



La pallottola che uccise Martin Luther King è rientrata nel fucile, i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos si aprono e ci salutano da Città del Messico, Rosa Parks può tranquillamente rimanere seduta sull’autobus che la porta al lavoro e sorridere dal finestrino, a Montgomery, in Alabama. Oggi è un nuovo giorno per l’America, la lunga notte è terminata, l’incubo dal quale sembrava non dovessimo uscire mai si è trasformato in un sogno planetario. La notizia che il popolo statunitense ha portato un nero alla Casa Bianca apre i cuori e spinge ovunque a sperare di nuovo nell’essere umano. In Italia, mentre Berlusconi e i “berluscones” si rendono conto che la democrazia americana gli ha giocato un brutto scherzo, gli immigrati extracomunitari hanno acquisito tutti gli occhi del neopresidente Obama. Se qualcuno dovesse minacciarli d’ora in avanti potranno dirgli: “Guarda che se continui così chiamo mio fratello Barack!”.
Nel frattempo, il mondo virtuale di Internet, che rispecchia e spesso anticipa quello reale, è impazzito. Milioni di messaggi s’incrociano nella Rete per dire una cosa sola: adesso si respira, adesso – dopo l’esempio dei cittadini americani – possiamo rimboccarci le maniche e cambiare le cose anche qui da noi. Poco importa se in Italia non si vede un politico che assomigli lontanamente a Obama: la lezione americana insegna che tutti possiamo essere Obama. Lo siamo nelle scuole (Obama sono gli studenti che non si fanno intimidire dalla Gelmini, né dai picchiatori fascisti coperti dal Viminale e incitati dal miserevole e misericordioso Cossiga), lo siamo nel Casertano (Obama sono gli immigrati che si sono ribellati per primi alla camorra), lo siamo nelle nostre case e nei luoghi di lavoro (Obama sono coloro che s’indignano contro il trio della paura e dei misteri, Andreotti-Gelli-Dell’Utri, che racconta il Novecento a Oden tv), lo siamo nelle città del Sud (Obama sono i ragazzi di Locri, di Palermo, di Catania che fanno informazione dal basso e scendono in piazza per difendere la parte migliore della magistratura). Lo siamo e possiamo esserlo nel nostro piccolo, ogni giorno.
Sarà un caso, ma quando ho appreso che a Washington l’intelligenza e l’umanità avevano vinto sui muscoli e sul privilegio, mi è sembrato che anche Roma fosse diventata meno fascista. O meglio, ho percepito nell’aria la nascita dei primi anticorpi necessari per restituire una dignità sociale a questa città. A casa avevo una giacchetta leggera, da tempo abbandonata sul portamantelli. Senza sapere il perché, l’ho presa e, verificata la presenza di alcune macchie d’unto al colletto, ho deciso di portarla in tintoria. Mentre mi avviavo al negozio meditavo sull’urgenza di quella spesa. Poi mi sono detto: “Fa niente se non potrò indossarla fino alla prossima estate. Qualcosa è cambiato, d’ora in avanti non voglio più avere indumenti sporchi in casa”. E siccome ora si può sognare ho fatto anche questo pensierino: qualcuno porterà George W. Bush davanti al Tribunale dell’Aja per i suoi crimini?
Grazie Riccardo hai perfettamente ragione tutti possiamo essere un Obama ma questo può
succedere in America, un popolo che con tutti isuoi difetti, ha avuto il coraggio di
dare un svolta non solo negli USA ma sicuramente è stata una lezione per tutto il
mondo.In Italia questo non accadrà mai, io è da quando avevo 20anni che mi sentivo un
Obama, prima come operaio poi da studente lavoratore poi come docente adesso come
artista. Certamente il tuo articolo dà molta speranza a tutti gli Obama che
testardamente non vogliono essere dei sottomultipli, che vogliono emergere per le loro
capacità però, come tu sai benissimo quando uno può fugge da questo paese malato di
potere e di parentopoli. Spero tanto un giorno di avere la possibilità di presentare "U CUNTU" (il conto) ciao Salvatore

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