che ha resistito più a lungo. Ogni volta che si presentava alle elezioni nazionali prendeva oltre centomila voti…

Verissimo, e sacrosanto. Antonino Drago si affacciò nello scenario politico catanese proprio quando Catania viveva il suo boom edilizio: grazie all’assenza di un piano regolatore (era in vigore il vecchio piano di fabbricazione del 1932), tra gli anni Sessanta e Settanta si cominciò a costruire ovunque. “Qui il denaro scorre da tutte le parti”, scrisse più tardi Pippo Fava. Da cui l’appellativo di Catania come la ‘Milano del Sud’, incensata e ricordata proprio sulle pagine del quotidiano La Sicilia il lunedì dopo l’epitaffio di Zermo (Lunedì 22 Settembre 2008), con gran foto di via Etnea e Savia, ma senza un minimo accenno al boom del mattone e del cemento, vera e unica fonte di ricchezza del periodo. Ecco cosa ci dice Claudio Fava di Nino Drago: “Una carriera travolgente fin dagli esordi: delegato regionale per la Democrazia Cristiana nel 1958, presidente della Provincia l’anno successivo, sindaco di Catania dal 1964 al 1967, poi segretario regionale del partito, infine deputato con più di centomila preferenze nel 1968. Sei legislature e nove governi con i galloni di sottosegretario, tanto da meritargli il titolo di “proconsole” di Andreotti nella Sicilia orientale” (La mafia comanda a Catania). “Drago[…] era Achab sul Pequod, Vasco de Gama al capo di Buona Speranza, il capitano Allistoun sul “Narciso”, generoso come Santa Caterina da Siena…” lo dipinse già Salvatore la Rocca, per lungo Tempo capocronista ai Siciliani.

Ingegnere, Nino Drago aveva una capacità speciale nell’impostare lo scacchiere delle votazioni. Sottosegretario, sindaco, referente andreottiano, almeno metà dei sindaci erano “suoi”.

Questo piccolo capoverso, nella sua nudità e spontaneità, potremmo intitolarlo: “La morte della democrazia”. Circa quarant’anni fa Drago lasciava un’eredità indelebile alla città di Catania, costruendo quel modello di politica clientelare che oggi ha trapanato tutte le istituzioni pubbliche nelle sue maglie più interne. Quanto scritto sopra da Zermo ci riporta subito alla mente quanto accaduto nelle ultime elezioni amministrative e comunali di Catania. Uno scambio di poltrone tra Firarello e Lombardo, tra sindaco e presidente della provincia, in un crudele scacchiere politico tanto sfacciato da lasciare ancora una volta il cittadino interdetto. Roba da mercato: “No il sindaco è mio, no allora io mi prendo la provincia”, fino allo scambio di nomi in una notte. Stancanelli, attuale sindaco, prima candidato alla provincia diventa candidato primo cittadino, e Castiglione passa alla casella ‘Provincia’. Ma ritorniamo a Nino Drago. Divenuto un vero e proprio ras della DC, si impose al congresso provinciale del partito nel 1962, assicurandosi il controllo del comitato provinciale con ventiquattro seggi, contro nove degli scelbiani e tre dei sindacalisti. Ecco cosa scrive ancora Claudio Fava: “Cominciava la stagione dei giovani turchi, un manipolo di democristiani, rampanti, tenaci e infaticabili travet della politica, disposti a tutto pur di farsi strada nel partito[…] Poi Drago cominciò a piazzare i suoi uomini in tutti i punti-chiave della DC: dalle sezioni cittadine al consiglio comunale, dagli enti di sottogoverno ai comitati di gestione degli ospedali”. Insomma, ecco il risultato delle successive amministrative del 1964: la DC stravince, ottenendo 30 consiglieri su 60. Nelle comunali stessa megavittoria, con Drago eletto sindaco, ovviamente. A quel punto Drago, geniale, anticipa tutti e guarda i suoi potenziali oppositori, facendo scuola a tutti, sino a Cuffaro e Lombardo. Prova a inglobare gli unici due ‘potenziali oppositori’, il sindacato e la Chiesa. Ci riesce, ottenendo i loro voti.

Nella villa alla Scogliera riceveva ogni domenica una folla di sindaci, di politici e di postulanti.

Eccoli. Sono i pedoni, i cavalli, le torri, finanche i re e le regine, bianchi e neri, amici e nemici, che la sua mano muove sullo scacchiere. Gran parte di loro sono i suoi alfieri, capaci di attraversare in diagonale il campo di scontro, ormai senza conflitto. Quelli chiamati i giovani turchi, molti di loro divenuti sindaci, ma “Mai autentici protagonisti. Drago seppe scegliersi personaggi quasi sempre modesti, allevati nelle sezioni di quartiere (leggi ora pure ‘patronati’, nda), arruolati frettolosamente nelle truppe di partito e spediti in prima linea. Uomini semplici, ambiziosi di ricompense, ma politicamente inoffensivi” (La mafia comanda a Catania, Claudio Fava). Noi ci vediamo i nostri attuali amministratori, sino a Scapagnini. Tutti uomini mandati al macello, strumenti, ma sempre salvi. Scapagnini oggi è deputato, Tafuri, ex assessore al bilancio, nonostante il buco nero e un avviso di garanzia, è adesso alla direzione della società Circumetenea. La DC di Drago si trovò in pugno tutto il mercato degli appalti e delle assunzioni: infermieri, vigili urbani, portantini. Migliaia di posti di lavoro da ripartire fra ospedali, aziende municipalizzate, consorzi, biblioteche, uffici comunali. Una inesauribile miniera di consensi elettorali. Ecco lo sfascio. Ecco il clientelismo, i pacchi di pasta dei patronati, l’incredibile nuovo suffragio della nuova giunta di destra, nonostante il tracollo finanziario, culturale e strutturale (leggi strade) della città. I diritti elementari del cittadino, e cioè la casa, il lavoro e la salute, con questa logica politica inaugurata da Drago, diventarono merce di scambio per il voto.

