



Polo enogastronomico, Città del gusto, Centro polifunzionale, agroalimentare per eccellenza, show-room del gusto. L’hanno chiamata in tutti modi. Ma non c’è traccia del mare.
[Ascolta qui la trasmissione di Radiomatria su la Vecchia Dogana http://static.radiomatria.org/radio...]
“Noi siamo favorevoli a tutto quello che può portare ricchezza e benessere alla città ed alla collettività, non a quello che invece presuppone il sacco e la spoliazione delle risorse della città ai danni dei cittadini ed a vantaggio dei sempre soliti pochi noti ed interessati”
(Francesco Puleo, pm processo Parcheggio Europa)
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L’Autorità portuale catanese ci ha messo 600.000 euro. Ma del mare nemmeno l’ombra. Tanto che sul sito web ufficiale è definita “Città del gusto”. Nasce dalla ristrutturazione dell’edificio dell’ex dogana del porto di Catania. Il risultato è eccellente. Una costruzione vecchia più di cinquant’anni, di autore ignoto, ora rimaneggiata in vetro e colonne d’acciaio, con due grandi cortili interni per gli eventi culturali, e pure i pupi siciliani di Orlando e Rinaldo, in formato gigante, che pendono dal tetto. E l’edificio apparirebbe pure secondo legge: in verità l’art. 18 comma 1 della legge 84/94 – in riordino della legislazione in maniera portuale – specifica chiaramente che l’utilizzo degli immobili portuali deve avere funzioni attinenti ad attività marittime e portuali. Ma in Sicilia le leggi nazionali si incrociano con quelle regionali, e la n.15 del 2005, all’art 1, dice che gli edifici del demanio marittimo possono avere attività ricreative, sportive, diportische, sportive e ristoranti a tinchitè. Se per promozione turistica, ancora meglio. E così oggi Catania, nelle sale dell’ex dogana, lì dove si raccoglievano le merci che giungevano per barca dallo Ionio, e dove inizialmente si progettava di fare una ’Città del Mare’, ha una centralissima Città del gusto. Niente acquari, musei del mare per visite guidate, esposizioni di biologia marina, o di costruzioni e tecnica navale, in un porto che ancora oggi non ha un vero approdo al mare per i pescatori e i turisti che sbarcano nelle banchine antistanti. No, nulla di tutto ciò, ma: sushi bar, bistrot, wine bar, 3 bar tradizionali (all’interno del porto già ce n’è cinque), due pizzerie (una terza, e su una banchina, c’è da almeno quindici anni) - tra cui una famosa catena napoletana - ristoranti con servizio catering per l’esterno o con nouvelle cucine, una famosa catena londinese specializzata nella vendita di hamburger e hot dog, oggettistica, una rivendita di succhi di frutta freschi, una libreria, comune alle numerose librerie appena aperte in città, una salagiochi stracolma di videopoker e videoroulette, un negozio di biscotti, una sala cinematografica in 5d, una parafarmacia, e dulcis in fundo il tanto decantato ristorante del Gambero Rosso. Nemmeno una trattoria tipica a base di pesce, giusto per dare quantomeno la sensazione del mare che lì, attraverso lunghe e ampie vetrate, si estende dentro le dighe del porto catanese, tra vele e barconi di legno, argani e container. Solo il cinema sembrerebbe non contemplato nella legge siciliana. Forse anche quello è per i turisti.
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A tagliare il nastro non poteva mancare il nostro presidente Raffaele Lombardo, e così Santo Castiglione, presidente stavolta dell’Autorità Portuale, che esalta l’opera come parte del progetto Waterfront del porto di Catania e come accoglienza innovativa dei turisti che sbarcano dalle navi da crociera. Per accogliere i turisti, all’ingresso della Vecchia Dogana ci sono ben due uffici della Provincia di Catania, due agenzie private di noleggio auto e una sfilza di bar. Beh certo, gli stessi turisti, prima di arrivare a prendere un caffè devono gincanare tra gru arrugginite, container ammassati sulla banchina, un camioncino che vende il tipico “sangeli”, cani randagi poco raccomandabili, una strada interna al porto battuta da sfilze di camion, auto e motorini provenienti dall’esterno a tutta velocità... Un percorso degno di giochi senza frontiere, tanto da costringere i turisti delle navi da crociera a bypassare il porto, salendo già allo sbarco su autobus privati o su gipponi per fuggire su percorsi organizzati in giornata. Gli unici davvero sfigati, senza bus e senza salvezza, sono i turisti che arrivano da Malta con gli aliscafi della Virtus Ferries: armati di trolley e zaini attraversano la banchina infilandosi tra i traini dei camion posteggiati, i carrelli, le reti dei pescatori e gli argani, e provano a superare incolumi la strada interna priva di strisce pedonali. Poi ci sarebbero i catanesi che vogliono magari fare una passeggiata al porto. Ma i catanesi che c’entrano! Eppure, nel gennaio del 2008, il presidente del cda Vecchia Dogana, Andrea Maccarone, al comitato Porto del Sole, che già denunciava la costruzione di un centro commerciale al posto della Vecchia Dogana, dovette rispondere sulle pagine del quotidiano La Sicilia per smentire tutto: “Si tratta di un centro polifunzionale a servizio del porto caratterizzato da attività culturali e mostre aventi come tematica il mare, uffici a servizio del porto, aree per pubbliche manifestazioni, biglietterie e uffici doganali. Appare priva di fondamento la definizione di tale struttura come centro commerciale”. Oggi è una “Città del gusto”. Beh, avrà cambiato idea. Il commercio si sa, è schizofrenico. Figuriamoci le imprese. La stessa università di Catania fu coinvolta, giorni prima dell’inaugurazione, a settembre del 2011, come organizzatrice del seminario internazionale “La rete dei sapori e degli odori in Sicilia”. Non, dunque, un seminario sul mare...
