giovedì 28 agosto 2008, di Giuseppe Scatà
Un uomo mi accompagnò a Sulukule e mi disse: "Stai attento ai bambini. Vogliono sempre rubare". Quando entrai con la macchina fotografica ne ucirono a decine dai vicoli, dagli scheletri delle case, da porte scassate. Volevano tutti una foto. E ridevano da matti
Gli stanno esproriando le case. "O comprate le nuove villette ottomane con garage, o andate via a 40 Km. da qui, e vi pagate pure il mutuo", gli dice il Comune di Istanbul. Sono tutti poveri, adesso saranno pure homeless.
Qui sono nati famosi suonatori e ballerini. Il sultani (dalla metà del XV sec.) facevano accompagnare le loro processioni dagli zingari suonatori, danzatori, domatori, acrobati, giocolieri.
Il barista di Sulukule mi offrì del chay (tè turco). Non aveva molta voglia di parlare. Aspettava anche lui i bulldozer, che un giorno o l’altro sarebbero arrivati per il suo bar.
Non hanno più acqua corrente. Non se la possono permettere. Da quando nel 1992 la polizia ha chiuso le sue famose case della musica, non hanno più guadagni.
Il comune di Istanbul ha messo ad ogni porta un numero. E’ l’ordine di abbattimento. Stanno tutte cascando come birilli per fare spazio a un lussuoso residence.
Quest’uomo non se ne fa una ragione. Smanaccia, urla. Dietro di lui ci sono foto di inizio secolo. "Vogliono ditruggere la nostra storia, la nostra cultura, e la nostra fantasia. Questo è un progetto razzista", mi dice Punduk, presidente della neonata Sulukule Romani Culture Solidarity and Development Association







