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Un giudice galantuomo


“Ingiustizia sarà fatta. In base al principio per il quale la forma è sostanza. Questa è la legge. Non c’è regola più vera come questa e non c’è regola che in egual misura non rie­sca a giustificare talvolta la fine di ogni sostanza e di ogni logica. Perfino di ogni eviden­za. E’ il caso della recente e strana storia di Giambattista Scidà...”. Che succede? Che cos’è questa storia? Di quand’è questo articolo? Niente: succede che i sostenitori del Si­stema catanese ce l’hanno, come al solito, col giudice Scidà. E l’articolo, in cui Roccuzzo da par suo mette le cose a posto, è di dieci anni fa. Povera vecchia Catania, che non cambi mai...


22 novembre 2011, di Redazione




...Giambattista Scidà, un giudice della Re­pubblica, un alto magistrato presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, pros­simo alla pensione e in procinto di es­sere trasferito dal Csm dalla sua sede per "in­compatibilità ambientale" con il Tribu­nale nel quale ha servito fedelmente la leg­ge per quarant’anni. Sfidando il contesto giudiziario, le pigrizie culturali, gli ossequi e sfidando la regola di una sostanziale tregua tra poteri che laggiù ha reso impuniti per decenni i grandi potentati e i mafiosi. Giambattista Scidà, nome e cognome di cui pochi italiani hanno mai sentito parlare e di cui poco sentiranno parlare in futuro, appartiene a quella storica minoranza di giudici siciliani che ha tenuto la schiena dritta durante la sua lunga carriera nel diffi­cile distretto di Corte d’appello di Catania e in particolare durante il difficile ventennio 1980-2000. A Catania è stato un esercizio difficile e raro, nell’ultimo scorcio dello scorso secolo, tenere la schiena dritta e la coscienza a posto. E proprio per questo, forse, Scidà sarà trasferito, perché è - ap­punto - "incompatibile con il contesto". Verrebbe da dire: ha fatto bene la prima commissione referente - competente in ma­teria - ad approvare unanimemente una relazione che chiede al plenum di trasferire per "incompatibilità" da Catania un giudice onesto fino all’ossessione. Scidà stia allegro: il trasferimento sarà per lui un titolo di merito da mettere in coda al suo lungo e prestigioso curriculum. E fa bene il Csm a cancellare dal distretto quella eccezione che conferma la regola: via chi rompe le scatole.

* * *

Varrà dunque la pena di spiegare, a partire da Scidà, questo benedetto formalis­mo che rende - nello stesso tempo e nella stessa epoca - formalmente compatibili ad esempio queste due decisioni (per carità: diverse e senza nessun legame tra loro) adottate recentemente dal Consiglio superi­ore della magistratura: Claudio Vitalone riammesso a furor di popolo e con tante scuse in Cassazione e Giambattista Scidà cacciato dalla sede giudiziaria nella quale ha servito lo Stato senza fare carriera, né salotto, né essere mai approdato a incarichi politici o senza aver mai percepito preb­ende, arbitrati o semplici sorrisi e ammicca­menti da alcuno. Un giudice senza Potere, ma forte solo della legge e della coscienza a posto. Per intanto, rispondiamo alle due doman­de di ogni buona cronaca: chi è questo Gi­ambattista Scida? E quale condotta "incom­patibile" gli viene rimproverata formal­mente dal Csm, sulla base di esposti giunti a palazzo dei Marescialli? Partiamo dalla seconda domanda (e mi scuserete della prosaicità di piccoli eventi qui di seguito riportati). Primo: "Scidà ha un carattere autoritario e ha creato nel suo ufficio un clima di ostilità". Oggetto delle principali lamentele sul brutto carattere in questione? Il fatto che il presidente Scidà intenda chiudere le udienze ad ora troppo tarda o troppo presto e dunque rigidamente. Insomma: i tempi della giustizia non li può stabilire d’imperio il capo di un ufficio. Pri­ma incolpazione. Secondo: Scidà, come è nei compiti del suo ufficio, ha dato parere sfavorevole al trasferimento di una giudice del suo tribunale, "palesando un comporta­mento persecutorio nei confronti della stes­sa". Terzo e più importante addebito, nel merito professionale (in verità, un addebito assai onorevole per un giudice minorile): quattro anni fa, Scidà si rifiutò di rivelare il luogo dove era stata collocata una bambina, sottratta al padre per incesto. A richiedere il luogo dove la bambina era protetta era stata una ordinanza della corte d’Assise: "Rive­lare quel luogo avrebbe sig­nificato esporre una minore ad un incontro con il padre". Scidà si rifiutò di farlo e lo motivò giu­ridicamente. Da cittadini, in un momento in cui l’attenzione alla difesa dei bambini sta finalmente cominciando a prender quota, non ci si può che compiacere del fatto che un "giudice dei bambini" abbia comunque difeso quella bambina. Il padre a cui Scidà negò ogni accesso fu infatti arrestato e in­fine condannato con sentenza esecutiva. E invece no, negando quel colloquio, Scidà avrebbe "forzato" il diritto, modificando d’imperio una diversa decisione del giudice del suo tribunale. E meno male che lo ha fatto. Per questo Scidà è incompatibile con Catania. Queste e altre le "colpe" di Scidà, sulle quali, per il bene di queste pagine, non in­sisterò.