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Sempre tre anni fa il comitato “Porto del Sole” aveva denunciato la mancata tutela della planimetria originaria, e il presidente del cda Maccarrone aveva ancora smentito dicendo che non ci sarebbe stata stata alcuna modifica, e che anzi la nuova sovrastruttura in acciaio e vetro, futuristica, seguiva la ristrutturazione di edifici antichi di New York, Lisbona, Rouen. Arte internazionale e moderna. Qui non s’è cambiata idea. E la Sovraintendenza ai Beni Culturali ha dato l’ok. Confrontando la facciata con delle foto precedenti alla ristrutturazione, sembrerebbe che ci sia il sollevamento di un metro o due del secondo piano, per ricavare, da quelli che erano dei sottotetti usati come deposito, sei spaziosi vani con finestre sull’esterno. Ma i pescatori dicono che non è cambiato nulla. Tra questi, due bei ristoranti fronte mare, uno con cocktail bar e l’altro gestito dal Gambero Rosso. Se variante c’è stata, è stata sempre col beneplacito della Sovrintendenza, s’intende. Certo, di marino per ora c’è solo la parola “Gambero”, anche se di un marchio che non ha nulla di siciliano.
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La società appaltatrice del progetto risulta essere la Evirfin R.T.I del cavaliere del lavoro Ennio Virlinzi, che ha lavorato alla ristrutturazione e tuttora avrebbe la gestione e manutenzione del progetto, ovvero l’affitto dei locali, affitto sicuramente non economico vista la posizione centrale della ex vecchia dogana. Il progetto è in project financing e il fondo P.I.T ’Città Metropolitana’ (soldi europei) ha dato ben tre milioni di euro, mentre l’Autorità Portuale (con le casse vuote dal 2008 perchè i guadagni non coprivano nemmeno gli stipendi del cda – il Ministero dei Trasporti dovette intervenire con 5 milioni di euro per risanare il bilancio - ) ha messo sul piatto 600.000 euro.
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E il cavaliere Virlinzi, che anche con l’imprenditore Mario Ciancio, cominciò anni fa a costruire un parcheggio con botteghe per negozi, in project financing, in una piazza centralissima di Catania – piazza Europa - (il parcheggio fu sequestrato dalla magistratura, al posto del parcheggio resta adesso una grande fossa, e gli imputati sono stati totalmente assolti) – ha messo altri 3 milioni e mezzo e oggi possiederebbe un centro polifunzionale” ultimato e fronte mare. Secondo la requisitoria finale del pm Puleo, al processo sul parcheggio di piazza Europa, il centro commerciale che doveva sorgere interrato in quella piazza aveva alle spalle l’idea “geniale” di sorgere al centro della città, lì dove comincia il Waterfront catanese. Il centro polifunzionale dell’ex dogana – questo per nulla bloccato dalla magistratura – si trova non a caso esattamente dall’altra parte della linea del Waterfront catanese, e sempre nel centro della città. Utilizzando molti soldi pubblici. Tutto secondo la legge, per carità, e con l’ok della conferenza dei servizi riunitasi ad hoc prima di aggiudicare l’appalto. Nulla che scavalchi la legge.Non siamo mica nel vecchio West americano. Sempre sulle pagine de La Sicilia, il cavaliere del lavoro Virlinzi ha detto che avrebbe ceduto l’intero appalto – ad eccezione dell’0,1% - all’ingegnere Luca Venora, il quale a quanto pare lavorerebbe però a sua volta presso la società "ponteggi tubolari spa" che risulta essere un ramo d’azienda della Virlinzi spa.