Drago rappresentava il potere e tutti lo cercavano, anche perché manteneva le promesse. Gli amici non li scordava mai.

Qui ci sono due messaggi chiari. L’uno è storico e veritiero, come quasi tutto l’epitaffio (è questo il suo tratto più spaventoso). Drago, come spiegato sopra, ha uno stuolo di amici e clienti, e mantiene le promesse. Il secondo è più subdolo, ma é il segnale più preoccupante. E’ un messaggio agli altri rimasti: “Mantenete le promesse. Non dimenticate gli amici che vi hanno permesso di stare lì dove siete”. Ma il messaggio nella bottiglia si fa più sfacciato dopo:

Nino Drago ha sofferto il carcere per una storia di tangenti, è stato detenuto per parecchi mesi in piazza Lanza (sede del carcere cittadino), era dimagrito, il cuore malandato, ma non ha mai fatto il “pentito”, non ha mai parlato e i giudici alla fine lo hanno liberato. “Non avevo nulla da pentirmi”, disse.

Drago fu condannato a quattro anni e mezzo nel processo per la costruzione del Centro fieristico di Viale Africa (un appalto di 180 miliardi) per aver preso tangenti, 5 miliardi divisi con altri ( che in gran parte sono stati prosciolti per sopravvenuta prescrizione del reato. Tra questi Salvo Andò). L’appalto significava infatti posti di lavoro, favori, denaro (oggi leggi: Costruzione Centri Commerciali nella provincia di Catania). Ma alla fine l’onorevole si fece solo alcuni mesi. Zermo sta dunque suggerendo a chi di dovere di non pentirsi, di resistere, tanto alla fine andrà bene. Che si riferisca ai 40 avvisi di garanzia recapitati dalla Procura di Catania alla vecchia giunta per il buco di bilancio? Che si riferisca all’atteggiamento della procura quando scrive “alla fine i giudici l’hanno liberato”? Chissà.

Per 30 anni è stato al timone della politica catanese, poi il suo potere cominciò a vacillare per l’ingresso anche in consiglio comunale degli allora giovani leoni Rino Nicolosi e Salvo Andò. Ci furono lunghe crisi al Comune, e lui diceva: “La maggioranza si sta sfilacciando, tutti chiedono qualcosa, e vogliono sempre di più”.

Confermiamo. La corte di Drago cominciò ad essere troppo avida. Non è storia di oggi, nonostante lo sembri. Siamo negli anni Novanta. Ma la storia si ripete. Chi è subentrato pare aver fatto gli stessi errori. E Zermo ammonisce, ricordando.

Gestiva la politica cittadina con un tratto di umana simpatia[…] lo intervistai parecchie volte e quando gli chiedevo dei mali che affliggevano rispondeva: “Catania soffre dei mali di tutte le grandi città, non autoflagelliamoci”.

Questo passaggio lo commentiamo così, con un frase tratta dall’interrogatorio a Nino Drago al processo per le tangenti ai politici catanesi, marzo 1995: “Quando si trattava di opere pubbliche di una certa importanza, e cioè grandi opere che impegnavano grandi risorse, era del tutto ovvio che doveva crearsi una certa convergenza politica”.

Drago certamente non era mai stato mafioso, né aveva collegamenti del genere.

Certo. Magari non ha fatto il giuramento. E fu per certo pure un gentiluomo, uno che come ci racconta l’epitaffio, andava a giocare a poker alla Jonica. Ma instaurando queste regole politiche, avvantaggiando la politica del clientelismo e dell’appalto, scendendo a patti sempre e comunque con tutti, e distribuendo generosamente, ha messo Catania, lui e altri come lui, nelle mani del braccio armato: la mafia, “: “Catania - l’ho sostenuto e continuo a sostenerlo - è certamente non contaminata da cosche mafiose” (da una sua intervista dopo l’omicidio di Pippo Fava). Erano gli anni Ottanta, quando pure il procuratore generale abbracciava questa teoria, mentre Dalla Chiesa, da Palermo, in un’intervista a Giorgio Bocca diceva che la mafia catanese c’era e come, e veniva a patti con quella palermitana. La mafia catanese infatti esiste, secondo le dichiarazioni del pentito Calderone, dal 1925. E infine la frase principale dell’epitaffio di T.Z.. Il perno di tutto:

La sua “non” era una cinica occupazione di potere.

A voi il giudizio.


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