* * *

Poiché del "caso Scidà" non sentirete mai più parlare, se non in queste pagine, state a sentire. Ho conosciuto bene Scidà, quando facevo il cronista di giudiziaria a Catania per la rivista I Siciliani di Giuseppe Fava: correvano gli anni 80, per l’esattezza era il 1983. A Catania la situazione era più o meno la seguente: il procuratore della re­pubblica, Giulio Cesare Di Natale, era cos­tretto a dimettersi per evitare di finire sotto processo disciplinare; il sostituto di punta, Aldo Grassi, chiedeva il trasferimento ad altra sede per non subire la stessa sorte: entrambi erano accusati dal Csm e dal ministero di aver retrodatato certificati penali di due cavalieri del lavoro locali in modo da permettere loro di partecipare a miliardarie gare d’appalto. Metà della classe politica locale sarebbe poi finita in carcere o sotto inchiesta, ma dieci anni più tardi e non per merito della magistratura di quell’epoca. La stampa taceva, I Siciliani a parte, tanto che Giuseppe Fava - come è noto - fu ucciso nel 1984, 5 gennaio. Scidà fu uno dei pochi magistrati che de­cisero di ammettere l’evidenza dei fatti ed iniziò a chiedere, chiaramente e senza scambi o pretendere altro, che si facesse "pulizia all’interno degli organi giudiziari". Era un atto di coraggio, non facile: ricordo l’imbarazzo della sala, in occasione di al­meno quattro o cinque inaugurazioni di anno giudiziario a Catania, quando Scidà prendeva la parola e con il suo linguaggio ottocentesco parlava di "corruzione dila­gante" e di "sostanziale ritardo nell’opera repressiva", mentre i dirigenti degli uffici giudiziari - per l’imbarazzo - guardavano altrove o sprizzavano rancore per quel "rompiscatole" e "guastafeste". Bene: per queste e altre ragioni "sostan­ziali" appare ora paradossale che sua Eccel­lenza Scidà debba essere trasferito da Cata­nia per "incompatibilità ambientale", en­nesimo segno che la giustizia è sfatta. Seconda domanda: chi è esattamente Gi­ambattista Scidà? Un giudice liberale all’antica e un illuminista a Catania, uno che se fosse vissuto a Torino, sarebbe stato iscritto d’ufficio al "partito" di Bobbio e Galante Garrone. Da venti anni è presidente del tribunale dei minorenni, veste sempre con giacche a due petti, impeccabili e de­modé, i capelli bianchi impercettibilmente disordinati, parlata forbita, gesti morbidi e solenni. Un uomo che sembra ancora oggi saltar fuori dal film "Piccola pretura" di Pie­tro Germi, ma costretto a recitare in una sceneggiatura da "Corruzione a palazzo di giustizia". Scidà è un’autorità in materia di crimino­logia minorile, ma coltiva privatamente raffinati studi storiografici sul ’600 e sul ’700 nelle contrade dell’Etna. "Siamo nella condizione di dover assistere al progressivo degrado di questa città. E perciò siamo chia­mati, ciascuno nel proprio ruolo, a fare il doppio del nostro dovere", diceva venti anni fa e dice oggi Scidà. E dentro quelle parole mette tutta la sofferenza del vecchio galantuomo italiano. Era inevitabile che una persona come lui assumesse una posizione critica nei con­fronti del contesto, anche giudiziario, della sua città. Negli anni 80, in relazioni e let­tere a min­istero e Csm, citava statistiche sulle forze di polizia che diminuivano men­tre i reati aumentavano: "Mentre la mafia uccide e saccheggia, mentre l’eroina invade Cata­nia, gli apparati repressivi dello Stato ven­gono depotenziati in città", predicava. Scidà ha denunciato - nelle giuste sedi is­tituzionali e per venti anni - il sovraffolla­mento del penitenziario della città, per il quale i minori venivano pericolosamente ospitati nelle carceri per gli adulti e dunque esposti alla cooptazione nella cultura e nella organizzazione mafiose. Scidà ha messo il dito nelle piaga profon­da della contraddittoria presenza dello Stato a Catania e pronunciato mille interventi pubblici che sono state - per almeno due generazioni di catanesi onesti - delle vere e proprie lezioni di civiltà, semplici e schi­ette. Parla come un severo padre di famiglia: "La giustizia deve essere un po­tere separato dagli altri due su cui si fonda il nostro ordi­namento costituzionale, perché ha il ruolo di controllarli entrambi". Op­pure: "Questa comunità è malata perché non sa più dare un futuro degno di questo nome ai propri figli". Per dovere istituzionale, da quarant’anni, Scidà compila quotidianamente le statis­tiche sugli spaventosi record di criminalità minorile che Catania va conquistando an­nualmente, soprattutto nei quartieri più dis­perati e marginali. Spesso insegue, oltre l’orario d’ufficio, i casi che passano dalla sua scrivania sempre invasa da una mon­tagna di fascicoli conte­nenti mille storie di violenze: bambini com­prati e venduti; ado­lescenti perduti, abban­donati, sul marcia­piedi o tossici, scippatori, maltrattati, pic­chiati. E’ una umanità dalla quale Scidà non sa distaccarsi poiché essa rappresenta il suo "dovere"