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E ai pescatori senza lavoro che non riescono a pagare il mantenimento della barca, ai bottegai che lavorano intorno al porto strozzati dalla crisi, alle trattorie che si affacciano sull’ingresso del porto? Nemmeno il becco di un quattrino. Loro sono il passato. Però ce le hanno un po’ girate. “E’ meglio che se ne va”, dice un vecchio armatore, davanti alla sua barca di legno ormeggiata al porto di Catania, “perchè se comincio a parlare e a sfogarmi con lei, lei passa guai. Mio padre aveva una di quelle barche da pesca a vela che si usavano quando l’acqua arrivava oltre gli archi della marina. E di guai e cose grosse ne succedevano già a loro”. “A Catania si dice che il porto se lo sono venduto. Vede ad esempio quelle barche?”, e indica degli yacht in secca sulla banchina, “lì non possono stare. E invece rimangono lì. Mentre a noi fanno delle multe salatissime se lasciamo le reti sulla banchina” - “Perchè?” - “Perchè dicono che rovinano l’immagine del porto! Ma si guardi intorno e veda lei l’immagine del porto”. Container abbandonati, rimorchi di camion, yacht in secca difesi da recinti metallici improvvisati, basole in pietra della banchina spaccate dagli autoarticolati e parte della banchina stessa che ogni tanto sprofonda, perchè priva di manutenzione. In fondo al molo di levante tre navi arrugginite e abbandonate ormeggiano lì da anni, semi affondate. “Qui danno i soldi solo per questo centro commerciale - che secondo me fallirà - per gli yacht, per le banchine private”, sbotta un altro pescatore, “ma per i lavoratori antichi del porto non c’è nulla: non c’è l’argano per sollevare le barche e fare il rimessaggio, tanto che dobbiamo andare negli altri porti per pulirle e sistemarle. Non ci sono depositi sovvenzionati per conservare le nostre reti, come invece hanno fatto ad esempio a Mazzara del Vallo. E molto altro...”. “Qui hanno ucciso tutto”, mi ripete il vecchio armatore, “se ne vada, davvero. Danno i soldi e i permessi a chi dicono loro. Se ne vada, prima che parlo ancora. E’ meglio per lei”.
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Certo, me ne vado. Ma prima di uscire dal porto, rientro nella Vecchia Dogana. E’ stata inaugurata da poco, ancora molte botteghe devono aprire e gli operai lavorano sodo. Nessuno porta l’elmetto. Ma chi lo porta ormai? Un finanziere, che si è allontanato dalla casupola che sta all’ingresso del porto e proprio davanti alla nuova “Città del gusto”, passeggia, chiacchera e ride nel primo cortile, sotto le gambe del pupo di Orlando, che invece guarda dritto davanti a sé, immobile, con l’arma in pugno, incrociando lo sguardo di Rinaldo, che tiene ben saldo lo scudo, ignorandolo. Degli uomini fanno delle pulizie. Su una scala antincendio, attraverso una delle porte lasciate aperte dell’edificio, due ragazzi di pelle nera salgono i gradini. Una donna li ferma e dice loro di tornare indietro. “Lavoro oggi?”, chiedono, “No, oggi no. Andate via. Mi dispiace”. Escono. Li seguo. Mi dicono che hanno lavorato negli scorsi giorni. Si toccano la pancia. Hanno fame e mi chiedono del lavoro. “Tornate domani. Chissà”, dico. Fuori dal porto dei manifesti colorati, con un leone che mostra due enormi incisivi, annunciano che il Circo delle Meraviglie è appena arrivato in città.
Giuseppe Scatà
ottimo pezzo!
Salve, ho saputo di voi tramite il fatto quotidiano e vorrei tanto darvi una mano, sono arrivato all’apice dell’inidgnazione e, dopo 3 anni all’estero non voglio che ancora mi si dica "ma cu tu fici fari a turnari?!?" Voglio che siano i Cavalieri ad andarsene, anche con i soldi dell’Irfis che di solito sono solo per le mogli dei nostri governatori. La vecchia dogana è davvero un bel posto e credo sia una bella riqualificazione per la zona e per Catania ma doveva esserci la trasparenza. Project financing significa che ti faccio fare impresa senza soldi quindi anche piccole imprese edili avrebbero potuto sostituirsi al monopolio del Cav. e poi ancora gli affitti richiesti per questa bella struttura sono esagerati per piccole aziende e artigiani locali, diventeremo campioni del franchising prima o poi ma non dimentichiamo che Catania n’do munnu cci n’è sulu una! www.rubulotta.blogspot.com

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