



Un omicidio dimenticato, una condanna a 21 anni di reclusione, la fuga e il rifugio a Nesima, nel centro servizi di Mario Tipo (MpA). E sullo sfondo i rapporti con Nitto Santaopaola e Maurizio Avola, il killer dagli occhi di ghiaccio. Giovanni Montanino, l’ultimo viaggio di una mente criminale
Per Giovanni Fontanino, alias “Formaggino”, quella del 23 settembre 2007, è una domenica da dimenticare. Quel giorno è inquieto e l’idea che gli sbirri lo scovino da un momento all’altro gli blocca l’appetito e lo fa trasalire ad ogni rumore che proviene dalla scala, ad ogni risata che esplode nell’appartamento accanto dove i vicini festeggiano un compleanno o qualcosa del genere. Attorno a lui è il vuoto su cui incombe “minacciosa” quella maledetta condanna definitiva a 21 anni di reclusione. Sbarre, manette, avvocati, giudici e secondini: no, non è per nulla una bella prospettiva per uno che se va bene uscirà dalla gabbia all’età di 70 anni. Troppo tardi e tante cose da fare ancora per uno squadrioto del suo calibro, temuto e rispettato al punto che non riesce mai ad uscire dal bar senza che qualche amico si sia offerto di pagare un Bayles per lui e per chi lo accompagna. Amici, soddisfazioni, sgarri puniti e propositi criminali scivolano lungo la scia rossa che insanguina il suo mosaico penale che quel giorno “Formaggino” ripercorre mentalmente a ritroso cercando di capire come sia possibile che questo Stato voglia impedirgli di continuare a fare ciò che gli pare e piace; non si dà pace al pensiero che, a 23 anni di distanza, debba finire in galera e passare anni e anni in condizioni terribili, perché implicato nell’omicidio di Agatino Giuseppe Cannavò, freddato con cinque colpi alla testa, l’8 marzo del 1984, due mesi dopo l’uccisione del giornalista Pippo Fava e per mano dello stesso sicario, l’attuale collaboratore di giustizia Maurizio Avola, uno dei killer più fidati del clan Santapaola, il giovane “dagli occhi di ghiaccio” della “squadra” di Ognina, auto di lusso e vita bella, autore di decine di omicidi. Meglio sparire dalla circolazione, perdersi nella voragine della latitanza sperando che il governo comunista vada in malora, che i giudici “comunisti” dimentichino che esista e che gli sbirri al servizio dei comunisti smettano di braccarlo. Sparire, certo, sembra facile a dirsi. Ma come? E Dove? “Formaggino”, che conosce bene le regole del gioco, non si fa illusioni sulla benevolenza degli amici nel momento del bisogno. Lui, che non negava mai una cortesia, che dal balcone lanciava le monetine ai bambini del quartiere quando passava il gelataio e che non si tirava mai indietro quando c’era da risolvere una questione, per la prima volta, in quel caldo pomeriggio d’inizio autunno, cominciò a sentirsi ostaggio di una malinconica rassegnazione. Gli sembrarono improvvisamente lontani i tempi in cui una sua parola o una smorfia decretavano la fine dei suoi nemici. Tutta una vita, fatta di pistole e adrenalina, soldi e mala di livello, adesso sfumava miseramente dietro il sipario inglorioso dell’arresto. Al diavolo, non poteva consentirlo: doveva fuggire, nascondersi. “Formaggino” passò in rassegna i contatti cui avrebbe potuto chiedere rifugio e alla fine approdò alla soluzione che offriva le maggiori garanzie. In pochi minuti riempì una sacca – qualche ricambio, una mazzetta di banconote da cento euro e un fascicolo della settimana enigmistica su cui aveva appuntato dei numeri di telefono; poi scese in strada con circospezione, montò sullo scooter, raggiunse una cabina telefonica. Aveva un amico particolare - uno che “aiuta i bisognosi”- “Formaggino”, un suo cugino: Mario Tipo, eletto - nelle elezioni amministrative del 2005 – consigliere della VII Municipalità in quota Forza Italia e poi passato al Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo che ha fortemente sostenuto nel corso dell’ultima campagna elettorale per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana. Di lì, una decisione rapida, veloce come la sua vita, fatta di pochissimi dubbi: un fugace incontro in un chiosco in piazza, una soluzione da trovare con rapidità.. E quale migliore “rimedio” a questa emergenza? Alla fine la scelta ricade sul patronato di Tipo, situato a poche centinaia di metri dal luogo dell’appuntamento e cioè al centro di via Paolo Orsi, una strada che collega la circonvallazione ad un’altra strada posta a ridosso di una sciara che, all’occorrenza, potrebbe favorire la fuga. Per settimane e settimane, il superlatitante Giovanni Fontanino dimora all’interno di una stanza del centro servizi dove – indisturbato - compila cruciverba e dove spesso la sera, una volta chiusa la saracinesca, scambia due chiacchiere con Tipo ricordando episodi familiari o rievocando gli epici momenti della propria gioventù come quello in cui un suo amico del quartiere gli aveva affibbiato il soprannome di “Formaggino” forse per via della sua timidezza nei confronti delle ragazze che provava ad avvicinare. Un tratto psicologico da animo nobile. Nella tarda serata del 29 ottobre 2007, gli agenti della squadra mobile irrompono nel patronato e beccano “Formaggino” nel bagno mentre cerca di fare fronte ad un violento attacco di colite. Lo arrestano assieme al cugino cui viene addebitata la procurata inosservanza della pena. Poca roba, insomma, se già qualche giorno dopo, Mario Tipo tornava a sedere sfottente sul suo scranno istituzionale. Per la seconda volta in due mesi, questo giornale fa il nome di Mario Tipo e descrive una contiguità con gli ambienti mafiosi (e più precisamente santapaoliani) che non vede soltanto chi non vuole, chi è in malafede o chi trae vantaggi elettorali dall’averlo arruolato tra le sue schiere. Nel frattempo, il consigliere commenta divertito la pubblicazione dell’episodio relativo a “Formaggino” sull’ultimo numero de “L’Isola Possibile” ed esprime pubblicamente il suo pensiero, riflesso forse della sua visione della vita: una risata, il senso di una noncuranza. Pensa a cose serie Mario Tipo, ai “bisognosi”. A proposito quando si vota?

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