* * *.

"E’ un fissato!". "E’ un moralista", gli cominciarono a sussurrare dietro anni fa, quasi che la moralità fosse divenuta una pericolosa epidemia da arginare al più pres­to. Negli ultimi venti anni quei sussurri sono diventati un urlo che ora approdano formalmente sulla soglia del Csm ed hanno ascolto. Il presidente Scidà fu investito da aperte ostilità e rancori corporativi quando passò alla denuncia formale, fatta anche di fronte al Csm, delle corruzioni e delle distrazioni a palazzo di giustizia. Dei casi più clamoro­si e antichi ho ricordato. Più di recente, Scidà ha sostenuto che il procuratore della sua città "non dovrebbe essere catanese" e ciò per "evitare che in quella delicata funzione si sia costretti a subire, anche indirettamente, pressioni do­vute alla appartenenza a gruppi di pressione e per difendere a pieno l’autonomia della funzione giudiziaria". Una posizione che ha sollevato non pochi malumori all’interno e fuori del Tribunale.

* * *

Ma il caso più clamoroso e più recente accadde nel 1993, in un’aula di tribunale penale, nella quale Scidà fu convocato come testimone dell’imputato nel processo per querela intentato dall’allora potentissi­mo Salvo Andò - ex-ministro craxiano - nei confronti del giornalista Clau­dio Fava: questi, in un libro su Catania e le sue cor­ruzioni politico-mafiose, aveva ri­volto ac­cuse gravi ad Andò. In particolare, di aver esercitato pressioni su organi giudiziari in occasione di processi a mafio­si. Scidà, in aula prima e di fronte al Csm poi, confermò la fondatezza di quelle im­proprie pressioni politiche su magistrati. Insomma, Scidà è un giudice dal "brutto carattere" ma appartiene alla categoria di quelli che pensano: "Visto che ho scelto questo mestiere, debbo dare ogni giorno l’esempio alla collettività, senza cedimenti, senza eccezioni, senza pigrizie". E dunque, proprio per questo, è reo di "incompatibilità ambientale".

Antonio Roccuzzo

MicroMega, inverno 2001


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